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Duemila fiori bianchi per le vittime dell'amianto

Tanti fiori, centinaia e centinaia, bianchi, per delicatezza, una carezza alla memoria delle vittime dell’amianto, nella Giornata mondiale loro dedicata, che si è celebrata oggi. Fiori lungo quella che era un tempo la recinzione della fabbrica che per 80 anni ha lavorato la micidiale fibra. Oggi la fabbrica non esiste più, è stata abbattuta alcuni anni fa. Dove sorgevano i capannoni polverosi in cui migliaia di casalesi e monferrini andavano totalmente inconsapevoli a morire - giorno dopo giorno - nell’intento di guadagnarsi da vivere, oggi ci sono enormi mucchi di terra che distesa, seminata, curata ricoprirà con una coltre verde - di pietà e di speranza - quella spianata che è destinata a restare nella memoria e nella storia come luogo in cui si è consumata una straziante ingiustizia. Lì - dove c’era l’Eternit si è creato un dolore che - a distanza ormai di 30 anni dalla chiusura - continua a insinuarsi come una serpe in case e famiglie, ad avvelenare i giorni e i sogni di persone che non hanno nessuna, nessuna colpa. Erano in duemila - ieri pomeriggio al corteo silenzioso che per ricordare le vittime dell’amianto da piazza Castello ha raggiunto il luogo dove un tempo sorgevano gli stabilimenti dell’Eternit. Venivano da Francia, Brasile, Messico, Spagna, Stati Uniti, Inghilterra, Svizzera, India, Belgio. E da tanti luoghi d’Italia. Medici, studiosi, cittadini, e familiari di persone uccise dall’amianto, giornalisti, tutti unanimemente impegnati per cancellare dalla terra questo killer invisibile che nei prossimi decenni continuerà a uccidere, almeno che non lo si lasci dov’è, nelle rocce, dove natura l’ha messo e da dove l’uomo non avrebbe mai dovuto toglierlo. Tutti impegnati a chiedere ai governi un atto di responsabilità per fermare una strage che ha una sola motivazione, quella di fare affari, perché il mondo può benissimo tirare a vanti senza eternit, il prodotto e il produttore per antonomasia, quello più tristemente famoso - probabilmente - in tutto il mondo.

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Paola Demarchi

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