Secondo appuntamento ieri, mercoledì 15 marzo, e secondo centro per il cartellone della “Prosa contemporanea” (il primo era stato Utoya il 10 gennaio) che ha portato mercoledì sera in scena al Teatro Municipale “Geppetto e Geppetto”, bel lavoro di Tindaro Granata sul tema complesso e coinvolgente delle coppie omosessuali e della paternità. Uno di quegli argomenti, per così dire, densi di ethos, logos e di pathos e che quindi si prestano fortemente alla drammatizzazione, almeno sulla carta.
Anche se poi tutto dipende, ovviamente, da come gli argomenti vengono sviluppati.
E lo spettacolo prodotto dal Teatro Stabile di Genova, insieme al Festival delle Colline Torinesi - Proxima Res, è un bello spettacolo, da molti punti di vista.
A partire dal testo intelligente di Tindaro Granata, che ha saputo essere al tempo stesso esplicito e rispettoso, grazie fondamentalmente alla profonda onestà intellettuale con cui è costruito.
Un testo articolato che attraverso la molteplicità dei personaggi concretizza, sulla scena, le emozioni forti, diametralmente opposte che la nostra società, ancora immatura per affrontare serenamente problematiche di questo tipo, porta inevitabilmente dentro a tali vicende.
Ma che sono anche connaturate ai diversi “punti di vista”, al vissuto dei diversi “attori”: l’ansia e il desiderio della paternità (con il dualismo irrisolto altruismo-egoismo, a secondo di come la si guarda), la crescita di un bimbo in una famiglia anomala e l’inevitabile confusione che ne deriva in alcuni momenti, la preoccupazione-consapevolezza (e un po’ anche la vergogna sociale) dei nonni... l’ilarità dei compagni di scuola, l’impreparazione degli stessi docenti, e così via...
E il pregio principale del testo è infatti che grazie a una abile scrittura drammaturgica, riesce a proporsi come “semplice” (si fa per dire, in realtà è frutto di un lavoro complesso e di attenta meditazione) “carta assorbente” di pregiudizi (positivi e negativi), conflitti (a tratti strazianti e comunque irrisolti), emozioni, sentimenti e destini che irrimediabilmente cozzano sul palcoscenico della vita dei due “papi” e del figlioletto Matteo. E fatalmente ribalzano nel contesto familiare che è - come sempre - soprattutto teatro di quegli stessi conflitti, piuttosto che bucolico e immaginifico luogo di concordia e amore.
Anche se è proprio l’amore alla fine l’unica risposta possibile.
Amor (dunque e non spes) ultima dea, unica leva in grado di agire su quelle regioni profonde dell’anima toccate da una vita diversa, perché fondata su scelte irrituali.
L’affetto come unico grimaldello per sfuggire alla tagliola di una società conformista e sommaria nei suoi spietati giudizi, ma da cui è impossibile prescindere.
Insomma uno spettacolo intelligente e a tratti commovente anche grazie a scelte registiche semplici ma fresche, capaci di contenere i costi (in scena qualche sedia, un tavolo, qualche cartello, delle magliette nere con nomi e ruoli dei personaggi) ma di dare al tempo stesso efficacia e movimento alla scena.
Quasi sempre tutti in scena gli attori (Alessia Bellotto, Angelo Di Genio, Tindaro Granata, Carlo Guasconi, Paolo Li Volsi, Lucia Rea, Roberta Rosignoli, tutti bravi), partecipi o straniati dal dramma grazie al gioco di luci e all’intrecciarsi dei dialoghi, spesso giocati sulla ripresa di una medesima parola chiave (amore, per esempio) che rimbalza in dialoghi diversi tra personaggi diversi offrendo declinazioni e punti di vista differenti.