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Analisi
Giovani e psiche, malessere amplificato dalla pandemia
Il punto con Paolo Casamento
Che l’emergenza sanitaria abbia accentuato il malessere, più o meno, in tutte le generazioni è un assunto certamente inconfutabile, ma se si stringe l’obiettivo sull’età giovanile, si tratta di un malessere già preesistente la pandemia, anche a livello psichiatrico. Ne abbiamo parlato col direttore della Struttura Complessa Salute Mentale Asl-Al Paolo Casamento.
La patologia psichiatrica, purtroppo, colpisce generalmente l’età giovanile, ovvero la tarda adolescenza (fino ai 18 anni) e la prima età adulta (dai 18 fino ai 27 anni). In queste fasce d’età è registrata la più alta incidenza di schizofrenia, seguita da disagi per grandi disturbi della personalità e da disturbi d’ansia con gradazioni diverse, mentre il carattere depressivo si sposta più avanti negli anni. In un bacino come quello del casalese, mensilmente parliamo di 15/20 nuove richieste. Talvolta, la consultazione può sfociare in un quadro benigno, quindi richiedere un breve percorso; altre volte, può richiedere percorsi più o meno lunghi in modo esclusivo o in lavori più integrati.
I disturbi schizofrenici, che interessano mediamente l’1% della popolazione giovanile, derivano da pluri-fattorialità, quindi, tra gli altri, da aspetti legati all’ambiente, alla genetica e alle caratteristiche delle relazioni intrattenute nei primi anni della vita. Nella maggior parte delle situazioni, se la diagnosi lo conferma, il soggetto segue terapie sine die, con sintomi residui. Altri soggetti, invece, recuperano.
I disturbi della personalità, invece, con i loro diversi livelli di gradazione, paiono essere in aumento. Questo, sembra significare che i modelli sociali formatisi negli ultimi anni (anche prima della pandemia) sui social, così come l’isolamento all’interno delle mura domestiche, non favoriscano lo sviluppo della personalità che è lecito attendersi dai giovani. Insomma, non sviluppano più appieno le dinamiche relazionali nella gestione delle emozioni. La pandemia può aver incrementato il fenomeno, ma essendo questi modelli sociali già presenti da anni, non parliamo di qualcosa di nuovo. Nel campo dei disturbi di personalità due sono le categorie più evidenti: Borderline e Dipendenti. Entrambe presentano caratteristiche diverse, ma possono giovarsi di un approccio psicologico e, in qualche caso, farmacologico.
Anche gli episodi autolesionisti, più frequenti nelle ragazze, sono abbastanza presenti, come il tagliuzzamento braccia, cosce e addome. Bastano anche piccole frustrazioni, insuccessi, delusioni e fallimenti per provocarli, come se si perdesse la prospettiva che gli insuccessi siano fatti normali della vita della persona e che aiutino a fortificarsi. In qualche modo, pare che il dolore reale fisico e la visione del proprio sangue attenui il dolore emotivo. Queste azioni, spesso, sono segnali di richiesta di attenzione e aiuto, rispetto all’incapacità di gestire al meglio le proprie emozioni.
Un buon rapporto genitore-figli rappresenta la terapia più sana, in termini di solidarietà, sostegno e aiuto. La famiglia deve essere contenitore emotivo e relazionale. Poi, è ovvio che se i comportamenti diventano perniciosi, pervasivi, gravi e si presenta una conflittualità importante, occorre la mediazione di figure professionali.
Dopo la famiglia, a meno che i sintomi siano devastanti, la prima porta resta quella psicologica e psicoterapeutica. Spesso si tratta di solitudini e incomprensioni; un approccio psicologico può comprendere e approfondire senza giungere a connotazioni in termini farmacologici e clinici. La psichiatria viene dopo. Rispetto all’approccio farmacologico, alcuni farmaci possono essere usati per lunghi periodi senza grandi problemi, ma sui giovani occorre sempre monitorare con estrema attenzione perché, spesso, sono solo disturbi transitori legati a fattori evolutivi, che poi confluiscono in quadri di maggiore stabilità.
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