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  • 08 settembre 2011
  • Conzano

Carlo Vidua conte di Conzano, giramondo e scrittore ritrovato - Interventi di O. Musso ed Elena Cappellano

“Passato com’era per molti e vari studi, ma datosi alle scienze di stato ed al disegno d’una storia contemporanea, egli [il Vidua] è da considerarsi ne’ viaggi come ricercatore di ogni cosa appartenente alla politica ed alla storia. Adunque, non semplice viaggiatore curioso, girovago, come dicono e come fanno così sovente gl’Inglesi, un Tourist”. In questi termini Cesare Balbo definisce il caro amico nelle pagine biografiche premesse alla pubblicazione delle Lettere, pubblicate quattro anni dopo la sua scomparsa, avvenuta nel 1830. Scopo del viaggiatore monferrino era quello di scrivere un’opera sulle sue vaste esperienze di viaggi, cioè di diventare un vero scrittore e lasciare un’orma del suo passaggio in questo mondo. Ma il destino non glielo permise. A quarantacinque anni infatti terminò la sua esperienza terrena,ad Amboina nelle Molucche, com’è noto, a causa di un’idropisia. Commoventi le parole che scrisse poco prima di morire al Governatore olandese delle Molucche, Ellinghuyzen: “ Quello che rimpiango è di non avere tre anni di vita in più per scrivere il frutto di tante fatiche, ricerche e lavori nelle quattro parti del mondo. Sia fatta la volontà di Dio.” (R. Coaloa, Carlo Vidua un romantico atipico, Casale Monferrato 2003, p.228). Dobbiamo rassegnarci dunque a considerare il Vidua uno scrittore mancato? Parrebbe di sì. Ma una gradita sorpresa ci viene da Firenze: l’editore Olschki ha infatti da poco pubblicato un volume di scritti del nostro inquieto viaggiatore: Carlo Vidua, Relazioni del viaggio in Levante e in Grecia (Presentazione di Fabrizio A. Pennacchietti), pp. 453, 2011. È la ristampa anastatica di un volume stampato in unica copia poco dopo la morte dell’autore e mai divulgata, che comprende le relazioni del suo viaggio in Medio Oriente ( Palestina, Giordania, Libano, Siria) e in Grecia tra il 1820-1821. La lettura delle relazioni riserva delle belle sorprese quanto allo stile: vivace, da narratore di razza. L’attenzione del viaggiatore è posta sui vari aspetti del paesaggio delle terre che percorre; descrive le rovine archeologiche che gli si presentano man mano (particolarmente attraente la descrizione di Gerasa e dei suoi resti imponenti); mette in rilievo gli usi e costumi delle varie popolazioni (Arabi,Beduini) che incontra. Ricerca le iscrizioni che trascrive e che finiranno pubblicate a Parigi nel 1826, un volume apprezzato dagli studiosi, ristampato anastaticamente anche in anni recenti. Si tratta dell’opera di uno studioso documentato (cita bibliografia specializzata e financo riviste scientifiche inglesi). Non manca di acquisire libri e reperti archeologici (come la statuetta di danzatrice siro-palestinese del II millennio a.Cr.: v. illustrazione). Ne scaturisce uno stile personale, che ci restituisce in parte lo scrittore mancato. Ma perché, se il testo era stampato poco dopo la morte, non venne divulgato? Secondo uno studioso autorevole del Vidua, Roberto Coaloa (op.cit. p.70), fu il padre che “non ne permise la stampa”. Il contenuto delle relazioni non giustifica l’opposizione del padre alla divulgazione dell’opera del figlio. Anzi la consiglierebbe,perché onora la memoria dell’autore. Eppure non c’è altra spiegazione: il padre, con cui Carlo non andava d’accordo,si oppose. Pio Girolamo Vidua era considerato un reazionario (fu primo segretario di Stato per gli affari interni nel primo ministero della Restaurazione) e un padre autoritario: voleva che il figlio prendesse moglie e la smettesse di vagabondare per il mondo in modo esagerato. Carlo aveva un grande rispetto per l’illustre genitore, ma si opponeva decisamente a farsi una famiglia. Il destino pose termine al conflitto. Non sappiamo se Carlo, sopravvissuto, si sarebbe rassegnato alla volontà paterna. Tutto fa supporre che esistessero nell’animo di Carlo dei motivi gravi di altra natura, destinati a restare segreti. Nell’atteggiamento del padre non c’era solo puntiglio, perché aiutò sempre Carlo nei suoi viaggi, procurandogli delle raccomandazioni presso personaggi importanti. Forse può essere illuminante circa la filosofia paterna una riflessione di Ennio Flaiano, Diario degli errori, Note di un viaggio in Francia. Aprile 1950 : «La noia e la malinconia aspettano dovunque si vada per divertimento, per cambiare. Solo il luogo dove viviamo non ci fa pensare alla morte, al fallimento, alla vecchiaia. Turismo, triste invenzione. Non c'è salute fuori dalla propria grotta. Stare fermi». Che è come dire “bougia nèn”. QUANDO LA SIRIA ERA IN PACE C’erano una volta i pen friends. Io stessa avevo un corrispondente a Parigi e uno in Inghilterra, e penso che mi siano stati molto utili per apprendere bene le due lingue. Spesso mi rispedivano le mie lettere con le correzioni. Adesso ho scoperto che ci possono essere gli e-mail friends. Non ho mai incontrato Olimpio Musso, ma abbiamo incominciato a corrispondere per e-mail a proposito di vocaboli di origine piemontese-casalese. In seguito alla sua lettura del volume di Vidua “Relazione del viaggio in Levante e in Grecia” pubblicato da Olschki per I Libri dell’Accademia e all’articolo che ha scritto su di esso, mi ha invitata a procurarmelo e a dire il mio parere. Cosa che ho diligentemente fatto. Di Vidua avevo sempre sentito parlare da Coaloa, fin da quando era giovanissimo, e non era ancora stato autore di articoli, libri e conferenze, che ho sempre seguito con interesse. Non immaginavo di provare, percorrendo il volume, un’emozione così forte. Alla lettura, mi sono parsi appassionanti , oltre che dotti, tutti i capitoli che rivelano, a mio parere, gli interessi sempre così ampi, dell’autore: artistici, scientifici, storici, psicologici, e in particolare economici e politici. Così come ho anche apprezzato in modo particolare le analisi dei caratteri di varie popolazioni e vari personaggi (beduini, turchi, sceicchi, ecc.), che mi hanno confermato l’impressione di un carattere di grande forza. Soprattutto il mio interesse si è appuntato sulla descrizione di Gerasa che in un mio viaggio, ormai abbastanza lontano, devo avere sfiorato, e su quelle di Damasco e di Palmira. Sono andata a ricercare le foto che a Palmira avevo scattato in quegli anni, in mezzo al sole e al vento che spazzava la pianura (ho ancora un ampio scialle-pareo di cotone rado, nero e rosso che i ragazzini vendevano ai turisti per proteggersi dalla sabbia. Tutti i luoghi visitati in quel viaggio mi avevano procurato un’emozione violenta, di bellezza e di eternità. Ero salita anch’io sulle alte costruzioni, sulle tombe che Vidua descrive nel suo libro. Ero anche tornata al tramonto, che mi aveva suscitato un’ammirazione straordinaria. Le isole di cui Vidua descrive le condizioni sotto il predominio turco, senza nascondere la sua disapprovazione, ha fatto risorgere in me l’immagine della parte turca di Cipro, in cui sono andata diverse mattine durante il mio soggiorno laggiù, insieme con la moglie dell’Ambasciatore di cui ero ospite, attraversando sei frontiere - c’era in mezzo un breve tratto di terra controllato dall’Onu -. Davanti agli occhi della memoria mi si è ripresentato il pavimento di un grande albergo greco, sfondato da un albero che era cresciuto con violenza, votandolo alla distruzione. Capisco come non sia questo l’atteggiamento che si deve assumere leggendo pagine scritte con impegno scientifico, oltre che storico e geografico. Ma non ho potuto farci niente. D’altra parte l’autore stesso non fa nulla per nascondere il coraggio e il prevalente spirito di avventura con cui ha affrontato quei viaggi. Elena Cappellano FOTO. Statuetta siro-palestinese del II millennio a.Cr. Collezione privata.

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