Flavescenza, risultati promettenti per la sperimentazione
La flavescenza dorata della vite, fitoplasmosi da quarantena continua imperterrita a causare ingenti perdite nei vigneti di molte aree viticole. Diverse sono le cause che fanno delle colline del Monferrato casalese una delle zone più colpite.
In primis la presenza di aree rifugio per il principale dei vettori oggi noto Scaphoideus titanus, cicalina di origine americana introdotta nella metà del secolo scorso. La battaglia condotta dall’Unione Collinare Terre di Vigneti e Pietra da Cantoni, ed in primis dal Comune di Rosignano Monferrato, è cosa ormai nota. A non arrendersi alla consuetudine del dolce far niente è stato per primo Dario Aceto, consigliere comunale che, grazie al validissimo aiuto dei tecnici delle associazioni agricole e della Provincia di Alessandria, si è fatto promotore di una corretta applicazione del D.M. 31/05/2000 recante le “Misure per la lotta obbligatoria contro la Flavescenza Dorata della vite”.
Dice Aceto: «L’eliminazione degli areali utili all’insetto per la sua moltiplicazione ed infezione porterebbe di per sé, unita ad una corretta procedura di trattamento contenitivo, ad una razionale convivenza con il giallume della vite. Il problema riscontrato sta nel fatto che, avendo la malattia un medio-lungo periodo di latenza prima di mostrare i suoi sintomi, ancora si è in grado di vedere i benefici del lavoro sin qui svolto.
È nata così, nel 2013, l’idea di dare al viticoltore dei mezzi nuovi per la difesa del vigneto, che non si limitassero alla lotta contro il vettore della malattia, ma che si concentrassero sul “risanamento” delle piante malate. Margara (Provincia di Alessandria), Bullano (CIA), Visca (Confagricoltura), ed io, fummo di comune accordo nell’appoggiare un’idea che Pansecchi (Coldiretti) da tempo sosteneva: l’eliminazione di parti di pianta infetta può portare ad una remissione dei sintomi della patologia».
Dal 2015 è stato avviato il progetto di sperimentazione in campo interamente finanziato dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Alessandria. Sono stati individuati due vigneti rappresentativi dell’areale viticolo per esposizione, varietà e tecnica colturale. Il primo intervento è stato effettuato nel mese di luglio, andando ad asportare tutta la vegetazione mostrante sintomi di giallumi della vite.
I risultati della sperimentazione
Un campione di foglie è stato prelevato da ogni pianta, imbustato e registrato secondo un preciso codice identificativo. Sono state mantenute alcune piante “testimoni” chiaramente malate, ma non assoggettate all’eliminazione della chioma infetta. Immediatamente il campione è giunto ad Alba, presso il Laboratorio di Analisi Enocontrol Scarl.
«La verifica condotta sulle foglie - aggiunge Aceto - ha il compito di stabilire la reale presenza di DNA fitoplasmatico e di discriminare se si tratti dell’agente eziologico di flavescenza dorata o di legno nero. La stessa operazione è poi stata ripetuta nel mese di settembre, per dare modo alle piante di ricostituire una chioma significativa. I risultati sono promettenti: delle 40 piante malate sottoposte alla prova ben 22 (55%) sono risultate al secondo esame esenti da DNA fitoplasmatico, la mortalità dovuta allo stress indotto è stata del 15%. Traducendo questi dati si può affermare che l’eliminazione delle parti di pianta infette è sicuramente utile a risanare buona parte di queste, il che si traduce in minori costi legati all’espianto e reimpianto oltre che un più rapido ritorno in produzione della vite.Importante è, però, chiarire che non parliamo di una capitozzatura da farsi nel periodo di potatura ma di una eliminazione sistematica dell’infezione durante la fase vegetativa. Infatti, il fitoplasma, vive nei vasi conduttori (floematici) che trasportano le sostante derivate dalla fotosintesi. La sperimentazione non è ancora conclusa quindi aspettiamo a cantare vittoria, ma i presupposti sono buoni».