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  • 05 aprile 2013
  • Casale Monferrato

Giovedì 11 aprile “Dialogo naturale” sulla mostra di Marco Porta

Si intitola “Dialogo naturale” la serata di giovedì 11 aprile che si terrà a Palazzo Vitta di via Trevigi dove è in corso la mostra di Marco Porta “Abito il sogno che mi abita”. Si tratta di una chiacchierata, in particolare rivolta al pubblico che vorrà intervenire, insieme all’artista, al curatore della mostra Luigi Cerutti, all’assessore Augusto Pizzamiglio e al direttore de “Il Monferrato” Pier Luigi Buscaiolo. Una chiacchierata (l’appuntamento è alle ore 21) che vuole approfondire i temi della mostra, la collocazione in Palazzo Vitta e al rilancio di questo antico edificio che potrebbe candidarsi a diventare il centro culturale e artistico di Casale. In questo contesto ne abbiamo parlato con il curatore dell’evento chiedendo come è nata la mostra: «Non ho mai delle aspettative quando mi preparo a curare una mostra. Il motivo non è scetticismo nei confronti di quello che si può mettere insieme; quanto piuttosto un sentimento diffuso di incoscienza. Mi spiego meglio. La mostra “Abito il sogno che mi abita”, è il risultato di una riflessione che si è aperta molti anni fa. Sia per quanto riguarda me, che, in maniera ancora maggiore, per quanto riguarda Marco Porta. Un passaggio fondamentale di questo riflettere è avvenuto proprio a Casale, un anno e poco più fa, con la mostra personale “Orme in attesa di un passo”. È importante sottolinearlo perché il carattere di continuità è una delle condizioni basilari dell’arte contemporanea, e non solo in termini di produzione visuale. Quando abbiamo pensato alla mostra a Palazzo Vitta, così, abbiamo messo insieme un gruppo di idee e di pensieri che si affastellavano da tempo e li abbiamo raggrumati in una istantanea molto densa». «È in questo che esiste e rimane un’anima di inquietudine e incoscienza. Una mostra, non diversamente da un libro o da un film, da una sinfonia, la si riscopre ogni volta che la si vede. Ecco perché vedere così tanta gente visitarla, sia alla vernice che nelle settimane che l’hanno seguita, è motivo di manifesta felicità. L’arte è innanzitutto pensiero, ecco perché non deve essere relegata in un piccolo canto per pseudo-intenditori o piccoli snob, così come normalmente non si è soliti fare con i libri, con i film del cinema. Cambia il linguaggio, e quello visuale ha un comportamento e un retroterra stratificato e complesso, ma non l’intenzione. Che è sempre quella di produrre un’idea, mediante l’assemblaggio e la formazione di una forma e la polarizzazione di questa veste formale di un pensiero puro. È stato interessante vedere la reazione di molte persone in visita di fronte al lavoro composto dagli escrementi di capra. Quel lavoro è fatto di quella materia perché la stessa è parte del pensiero che la contempla e questa naturalità, il percorso non sempre indolore che unisce l’idea al suo prefigurarsi, non deve spaventare in alcun modo. Ed infatti tutti i commenti raccolti proprio su quell’opera sono stati oltremodo puntuali e non presentavano pregiudizi. Questo è un esempio che trovo emblematico di come è sempre opportuno approcciare un’opera: mettercisi davanti e considerarla per quello che è. Un’idea fatta di una forma e di un pensiero che la attraversa». Fare di necessità virtù Palazzo Vitta, continua Luigi Cerutti «è un posto meraviglioso. In centro alla nostra città, sepolto da anni di polvere e di disinteresse. Come per le belle donne che si è abituati ad aver a fianco, si è più neghittosi e negligenti nel notarle. Non è semplice allestire e preparare una mostra. Pochi muri, problemi elettrici non sempre di semplice soluzione. Ma la sfida di un curatore e di un artista è anche questa: fare di necessità virtù e confrontarsi con uno spazio. Perché da questo vengono fuori le idee e le soluzioni che si trovano costruiscono in autonomia nuovi equilibri di pensiero. Forse anche inaspettati. Non è stato semplice montare le opere al pian terreno oppure sonorizzare lo scalone con un effetto che soddisfacesse l’idea e il piano teorico dell’opera. Ma la cornice che il Palazzo offre garantisce uno spaesamento e straniamento molto maggiori rispetto ad una galleria formato white-cube come siamo soliti incontrare sulle rotte abituali dell’arte. È una delle cose che amo dell’arte e che fa parte della tanto snobbata responsabilità culturale. Se scrivere un libro ha a che fare con la parola stampata e diffusa, l’essere artista ha a che fare con qualcosa di materico, fisico, esistente in termini molecolari. Si mette qualcosa - nella migliore delle ipotesi per un arco di tempo rimediabile - in un dato posto. Il rischio è innanzitutto di combinare un guaio e di peggiorare le cose rispetto a quando non c’era nulla. Non sempre l’artista merita l’attenzione e gli spazi che gli vengono concessi. Ecco perché pensare ad una mostra per Palazzo Vitta è stato innanzitutto una splendida sfida mentale». Il destino delle opere d’arte Il futuro delle mostre, conclude il curatore, «è sempre molto condizionato dalla loro presenza fisica. Questa mostra è stata pensata in esplicita relazione con uno spazio. Il trittico di lavori al pian terreno, il numero di quadri, l’equilibrio sonoro che unisce gli estremi del percorso e li compatta. Tutto questo non è smontabile e rimontabile a piacimento, come si fa con un tavolo Ikea. Tuttavia, quello che la mostra ha espresso, una certa poetica e un dato intellettuale, ha (già) prodotto delle conseguenze. Alcuni lavori potrebbero diventare parte di rassegne e mostre che stanno prendendo forma in questi mesi. Anche qui si parla di continuità: quella del pensiero e della riflessione». «Non è incoerente o infruttuoso prendere una parte di questa mostra e porla in un altro luogo se l’artista e il curatore trovano corde comuni e un ambito di significazione forte. Non sarebbe sbagliato porre e dare nomi alle cose in un altro contesto; magari in un museo di montagna. Così come non sarebbe sterile inserire L’acqua per il re in una mostra con Jan Dibbets e Piero Fogliati. Ecco perché una mostra ha sempre germinazioni che come ogni fioritura va controllata ma non per questo impedita». Lo spazio di Palazzo Vitta «grazie al quale tutto questo è iniziato, invece, rimane lì. La speranza come cittadino casalese e come curatore è che questa esperienza così positiva, pensare a delle cose, metterle insieme ed in stretta relazione con lo spazio - non fatico a definire questa mostra site-specific -, è che possa essere preso in considerazione per altri momenti. Di qualsiasi tipologia. Abbiamo riscoperto un luogo che molte delle persone, sia di Casale che di fuori, hanno definito “impressionante”. Non dimentichiamolo. La mia esperienza di curatore mi impone di pensarlo in chiave visuale - ma non deve essere l’unica. Una o due mostre all’anno di grande livello come è questa, il Palazzo è in grado di digerirle. Purché vengano pensate con il rispetto che lo stesso contenitore architettonico merita e delle regole e vincoli che impone. Quando lo vidi per la prima volta ha pensato subito a quanti artisti davanti a quelle sale avrebbero voluto esporre e preparare un’opera».

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