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Storie di vita
Laura Letizia: la bellezza intrinseca nelle fotografie del calendario 2020
Da undici anni conduce una personale battaglia contro il male del secolo
Sarà la coprotagonista del mese di dicembre, il nuovo calendario 2020 creato dal make up artist Paolo Demaria per il Gruppo D Maiuscola, la monferrina Laura Letizia Nosengo. Cinquantanove anni, alta 167 cm, capelli bianchi e misure, non esattamente 90-60-90. Uno scherzo? Una provocazione?
Niente di tutto questo. Bellezza intrinseca, profilo importante e immagine autentica sono le caratteristiche scelte da Demaria per il nuovo calendario delle donne per le donne a cui, Laura Letizia, tra le altre, risponde appieno a tutti i requisiti.
Il calendario verrà presentato ufficialmente domenica 1° dicembre alla Magnoberta di Casale Monferrato e le donne, protagoniste dei dodici mesi dell’anno, sono tutte donne con la D Maiuscola; donne che hanno affrontato il carcinoma al seno, ridisegnando la propria vita, tirando fuori dal cassetto dell’anima i colori più belli e le armonie più sottili. Alcune di loro sono rinate, altre hanno ritrovato la vita, altre ancora continuano a lottare ma, tutte, hanno riscoperto la loro sensibilità e bellezza nascosta.
Dopo “Rosa” (mese di ottobre), la cui storia è pubblicata su Il Monferrato online, oggi vi racconteremo quella Laura Letizia e del suo carcinoma duttale infiltrante, scoperto 11 anni fa, con l’ascella già invasa per più di metà superficie, dai “tentacoli” che avrebbero ben presto raggiunto gli organi.
Nel marzo del 2008, Laura Letizia, reduce da tre anni di quotidiani in corsa (mamma malata di Parkinson) e almeno 7 lustrin di sofferenze mai sopite (a 13 anni un brutto incidente), ricorre, come non mai prima di allora, all’autopalpazione del seno.
Perché decidesti di farlo?
Fui spinta da un’insistente e anomala spossatezza. Sarebbe bastato che il mio dito andasse due centimetri in là e mi sarei messa l’animo in pace. Invece, andò letteralmente a cozzare contro una formazione dura, rigida, grande come un nocciolo.
Quale fu la reazione?
Subito, pensai di non dire nulla a nessuno, sperando che il nodulo se ne andasse, così come era venuto. Poi, in uno dei quotidiani monologhi con papà (morto nel 1995), cambiai idea e mi sottoposi a tutte le visite necessarie. Mi comunicarono la natura maligna del linfonodo, ancor prima che l’istologico la confermasse. Non ebbi paura per me stessa; istintivamente, il mio pensiero andò ai miei famigliari.
Poi cosa facesti?
Chiesi subito quanto tempo avrei ancora avuto e come mi sarei dovuta organizzare. Il medico mi sorrise dicendomi: un paio di ciabatte e un bel pigiama. Mi aggiunse, che presto ne sarei uscita. Affrontai così ogni passo con serenità: avevo solo bisogno di sapermi autosufficiente. Così fu. Ovviamente, non prima di attraversare un periodo particolarmente provante.
Quale fu il momento più difficile?
Dopo l’intervento sostenuto il 17 aprile del 2008, iniziai la chemioterapia: ogni tre settimane, due cicli di quattro terapie. Il primo ciclo fu il più micidiale: nausee fastidiosissime. Al confronto, quella generata dalle dolorosissime emicranie che mi hanno sempre tormentata, era una robetta; quella da gravidanza, una robina. La nausea da chemio è qualcosa che senti in tutte le ossa e in tutto l’organismo ma, grazie ad un po’ di forza e di ottimismo, oltre alle attenzioni dello staff ospedaliero, si supera. La parte più difficile, viene dopo, quando realizzi la tua nuova condizione fisica. Psicologicamente può anche diventare devastante.
Cosa ti ha aiutata?
La Fede, papà dal cielo, gli amici più cari e, più recentemente, il Gruppo D Maiuscola. Grazie a loro, non ho mai avuto cedimenti.
Oggi?
Dopo 10 anni di silenzio, dal 2018 le metastasi sono tornate a farmi compagnia, localizzandosi sui linfonodi bronchiali e a livello osseo diffuso. Sto seguendo una terapia di chemio orale e assumendo flebo per le ossa, una volta al mese. Con le metastasi ci convivo tranquillamente, controllando che la malattia non progredisca.
Cosa ti spaventa?
Mi spaventano i cambiamenti improvvisi, quelli che non si possono governare, controllare e programmare. Ma sono positiva: nella vita ho rischiato di tornare più volte da dove ero venuta ma non era la mia ora. Il destino è scritto.
Cosa c’è stato nel tuo passato?
Un incidente che ancora oggi non riesco a guardare in faccia, una depressione che mi ha portato all’anoressia, un padre morto troppo presto e una madre dolorosamente, ma anche la cultura classica, la letteratura, i viaggi, il pianoforte e un fisico da modella.
Come ti ha cambiata il cancro?
È stata un’esperienza positiva: apre gli occhi e ti fa vedere le cose in maniera diversa.
Cosa c’è, invece, nel tuo presente?
Un chilo e settecento grammi di nome Pluto, i gattini, un lavoro, la lettura, la scrittura, la musica, un figlio e, a giorni … un calendario!
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