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  • 28 gennaio 2008
  • Casale Monferrato

Moneta, Nobel per la pace e Bistolfi, convegno a Udine

Martedì 29 il casalese Roberto Coaloa sarà relatore a un convegno a Udine, al salone Tiepolo di palazzo Caiselli su «Teodoro Moneta, un Nobel italiano nell'oblio». Coaloa parlerà su «Da Leonardo Bistolfi a Bertha von Suttner e Lev Tolstoj Moneta e la ricerca di uomini e donne per la pace». Pubblichiamo di seguito un suo saggio sull'argomento -- In occasione del centenario dell’assegnazione del Nobel per la Pace a Ernesto Teodoro Moneta nel 1907, ho ripercorso la vicenda biografica di una delle personalità più complesse del Risorgimento e del pacifismo internazionale in un saggio, «“L’altro Tolstoj” e la sua difficile corrispondenza con Moneta. Due le lettere inedite di Lev Nikolaevič Tolstoj a Ernesto Teodoro Moneta», pubblicato a dicembre sugli Annali di storia moderna e contemporanea dell’Università Cattolica di Milano. Moneta, nato il 20 settembre 1833 a Milano, è l’unico Nobel per la Pace italiano. Oggi è un nome che agli italiani dice poco o nulla, come la maggioranza di quei personaggi che hanno dato voce culturale al sentimento civile che ha caratterizzato il Risorgimento (occorre però ricordare che a Villa Nobel di corso Cavallotti a Sanremo si è conclusa domenica una mostra su Moneta curata da Pietro Redaelli, mostra che sarà saggiamente riproposta al Circolo della Stampa di Milano, ndr.). La vita del Nobel passò inizialmente nel tourbillon della rivoluzione: quindicenne combatté nelle Cinque Giornate di Milano; fu “mazziniano”, in seguito compagno d’armi di Garibaldi. Partecipò come ufficiale alla Terza guerra d’indipendenza, ma, dopo quella dolorosa esperienza, si ritirò dall’esercito e si dedicò alla cultura pacifista. Dal 1867 fino al 1895 fu direttore del giornale «Il Secolo». Nel 1887 fondò L’Unione lombarda per la pace e l’arbitrato internazionale e nel 1891 la Società per la pace e la Giustizia internazionale. Nel 1898 creò la rivista «La Vita Internazionale». In quell’anno Tolstoj rispose al questionario lanciato dalla rivista di Moneta sul «problema della guerra e del militarismo». Alcuni anni dopo, però, Moneta fu favorevole all’intervento italiano in Libia nel 1911 e, nel 1915, alla guerra contro gli imperi centrali. Per comprendere questa contraddizione occorre ricordare che Moneta non fu mai un pacifista assoluto, nello spirito di Tolstoj. Fu mazziniano e profondamente convinto, come Mazzini, che la pace sarebbe stata il risultato della felice convivenza fra Stati nazionali in cui il principio della volontà popolare aveva sostituito quello della legittimità dinastica. Pensava che i popoli sarebbero stati più pacifici dei governi ed era convinto, come il presidente americano Woodrow Wilson, che la Grande Guerra sarebbe stata «a war to end all wars», una guerra per mettere fine a tutte le guerre. La morte, il 10 febbraio 1918, gli risparmiò molte delusioni. Ora, in occasione del convegno di Udine su Moneta, propongo un approfondimento delle relazioni che il pacifista ebbe a cavallo tra Ottocento e Novecento, coinvolgendo nel suo progetto di pace non solo i politici ma anche gli artisti e gli scrittori, tra belle speranze e atroci contraddizioni, come testimoniano i legami di Moneta con alcune figure simbolo della sua epoca: lo scultore italiano Leonardo Bistolfi, la scrittrice boema Bertha von Suttner, nobel per la pace nel 1905, e lo scrittore russo Lev Tolstoj. LEONARDO BISTOLFI- Leonardo Bistolfi, nacque il 15 marzo 1859 a Casale Monferrato; di sei anni più giovane dei pittori Cesare Tallone e Angelo Morbelli, nati nel 1853 e morti nel 1919, amici e allievi dell’Accademia di Brera, come pure Giuseppe Pellizza. Un altro rappresentante artistico monferrino, ma milanese d’adozione, fu Eleuterio Pagliano, nutrito dalla militanza garibaldina di cui celebrò molte imprese di guerra caratterizzate dall’esattezza delle ambientazioni e nella resa dei caratteri e delle emozioni. Bistolfi, a diciassette anni si iscrive a Milano all’Accademia di Brera; nel 1880 passa all’Accademia Albertina di Torino, per studiare con lo scultore lombardo Odoardo Tabacchi. Nel 1881 apre uno studio a Torino e inizia un’alacre attività nella scultura. Nel 1906 esegue «La bellezza liberata dalla materia», il monumento a Segantini di Saint-Moritz. Nel 1908 esegue il monumento a Garibaldi di Sanremo (sulla passeggiata imperatrice, ndr). Nel 1909 esegue il monumento a Zanardelli di Maderno. Tra il 1909-1928 esegue il gran monumento a Carducci di Bologna. Bistolfi è un personaggio esemplare per studiare l’epoca in cui visse: inserito nella cultura del suo tempo, ebbe fortissimi legami con gli artisti europei contemporanei e con moltissimi intellettuali; le sue opere furono destinate all’America Latina e collezionate anche in Giappone. Bistolfi ebbe anche una grande passione per la musica, come testimonia la sua amicizia con Arturo Toscanini per cui realizzò nel 1911 la tomba di suo figlio Giorgio, morto prematuramente nel 1906, e collocata al Cimitero Monumentale di Milano. Bistolfi eseguì una celebre medaglia per il Maestro nel 1920. Un esemplare fu offerto dal Maestro Toscanini a Gabriele D’Annunzio la sera del 28 giugno 1921, dopo l’esecuzione della Nona Sinfonia di Beethoven alla Scala. Nell’occasione si commemorava un concerto che il Maestro aveva diretto a Fiume il 21 novembre 1920. La medaglia per Toscanini fu giudicata un “capolavoro” da Emilio Zanzi che osservò come il ritratto fosse «tutto muscoli, nervi e cervice», e che la propensione al patetico che univa i due maestri non fosse casuale poiché qualche statua di Bistolfi «sembra sia nata e abbia preso sostanza nell’onda delle più patetiche e dolorose interpretazioni toscaniniane di Beethoven e di Wagner». I legami di Bistolfi con la cultura e lo spirito dell’epoca sono inoltre testimoniati dalle sue ultime opere: il 20 settembre 1922 fu inaugurato il monumento a Edmondo De Amicis di Torre Pellice e il 17 dicembre 1922 il medaglione a Cesare Battisti di Pinerolo. Quest’ultima opera s’inserisce nella vasta produzione di Bistolfi dedicata alla memoria della Grande Guerra, come il Monumento ai caduti di Casale Monferrato (inaugurato il 26 maggio 1928, in presenza del re Vittorio Emanuele III). Questa opera complessa è dominata dalla figura bronzea del Fante con il suo enorme cappotto, la sciabola baionetta a forma di croce stretta al petto, e lo sguardo fisso ma pieno di dolore, in faccia alla morte. Grazie alle linee semplici, delle larghe masse del corpo, e del volto del Fante («A l’è ‘n toc d’paura», osservò Bistolfi), l’artista riuscì a comunicare la sofferenza della guerra che egli sentiva intensamente, come dimostrano i suoi scritti e le sue attività per raccogliere fondi e per recare conforto ai soldati. Il Fante di Bistolfi ispirò in seguito molti imitatori: l’esempio più celebre è quello di Eugenio Baroni, nella vedetta giovane e quella anziana (con sciabola-croce) del suo Monumento a Emanuele Filiberto di Savoia nel 1937, in Piazza Castello a Torino. Bistolfi fu un artista amato e stimato nel suo tempo; ricevette riconoscimenti dal mondo accademico e dalla critica contemporanea, non solo: il 1° marzo 1923 il mondo dell’ufficialità gli donò la nomina a senatore del regno. Bistolfi morì il 2 settembre 1933 nella sua casa di La Loggia e qui fu sepolto; il 3 dicembre 1933 la salma dello scultore fu traslata al Cimitero di Casale Monferrato e tumulata nel Famedio alla presenza del Quadrumviro De Vecchi di Val Cismon (altro casalese, ndr.). I legami di Bistolfi con gli uomini del suo tempo sono testimoniati da un fitto epistolario (che sarebbe interessante veder radunato in un’unica opera). Abbiamo rintracciato una lettera inedita di Leonardo Bistolfi a Ernesto Teodoro Moneta nell’Archivio delle Civiche Raccolte Storiche di Milano, di cui è parte il Museo del Risorgimento. La lettera sarà pubblicata integralmente in «Nuova Antologia» nel corso del 2008 in un saggio del sottoscritto dedicato a Ernesto Teodoro Moneta nel 90° anniversario della morte. La lettera di Bistolfi a Moneta è scritta da Torino, il 22 maggio 1911. Bistolfi era allora legato a Moneta da un’antica amicizia. Lo scultore conosceva Edmondo De Amicis (1846-1908) che collaborava alle riviste pacifiste di Moneta. Ammirava profondamente nel pacifismo di Moneta la «grande opera d’amore che il suo intelletto e il suo cuore vanno compiendo». Moneta commissionò un lavoro a Bistolfi, ma lo scultore non poté eseguire quel “compito” perché, come spiegò nella lettera: «per quanto semplice e modesto, non mi è facile attraverso al cumulo d’impegni che mi opprime e che rende la mia vita un’affannosa ansia di lavoro e di aspirazioni insoddisfatte». Lo scultore termina la lettera di tre pagine con altre scuse per non riuscire ad eseguire il “compito” e firmando «il suo Bistolfi». Da “monferrino” non posso che finire questo mio breve profilo di Bistolfi ricordando – con orgoglio – il grande lavoro svolto da Germana Mazza per la conservazione e la valorizzazione della Gipsoteca Bistolfi a Casale Monferrato, di cui è responsabile. La Gipsoteca ha un allestimento curato da Germana Mazza, Carla Enrica Spantigati e Teresa Rossi, che propone al visitatore un percorso malioso e ricco di mistero nell’opera e nella storia di Leonardo Bistolfi. Roberto Coaloa FOTO. Moneta, un Nobel per la pace e il "Fante" di Bistolfi, particolare del Monumento ai Caduti ai giardini pubblici di Casale Monferrato (f. Angelino)

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