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Sabina Guzzanti al Teatro Municipale: Fö-bbö, Vaatsà-ap e il neoliberismo

Due teli bianchi, qualche pupazzetto e due riflettori per proiettarne le immagini, due leggii... due microfoni. E - cosa più importante, ovviamente - una pungente visione del mondo. E lo spettacolo è fatto! Due ore divertenti ieri, venerdì 10 marzo, e stimolanti con una Sabina Guzzanti in formissima, venerdì sera, in un Teatro Municipale che se non era sold-out poco ci mancava. Uno spettacolo che starebbe benissimo in tivù, certo, ma che trova il proprio spazio ideale forse proprio a teatro, di fronte a un pubblico più “selezionato” e critico, più curioso e intellettualmente vivace. Due i filoni del “racconto” di Sabina Guzzanti, quello riflessivo-critico e quello di più propriamente divertente, due filoni “mixati” con attenzione e mestiere: il neoliberismo e la satira sui social-network. Guardata in una (ipotetica) ottica “storica” - vale a dire da un futuro libero da guerre, speculazioni, sfruttamento e arrivismi - la nostra epoca appare una barbarie, con una “ideologia” camuffata da “naturale” stato delle cose (il neoliberismo, appunto) in cui potere è denaro e il denaro è potere, in un circolo perverso che accumula ricchezze nelle mani di pochi a danno dei molti. E sarebbe proprio questa ideologia subdola ad avere impedito ai “merdolani” - chi ha vissuto nel cosiddetto “secolo di merda” (espressione scelta per acclamazione dalla stessa platea “in concorso” con “secolo di cacchetta”) tra il 1989 e il 2041 - di ribellarsi a una situazione che - vista da una certa distanza - non ha davvero molto senso: perché molti - infatti - dovrebbero accettare di essere vessati e privati di ricchezze e diritti da pochi? La satira sui social network E poi - dicevamo - la (salutare!) satira sui social-network e sull’utilizzo ideativamente depauperato delle risorse del web. Sabina Guzzanti, interpretando un personaggio che - vivendo in una civiltà ormai lontana nel tempo futuro e con una lingua diversa dalla nostra - ha fatto un ricerca storica su usi e costumi del “secolo di m...”, storpia volutamente i nomi dei social: Fö-bbö (per FB), Ueè-èeb (Web), Vaatsà-ap (What’App) e indugia sugli aspetti più acritici e populisti. Importantissime, dice, erano le “opinioni”. Ma cos’era all’epoca dei merdolani una opinione?, domanda retoricamente. Una accozzaglia di frasi, spunti e pezzi di notizie su un fatto o una circostanza, mescolati a caso e senza un criterio e che venivano postati sui social e rilanciati. Tutto gratis... Poi però le stesse sciocchezze le dicevano giornalisti, comici e politici, facendosi strapagare o per scopi elettorali, e i merdolani, quando sentivano i discorsi dei politici dicevano tutti soddisfatti: «Hai visto, dice le stesse cose che dico io...». Le immancabili imitazioni E si arriva alle immancabili imitazioni, presentate nel corso dello spettacolo come documenti dell’epoca dei “merdolani”: la Maria nazionalpopolare che intervista nientemeno che Dante Alighieri e che poi lo liquida frettolosamente temendo per contrappasso di trovarsi costretta per l’eternità a «guardare in tivù un fiume di m... senza avere il telecomando» per cambiare canale; un Berlusconi alias boss della mafia, Giorgia Meloni e poi una grandiosa Virginia Raggi che confessa: «Non lo so come sono diventata sindaco di Roma, so solo che ho vinto un provino con Casaleggio...». E che alle critiche che le rivolgono risponde candidamente che lo aveva subito dichiarato in campagna elettorale che se vinceva lei avrebbero governato i romani: «Per cui se c’è qualcosa che non va chiedetelo a loro, ai romani... Anche io vorrei chiederglielo...». Concludendo poi che la direzione politica del partito non sa che pesci pigliare: «Cosa facciamo? Riunioni? No, sedute spiritiche, sperando che Casaleggio ci dica che cosa fare...». (Foto Massimiliano Francia)

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