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Scrivere, salvezza o condanna?

di Elio Gioanola

 

Non ho sempre scritto, anche se scrivere è diventato il mio mestiere. Infatti ero arrivato a trent’anni senza avere scritto nemmeno una riga, anche se avevo sempre saputo che quello della scrittura sarebbe stato il mio destino.

Ero francamente disperato, come chi sente fortemente una vocazione e, nello stesso tempo, non riesce a realizzarla.

Certo, a pensarci, ci doveva essere un impedimento legato all’eccessivo rispetto per una funzione giudicata quasi sacrale. Facevo il professore di lettere ed ero letteralmente abbagliato dalle grandi opere della letteratura, ma non riuscivo a dare una qualche attuazione ad un istinto che pur sentivo tanto forte, e quasi tormentoso. Devo dire che riuscivo anche a trasmettere la mia passione alle scolaresche che passavano anno per anno sotto le mie cure, ma se dovevo mettere per iscritto i frutti delle letture  che trasmettevo nell’insegnamento, mi cadevano le mani  dalla penna (stilografica). E pensare che quando me l’avevano regalata avevo creduto con quella di dare inizio alla mia carriera di scrittore, rinviata invece di anno in anno per puro difetto d’ispirazione.

Tutti i progetti che avevo immaginato cadevano via via, lasciandomi un rammarico molto simile alla disperazione. Finché, ormai con anni d’insegnamento alle spalle, con la cattedra dell’insegnamento conquistata in un duro concorso, sposato con moglie e figli da mantenere anche con il pesante obbligo delle lezioni private, ero giunto alla disillusione totale, la montagna da scalare mi sembrava superiore  alle mie forze.

Non mi mancava tanto l’argomento da affrontare, che anzi mi era suggerito persino dalle circostanze di famiglia, per così dire, essendo fin da ragazzo abituato a passare molti mesi della vacanze a Santo Stefano Belbo, a casa della mia madrina di battesimo, la mitica Pavese Palmina, di cui ho già scritto qualcosa per questo giornale.

Ebbene, la madrina era parente non so in che grado, del famoso scrittore Cesare, nativo dello sesso paese langhigiano e solito ritornarvi in quegli anni del dopoguerra, proprio quando anch’io mi trovavo là. Non ricordo proprio, e mi dispiace per ciò che sarebbe capitato tanti anni dopo, se in occasione dei miei soggiorni estivi, mi sia capitato di intravedere lo scrittore, che in quegli anni conosceva la sua consacrazione e andava incontro al suo tragico destino, però la madrina avrebbe fatto di tutto per non incontrarlo, considerandolo, erroneamente, un comunista e un ateo.

Così mi dispiace non avere conosciuto di persona l’autore a cui avrei dedicato il mio primo impegnativo libro di critica letteraria, anche se posso dire che è stato proprio Pavese a sbloccare la mia attività critica, che probabilmente sarebbe rimasta per sempre ai blocchi di partenza senza quei lontani, sotterranei, precedenti.

Quel grosso volume, venuto alla luce quando ormai avevo abbondante superato i trentacinque anni, è come se avesse rotto un impedimento interiore, considerato che, da quel momento, posso dire ai avere pubblicato quasi un libro all’anno, mentre conservavo sempre l’illusione di diventare  un narratore, un autore di romanzi, a cui mi sono dedicato molto tardi, con risultati molto modesti. Ho capito, in ogni caso, grazie proprio a Pavese, che o si racconta o ci si occupa criticamente di chi è in grado di farlo davvero.

Elio Gioanola