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Schumann batte Beethoven

Sabato all'Accademia Filarmonica di Casale

 

Schumann batte Beethoven. Ci spiace caro Ludwig sei troppo, formale, “classico”, chiuso nella tua forma sonata. Sei stato sconfitto da uno spirito capace di stemperare la sua inquietudine nel periodo più fecondo della sua arte. Non è un incipit troppo romanzato per una recensione, chiedete a chi c’era sabato all’Accademia Filarmonica di Casale ad ascoltare il Trio d’archi dei Berliner Philharmoniker: Vi diranno anche loro di essere stati rapiti da Schumann e da Romano Tommasini, Wolfgang Tarliz, David Riniker, con l’aggiunta di Hugues Leclère al piano.

E poi a questi livelli bisogna andare oltre ai commenti sulla tecnica. Persino il direttore artistico Sergio Marchegiani rinuncia alle spiegazioni nel presentarli, ha lì le prime parti dell’orchestra più famosa del mondo e un pubblico impaziente seduto anche sugli strapuntini, non gli resta che non iniziare alle 21 con puntualità tedesca.

Così l’aspetto più originale del concerto diventa proprio il confronto tra due idee di musica rese nella loro essenza.

Primo tempo con un impeccabile Trio per archi n 5 di Beethoven, secondo con il quartetto con pianoforte op 47 di Schumann. Brani distanti oltre 40 anni, ma che i cinque minuti di intervallo trasformano in due concerti distinti. Per spiegarlo serve scomodare Karl Dalhaus: il pedante musicologo tedesco sosteneva che la musica tra 7 e ‘800 non va divisa per periodi, ma in aree geografiche. Da una parte Vienna, imperiale, cattolica, illuminata dal classicismo della trimurti Haydn, Mozart, Beethoven, dall’altra la Germania luterana, dove lo stile galante incontra lo Sturm un drang, e si riempie di elfi e gente incline a morire in manicomio. Il romanticismo nasce lì.

Tesi confutabile, considerato l’enorme eredità di Beethoven. Però questa esecuzione sembra davvero la dimostrazione che Lipsia, dove Schumann compone il suo quartetto, sia stata la capitale di un regno fatato con regole proprie. Bach, che qui ha coronato la vita, è ben presente nel corale del secondo tema e loro lo accompagnano con la magnificenza di un organo. Mendelssohn, che a Lipsia fu sodale di Schumann, fornisce l “Elfen Musik” dello Scherzo che i quattro rendono notturno e arcano. E poi c’è il lirismo appassionato nell’andante cantabile (dove Talirz si rivela una viola potente) e un finale che esalta tutte le sfumature del fantastico: piccole sorprese, divertimenti mozartiani, effusioni alla Liszt e persino atmosfere chopiniane. C’è talmente tanta musica lì davanti che una stella come Leclère, rimane a brillare di sfondo.

Qualcuno fa notare che un concerto del genere sarebbe stato meglio a teatro, ma ci saremmo persi anche il vibrato di Tommasini e la voce profonda del violoncello di Riniker a due metri di distanza. Meglio questo salotto, dove puoi richiedere l’Andante di Schumann per intero come bis e durante la standing ovation stringere le mani agli esecutori.

Per chiudere una curiosità: la prima volta che membri dei Berliner si esibirono qui era nel marzo 2012 con il Philharmonisches Streichquintett e anche allora il violinista era Tommasini. Replicarono nel 2018 a Valenza per il Festival Echos. Ora Marchegiani ha inseguito di nuovo Tommasini per tutto il mondo per preparare questo cartellone. Se qualche musicologo spiegherà mai le caratteristiche della musica in Piemonte, dovrà partire da questo folle desiderio di avere il meglio nel salotto di casa.

Alberto Angelino

FOTO. Standing ovation finale