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Ospedali (storia) in Monferrato (2)

Alla Braida di Morano - San Giacomo a Pontestura - A Trino san Lazzaro per i lebbrosi - Santo Spirito di Crescentino

Tra gli ospedali gestiti da Ordini cavallereschi, caso particolare quello di Morano Po, dove intorno alla metà del XII secolo si ha notizia sicura di una struttura in regione Braida, lungo l’antica via romana da Chivasso a Casale e fino a Milano, non distante dall’incrocio con la Vercelli-Asti. Tale presenza è confermata negli Annali di Aldo di Ricaldone, che cita anche la data, 1167. E’ gestita dai Gerosolimitani della locale precettoria. Il Settia aggiunge non essere “chiaro se essa sia da identificare con l’ospedale “qui dicitur Dei Casium” per il quale, tra 1160 e 1179, il marchese Guglielmo V ottenne la protezione di papa Alessandro III insieme con l’ospedale di Felizzano anch’esso da lui fondato; l’identificazione sembra tuttavia possibile poiché, oltre a Morano e a Felizzano, non si conoscono altri enti ospedalieri creati da Guglielmo”. Da quell’ospedale, del tutto scomparso, si tramanda arrivi una pesante pietra, ora sistemata sotto i portici del palazzo comunale, conosciuta come “preja del medich”.

Sulla riva opposta del Po, tanti ricordi per l’ospedale di san Giacomo a Pontestura (nel sito dell’omonima chiesa, già porta san Rocco), che nel 1233 il marchese Bonifacio II, spinto dalla madre Berta di Clavesana, assegna in dono alla Chiesa di Santa Maria del Moncenisio; risulta attivo ancora tre secoli più tardi, quando la gestione è affidata alla Chiesa di sant’Agata e alla municipalità con statuti approvati (1517/18) dalla Santa Sede, e ad inizio ‘700 per il solo asilo dei pellegrini.

Il quadro intorno a Casale si allarga con le presenze assistenziali di Trino, Crescentino e Valenza.

Gli Statuti medievali trinesi, pubblicati da Andrea Irico nelle sue corpose “Rerum patriae”, fanno carico al podestà di “defendere hospitalia”, che al tempo sono il san Lazzaro per i lebbrosi e il san Giacomo per i pellegrini; in città c’è una presenza dell’Ordine Ospitaliero, verosimile la loro mano nella gestione dell’assistenza. Sul finire del ‘300 nascerà un ospedale “degli infermi”, quel Sant’Antonio abate che oggi, dopo alcune trasformazioni (tra le altre, nel 1765 l’unione con la Congregazione di Carità, a fine ‘800 la nuova veste di IPAB con 30/40 posti letto, nel 1939 la classificazione come infermeria) ha etichetta di Azienda Pubblica di Servizi alla Persona, ed eroga servizi socio assistenziali e sanitari integrati a persone anziane non autosufficienti e autosufficienti.

L'ospedale di Santo Spirito di Crescentino è fondato nel 1583 (o 1577) da Antonia Sosso Sala, soprannominata la "Bolongara" la quale, rimasta vedova, trasforma la sua abitazione in una "domus infirmorum" e, con soli cinque letti, che poi arriveranno a 16, inizia la cura dei malati. La nuova struttura, prima istituzione socio-assistenzale della città, riuscirà a provvedere ai bisogni e ad alleviare le sofferenze di molte persone, grazie alla generosità di numerosissimi cittadini che, con i loro lasciti, contribuiranno in misura determinante alla sua crescita ed al suo ampliamento del corso dei secoli. Oggi il Santo Spirito - Fondazione Borla, dal nome dei benefattori Oreste e Arturo Borla, funziona come Residenza per anziani.

Per Valenza, lo storico locale Pier Giorgio Maggiora scrive che nella seconda metà del ‘300 esiste in città “un minuscolo ospedale denominato di San Lazzaro”. In quello stesso periodo, è attivo un altrettanto piccolo ospedale sotto il titolo di sant’Antonio, situato all’estremità del terziere Bedogno, nella zona verso Bassignana; “nel 1557, viene demolito frettolosamente in malo modo dagli occupanti Francesi per il rifacimento delle fortificazioni; grazie allo zelo dell’abate commendatario del tempo Marco Antonio Aribaldi è ricostruito in sorte Monasso con 2 letti a rotazione riservati ai pellegrini”. Terza realtà, il San Bartolomeo (che il “Cenno storico” di Luigi Quaglia, 1839, definisce come Ospizio dei Pellegrini) fondato dalla municipalità nel 1412, anche questo cancellato a metà ‘500 per far posto alle difese. “Sul finire dello stesso secolo – annota ancora Maggiora - presso la Confraternita della SS.Trinità se ne istituisce uno, sempre con due letti, un altro è annesso alla Confraternita di san Giacomo e un terzo è quello di santa Croce, riservato ai soli pellegrini”.

Presenze di natura assistenziale anche a Moncalvo, con l’”hospitale” San Marco, fondato nel 1608.

A San Salvatore si ha notizia di un nosocomio inizialmente destinato a fornire ospitalità a pellegrini e viandanti, fondato grazie a un lascito del 1561. Negli atti della visita apostolica del 1576 è indicato semplicemente come hospitale de terra Sancti Salvatoris. Nelle fonti statali del secolo XVIII figura come «ospedale degl’infermi ed esposti», oppure «ospedale per gli ammalati sotto il titolo di Santa Croce». Dotato di un’amministrazione autonoma fino al 1689, sarà poi gestito direttamente dal Comune.

Sul versante Lomellino, le vecchie cronache presentano altrettanta ricchezza di ospitalità lungo le vie dei pellegrini. La strada Francisca, da Vercelli s’inoltra a est verso Palestro, entra a Robbio da porta Vercelli ed esce da porta San Pietro, fiancheggiata da un omonimo ospizio. Prosegue su cascina Guizza e Sant’Angelo, quindi passa il torrente Agogna nella zona di Ceretto “poco lungi dall’ospedale San Sepolcro” e punta su Mortara da dove, lasciata la chiesa-abbazia di Sant’Albino (V secolo), raggiunge un ospedale a Santa Maria delle Barze, ampia costruzione in legno, nata intorno al 1150 nell’attuale zona Casoni di Sant’Albino, e si dirige su Tromello e Garlasco”. A Gropello Cairoli lascia sulla destra un ospedale dedicato al Santo Spirito, attraversa la Sylva Carbonaria, e dove oggi è l’abitato di Carbonara al Ticino trova la chiesa di Santa Maria e un hospitale che parrebbe esistente fin dal IX secolo, secondo qualche fonte gestito da monaci arrivati addirittura dalla Turchia.

aldo timossi (2 – continua)

FOTO. Ospedale di Trino