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Quartetto "Cesar Franck"
A Giarole sotto il peso della storia illustrata dal conte Giose Sannazzaro–Natta.
Il terzo appuntamento della stagione concertistica dell'Accademia in Monferrato si svolge sotto lo sguardo austero di una decina di santi domenicani.
Siamo a Giarole, nella cappella del Castello che domina il borgo. A portarci qui, sabato 12 maggio, oltre alla musica, il fascino di un luogo non sempre accessibile al pubblico che ci viene illustrato dal proprietario il conte Giose Sannazzaro – Natta.
Il maniero fa capo alla stessa famiglia dalla sua fondazione, avvenuta mille anni fa, dunque il peso della storia si fa sentire tra pale d'altare che mostrano i Sannazzaro in mezzo a Gonzaga e Paleologi, opere firmate da Guglielmo Caccia e affreschi del '400, immagini dove colpisce l'abbondanza di San Domenico ed epigoni.
A ricordarci le note ci pensa Gan Paolo Bardazza, co-organizzatore di questa serie di concerti dell'Accademia Filarmonica di Casale "in trasferta" che ha coinvolto per il programma anche l'associazione "Le dimore del quartetto".
Di fatti eccolo qui il terzo quartetto del cartellone: hanno scelto di chiamarsi "Cesar Franck" e sono tutti Catanesi. Al mattino si sono già presentati agli allievi dell'istituto Leardi ("se i giovani non vanno alla musica classica, la musica classica va da loro" commenta Bardazza), nel pomeriggio il concerto che prevede solo due brani, ma abbastanza abbondanti per fare un buon pasto di musica tardo-romantica: il Quartetto in fa maggiore di Maurice Ravel e il Quartetto n 1 in Re maggiore di Cajkovskij.
La caratteristica che colpisce di più di questo ensemble è il suono. Forse sarà dovuto anche alle volte a crociera dell'edificio trecentesco, ma non si sceglie un programma di questo tipo, fatto interamente di morbide e lunghe frasi legate se non si è più che sicuri dell'intonazione. Il quartetto composto da Ravel ha grossi debiti con Debussy, specialmente il primo tema e tutto il secondo tempo "ispirato" al quartetto op 10 dell'amico, ma i quattro catanesi gli donano una straordinaria cantabilità, quasi operistica. Viene da pensare a Puccini o addirittura alle arie lnghe di Bellini (ma sospetto che questa sia una personale suggestione geografica). Senza togliere nulla agli altri musicisti è da sottolineare il merito del primo violino Marco Mazzamuto: intonazione precisa, grande attenzione a preparare le arcate e un buon vibrato, ma senza eccessi, Dà l'idea di poter far commuovere il pubblico che si dirige alle scialuppe del Titanic senza batter ciglio, invece deve solo combattere contro l'umidità che vanifica la sua pece sull'archetto.
Applicati Cajkovskij questi principi ne esaltano il lato russo, nel senso più poetico e magniloquente dell'aggettivo e non solo perchè il compositore farcisce il quartetto di temi della madre patria, ma perchè nelle loro mani il primo movimento diventa un corale ortodosso, la canzone popolare inserita nel secondo il coro dell'armata russa, i ballabili del terzo una danza cosacca e il finale,.. Beh nel finale sembra di sentire un'orchestra eseguire l'Ouverture 1812. Logico che poi si scatti in piedi....
alberto angelino
(foto L.A.)
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