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Santi, beati, venerabili (10)

Santo Beccari da Groppello, beati Vidone da Lomello e Pianzola di Sartirana

La vita ecclesiale del Casalese si dipana, nell’Alto Medioevo, entro i confini della diocesi di Vercelli (che può vantare ben 22 vescovi santi), fianco a fianco con parte della Lomellina. Oggi Casale è diocesi autonoma, pur suffraganea dell'arcidiocesi metropolitana vercellese, ma restano robusti legami sociali ed economici con le zone oltre la Sesia. Possiamo dunque ben tratteggiare figure della vicina Lomellina in questo repertorio di uomini e donne che hanno vissuto - secondo la costituzione “Lumen gentium” del Concilio Vaticano II - tendendo “alla carità perfetta nella linea propria di vita” ed “edificando gli altri”.

Venerato come santo è Lanfranco Beccari, nato a Gropello (PV) negli anni venti-trenta del XII secolo, forse il 1124, da “nobile famiglia”. Fin da giovanissimo dimostra “un’indole tutta inclinata alla pietà, e un genio singolare allo studio”. Presso la scuola episcopale di Pavia insegna teologia. Il vescovo Pietro V Toscani, già abate a santa Maria di Lucedio, valuta le sue virtù, e ben presto il chierico (da “chierica”, la tonsura del capo che contraddistingue i religiosi) diventa diacono e collaboratore vescovile. Impegno pesante, considerato che al tempo (siamo nel decennio 1160-70) il presule si esilia in Francia per evitare ritorsioni di Federico Barbarossa di cui è fiero avversario, quindi Lanfranco diventa tramite con il governo diocesano.

Lo troviamo nel 1171 come membro del Capitolo della Cattedrale, che nel Maggio 1180 lo designa quale vescovo, successore del defunto Pietro. Finiscono tempi di contrasto fra il Papato e diocesi pavese - retaggio di secoli addietro, con i vescovi eletti dal clero locale - e Lanfranco qualche mese più tardi è a Roma per ricevere il placet e l’ordinazione episcopale dal papa Alessandro III. Inizia un cammino difficile per i continui soprusi da parte dell’autorità civile, che lo costringeranno anche ad allontanarsi da Pavia. Non si perde d’animo, ma contraddistingue il suo ministero con grande virtù: “assiste diligentemente ai divini uffizi, veglia attentissimo sopra i costumi del clero, amministra con grande esattezza la giustizia, punisce con rigore gli ostinati e i recidivi”! E’ caritatevole verso i poveri ma “scarso coi suoi parenti”, preoccupandosi che eventuali aiuti non accrescano il loro patrimonio. Fa costruire a Gropello un ospedale - poi detto dei santi Giorgio e Lanfranco - che assiste i pellegrini in transito sulla via Francigena diretti a Roma o in Terrasanta.

Negli ultimi anni di vita, sempre con la dignità di vescovo alla quale cerca inutilmente di rinunciare non potendola esercitare, si ritira nel monastero di San Sepolcro, nei pressi di Pavia. Prevede la propria morte, si fa preparare e benedice la propria tomba. Termina il cammino il 23 giugno 1198. Oggi il grande sepolcro-arca, opera di fine ‘400 di Giovanni Antonio Amadeo, è all’interno della chiesa pavese che reca il suo nome. La Chiesa locale lo ricorda nel giorno della morte.

Già il successore Bernardo - scrive Vittorio Lanzani in “Cronache di miracoli” - fece registrare, con atto notarile, ben 40 casi riconosciuti come miracolosi, alcuni con carattere di grande originalità. Insieme alla registrazione di guarigioni o scampati pericoli si trovano infatti almeno tre testimonianze di prigionieri liberati dopo che avevano elevato invocazioni al santo”. E’ il caso di tal Alberto da Novara, condannato nel 1203 all’impiccagione per “molti gravi peccati e misfatti”; portato alla forca, comincia a pregare invocando l’intervento del santo; sistemata la corda al collo, la botola si apre, resta appeso per il collo ma non muore, continua a pregare, altre due volte si ripete la procedura, non muore neanche tirandolo per le gambe, quindi non resta altro alle autorità che concedere la grazia già concessa dal Potere Divino. Nel bassorilievo della stessa tomba di Lanfranco è scritto: “La giovane Gelasia, condannata con la falsa accusa di aver avvelenato il fratello, esce salva dal rogo”, ennesimo evento miracoloso!

Opera negli stessi tempi di Lanfranco, anche il beato Vidone o Guidone da Lomello. Nasce dalla “nobilissima Casa Langosca”, conti palatini, secondo qualche storico investiti della rocca e luogo di Lomello addirittura da Carlo Magno. Della sua vita si trovano poche notizie. Nasce intorno al 1110-20, è “uomo di dottrina, santità e carità”. Probabile che riceva l’educazione dai monaci di San Michele di Lucedio, pur se qualche storico afferma che sia stato istruito dai canonici regolari agostiniani.

Ricordato come tra i più grandi vescovi di Savona, cattedra che occupa dal 1163 al 1183-84, e in tale ruolo partecipa al Concilio Lateranense del 1179. Si dimostra “uomo di grande autorità e di intuito felicissimo nel maneggio di affari interessanti il governo della Chiesa”, e meritandosi la “pubblica venerazione”. “Per le buone opere da lui praticate in vita”, e per aver “illustrato in santità” la Chiesa savonese, “ottiene dopo la morte il titolo di beato”.

Un salto di oltre sette secoli. Nasce a Sartirana nell’Ottobre 1881 Francesco Pianzola. Il padre Luigi, fabbro ferraio, e mamma Teresa Moro, non gli fanno mancare un’educazione pienamente cristiana. I frutti arrivano presto. Nell’ottobre 1893, appena terminate le elementari, entra nel Seminario diocesano; finito il liceo, contrae una grave malattia polmonare, è nuovamente in paese, ha funzioni di sacrestano. Tornato in Seminario, è ordinato presbitero nel Marzo 1907. Opera tra la gente semplice di Lomellina, specie quella delle campagne, con tanto impegno e altrettanta umiltà. Si fa chiamare “don Niente”, per i fedeli è il “pref sant di mundini”, il prete santo delle mondine. Raccoglie un gruppo di sacerdoti “oblati”, senza prebenda, né chiesa propria, dediti alla predicazione, e nel 1908 il Vescovo di Pavia da inizio alla “Congregazione diocesana dei Padri Oblati dell’Immacolata”. Nel 1919 è la volta delle “Suore Missionarie dell’Immacolata Regina della Pace”, le Pianzoline oggi presenti, oltre che in Italia, in Brasile, Burkina Faso, Francia, Mali; sede generalizia è a Mortara.

Don Pianzola, malato di diabete, muore il 4 giugno 1943. Beatificato il 4 ottobre 2008, quale “instancabile annunciatore del Vangelo e appassionato educatore della gioventù”, come si legge nella biografia del Dicastero vaticano della cause dei santi. I suoi resti mortali sono venerati in un’apposita cappella nella Casa generalizia delle Pianzoline. La memoria liturgica nel giorno esatto della sua nascita al Cielo.

aldo timossi (10 – continua)

FOTO. Beato Pianzola, nato a Sartirana