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La giustizia in Monferrato

di Aldo Timossi (2) - Il Senato (1470) presieduto da Benvenuto Sangiorgio dei conti di Biandrate

Il Senato di Casale, costituito nel 1470 e composto da “dotti, avvocati e uomini di specchiata onestà”, con nomina a vita, è una magistratura o “maestrato” avente sia la funzione di giudicare direttamente le cause civili e penali, sia la specifica competenza di tribunale d’appello. La Corte ha un presidente, il primo è nome molto noto tra gli storici e, oggi, tra chi passa per il centro cittadino: Benvenuto Sangiorgio dei conti di Biandrate. Sarà vicario generale del primo vescovo di Casale, Bernardino de Tebaldeschi (1474 - 1517), quindi incaricato di importanti missioni dal marchese Bonifacio III presso il pontefice Alessandro VI (Papa Borgia) e l’imperatore Massimiliano I d'Asburgo, infine reggente del Monferrato dal 1494 allorché il nuovo marchese Guglielmo IX ( futuro sposo di Anna d’Alençon) ha solamente otto anni. Tra un impegno e l’altro, troverà il tempo di scrivere una preziosa “Cronaca del Monferrato”, edita ad Asti nel 1519 nella stesura in latino, assai dopo in italiano (oltre 400 pagine), fondamentale storia del Monferrato e delle famiglie notabili dalle origini al 1490. Il suo sepolcro, nella chiesa casalese di San Domenico, è opera di Matteo Sanmicheli.

Il Senato cresce con i Gonzaga di Mantova, che per sentenza imperiale dal 1536 reggono, maldigeriti, il Monferrato, in procinto di essere elevato alla dignità di Ducato. Un’esposizione storica redatta ad inizio ‘800 da Alberto Nota ce ne da la composizione: “un Presidente, due Vicepresidenti , un Senatore capitano di giustizia pe' criminali , quattro altri senatori , tre segretarii, all'uno de' quali era affidata la cura de' confini ; inoltre sei cancellieri co' loro sostituti , i quali avevano il deposito degli atti e delle scritture , con l'incarico di darne copia a' litiganti . Era pure provvigionato un officiale vicegerente di giurisdizione per le terre di oltre Tanaro, ed erano stipendiati un medico e due chirurghi per la cura de' carcerati, e salariati messi, bargelli e birri”. A testimoniarne l’importanza, l’inserimento nel Consiglio Ducale di Governo, cui il duca Vincenzo I concederà l'alta prerogativa di reggere in sua assenza lo Stato.

Si arriva “con dignità e costanza”, alle soglie del ‘700. Senza novità, almeno per il Senato, mentre per Casale e il Monferrato sono decenni difficili, dall’occupazione francese della città nel 1555, alle guerre per la successione tra sabaudi e mantovani, al 1708, quando Vittorio Amedeo II di Savoia riceve l’investitura ufficiale dall’Imperatore, con l’assegnazione dei territori monferrini, feudo imperiale, ratificata nel 1713 dal trattato di Utrecht. Anche stavolta i monferrini non fanno salti di gioia per il cambio di padrone, l’unico entusiasta è il vescovo Radicati che incoraggia i fedeli ad esultare! Il 18 agosto di quello stesso 1708, Vittorio Amedeo II firma un “ordine” che conserva il Senato del Ducato di Monferrato, con le sue competenze e attribuzioni, modificandone solo la composizione, probabilmente per un maggior controllo da parte sovrana, con l’aggiunta del conte Giuseppe Amedeo Armano di Grosso, designato presidente.

Inizia comunque un periodo difficile per Casale, la città viene progressivamente depotenziata. Lo storico del diritto Alberto Lupano elenca non poche soppressioni: la Zecca a metà ‘600, il Consiglio di Stato ordinario, il Consiglio segreto, il Maestrato camerale alias la Camera casalese. Il Senato sopravvive, ma sta finendo l’estate 1730, quando si sparge la voce che il nuovo sovrano, Carlo Emanuele III, dal popolo chiamato “Carlin” per via del fisico gracile e gobbino (ho bene in memoria il grande ritratto a cavallo, nel Salone aulico della Regione Piemonte e ora alla Reggia di Venaria; N.d.A.) voglia sancirne la cancellazione.

Tristezza e dolore inesplicabile” nei Casalesi. C’è un senso di persecuzione che - annota il citato Alberto Lupano - “a torto o a ragione porta ad individuare la causa dei dispiaceri sopportati da Casale a livello politico e amministrativo ora nella nuova capitale, Torino, ora nell’antica rivale, Alessandria”.

Il marchese Ottavio Grisella è incaricato di portare a Corte una supplica in senso contrario, ma Carlin è irremovibile, così ha deciso, “non per animosità verso Casale, ma perché quell’organismo è inutile”! In realtà sarebbe forse poco utile quello di Torino, dove arrivano pochi procedimenti, quindi bisogna dirottarvi quelli del Monferrato. Nella decisione pesano i periodici rapporti inviati a Corte dal presidente senatoriale, uomo di fiducia del Savoia, che segnala “carenza di personale, scarsità di mezzi, contrasti di precedenza con altri senati sabaudi”.

Di fatto, Carlo Emanuele con lettere patenti del 7 settembre 1730 dispone di avocare a sé le cause di Casale e le “commette” al tempo stesso al Senato torinese. Formalmente non l’abolizione ma solo una sospensione dell’attività, forse per non indisporre l’Imperatore, che aveva assegnato il Monferrato ai Savoia a patto che ne mantenessero l’assetto istituzionale. A Casale arriva un Prefetto, giudice di primo appello per le cause civili e criminali. Inutili, negli anni successivi, appelli della municipalità, di conti e marchesi, dai Fassati ai Mossi di Morano, per almeno la “concessione di un tribunale di lustro ed utile”.

aldo timossi (2 – continua)