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Carlino Culone di Elio Gioanola
Detto in italiano il suo nome diventa artificioso, perché perde la tranquilla spontaneità del dialetto: in paese Chilòn era il soprannome della sua famiglia e non conservava nulla, o quasi, del riferimento a quella particolare zona del corpo.
E’ ben noto che una volta nei paesi c’erano pochi cognomi e, per distinguere tra i numerosissimi Giuseppe Luigi Giovanni o Carlo, vigevano soprannomi più o meno fantasiosi, o anche pesantemente allusivi (per esempio Balla-sul- letame o Bella- gigina, o Ciciòt, come mio nonno materno, o Gattapregn, o Mezza-cervella).
In ogni caso il Carlino era da tutti individuato come Culone e non si sognava di offendersi se qualcuno lo interpellava in quel modo. In ogni caso era una persona in sé poco raccomandabile, per il suo carattere ombroso. Aveva un occhio di vetro, ma non so perché, forse un incidente sul lavoro, anche se non è che lavorasse molto, faceva il garzone da muratore, ma molti giorni della settimana non andava al lavoro e forse per questo non era mai diventato proprio del mestiere, restando garzone anche se aveva più di cinquant’anni. A me bambino faceva paura, anche se stava sempre zitto e nel Caffè di mio padre passava delle ore davanti alla bottiglia di vino, tenendo chiuso con una mano l’occhio buono, forse dormendo. Alla domenica scompartiva dalla circolazione e il giorno dopo ordinava una ghiacciata grande, al limone, e la mangiava a cucchiaiate in quattro e quattr’otto, il più delle volte ordinandone un’altra, come se volesse spegnere un fuoco che aveva nello stomaco. Io lo guardavo di soppiatto, perché se si accorgeva che lo stavo fissando mi gridava dietro e mi spaventava. Mi ero fatto dei pensieri su questa ingordigia di ghiaccio e pensavo a cose misteriose sulle sue scomparse di domenica: certo non era per andare a messa, bestemmiatore com’era quando era si arrabbiava. Carlino aveva una sorella più vecchia, che col marito teneva la bottega di ferramenta quasi di fronte al mio Caffè: era una donna tranquilla e gentile, tutta la contrario di quel suo fratello, con cui non si parlavano da anni: da lei avevamo comperato l’ultima stufa per riscaldare il locale dell’esercizio, durata fino a quando mio padre cessò la sua attività. La stufa, cosiddetta “economica”, a quattro bocche, coi cerchi che si mettevo e toglievano con un ferro a gancio, aveva un’apertura che nascondeva una vasca in cui mia madre metteva l’acqua da scaldare. Il Culone se mi vedeva sulla sedia a fianco di quella, borbottava tra di sé come se la cosa lo disturbasse: “Cosa fai sempre a cavallo di quella stufa, non senti che caldo fa?” Io non lo stavo nemmeno a sentire, mentre avvertivo la sua insofferenza verso di me. Infranto l’avversione per quell’uomo dall’occhio di vetro andava col tempo crescendo e mi andavo facendo strane idee su di lui, la prima delle quali era che fosse un ladro. Quando ancora piccolo, prima ancora che finisse la guerra, c’erano stati due furti nel caffè, uno vicino all’altro e in cuor mio ero convinto che ci fosse di mezzo Carlino. Finché, quando andai a scuola ad Alessandria, a fare la Quarta Ginnasio, una mattina buia e gelata, appena sceso dalla corriera, scorsi Carlino che attraversava la strada con fare furtivo, in compagnia due compagnoni ben vestiti come lui, che gettò un’occhiata verso la fermata ed io ebbi l’impressione che mi avesse visto e riconosciuto, malgrado la caligine di quella mattinata di grande freddo. Mi sembrò proprio che quel suo occhio di vetro avesse accresciuto la sua facoltà visiva, mentre io ormai avevo avuto la prova che lui era un ladro e io l’avevo riconosciuto nel semibuio del primo mattino. Del resto quella era solo la conferma di un’altra prova che avevo avuto non so più se qualche mese o anno prima. Io e la famiglia eravamo a tavola per il pranzo, come di consueto, nel locale posteriore a quello dove il bancone del negozio e io mi ero alzato perché mi era parso di sentire il passo di un cliente. Tutti i famigliari mi dicevano che avevo sentito male, ma io nel frattempo stavo andando di là e feci in tempo a scorgere il Culone che entrava, avendo con una mano silenziato il campanello e scendendo il gradino che immetteva nel Caffè. Ma soprattutto avevo visto i passetti furtivi che stava facendo nel scendere, proprio da ladro esperto e silenzioso. Carlino morì poco tempo dopo quel mattino d’inverno in cui l’avevo scorto alla fermata della corriera, sfuggendo alla prigione che l’aveva atteso invano per tutto la vita.
e.g.






