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Francescani in Monferrato (6)

Spicca Ubertino da Casale - Il repertorio annovera due frati nativi di Valenza: Antonio Aribandi e Gerardo da Valenza

 

Son trascorsi oltre otto secoli, da quando due compagni furono scelti da Francesco d’Assisi; più tardi arriveranno a undici, una “combriccola” di dodici, come gli apostoli, lui compreso, per non essere accusato di immaginarsi come novello Cristo. Nel corso dei secoli il messaggio francescano si è allargato in tutto il mondo e oggi ispira l’attività di tre famiglie principali: frati Minori Conventuali (O.F.M.Conv.), frati Minori (O.F.M., già detti Osservanti, Riformati, ecc.), frati Minori Cappuccini (O.F.M.Cap.), professanti tutti l'identica Regola del fondatore.

I Minori sono 12.000 (9.000 ordinati sacerdoti), i Cappuccini sono oltre 10.000 e tra questi quasi 7.000 sono sacerdoti, i Minori Conventuali sommano in totale 4.000, con 2600 sacerdoti. Molte decine sono vescovi, e non mancano i cardinali. In Italia, con circa 300, la Provincia più folta è quella di "Sant'Antonio", che comprende le regioni settentrionali.

Nella famiglia allargata vanno poi annoverati: il Terzo Ordine Regolare, con circa 800 religiosi; l’Ordine Secolare, costituito da “laici che, ispirandosi al carisma di san Francesco, si impegnano a testimoniare con la vita il Vangelo, dedicandosi all’apostolato secondo le forme richieste nelle condizioni proprie dello stato laicale”. Accanto alla missione dei frati, le suore Clarisse: oltre 800 monasteri, abitati da circa 10.000 “figlie” di santa Chiara.

Il Monferrato e le terre limitrofe hanno avuto in tanti secoli una parte importante nel custodire e diffondere il messaggio del Santo. Non solo chiese e conventi, ma decine di figure di santi religiosi. Si trovano sfogliando con santa (è il caso di dire) pazienza vecchi repertori e storie locali. Tra i più completi: padre Sigismondo da Venezia stampa nel 1846 la “Biografia serafica degli uomini illustri che fiorirono nel francescano istituto …”; Wadding e Fonseca compilano a fine ‘800 gli “Annales Minorum …”; fra Michelangelo da Rossiglione scrive a metà ‘800 “Cenni biografici e ritratti di padri illustri dell'ordine cappuccino”.

Al primo posto di tanto elenco, Ubertino da Casale. Alcuni biografi hanno dubitato che la città sia proprio quella di Monferrato, qualche fonte anche oggi parla di ipotesi “più accreditata”. Però se prestiamo fede a parola di Pontefice, ecco Giovanni XXII che scrive al “Dilecto filio fratri Ubertino de Ilia de Casali Vercellen. dioecesis”, al diletto figlio Ubertino de Ilia di Casale, diocesi Vercellese”. Così l’incipit di una lettera/bolla - riportata nel “Bullarium franciscanum” dell’Eubel - con la quale nell’ottobre 1317 il Pontefice assolve il frate “da ogni soggezione, giurisdizione, obbligo, giogo e obbedienza alla regola del detto ordine dei Frati Minori”, e lo istituisce “monaco del monastero di San Pietro di Gemblaco dell’ordine di San Benedetto”. Ubertino è dunque casalese a pieno titolo, e in effetti la famiglia “de Ilia” o “de Hylia” o “de Elia” risulta presente a Casale a partire almeno dalla fine del dodicesimo secolo, come si può leggere in tante citazioni delle “Notizie storiche” del De Conti .

Nato nel 1259, all’età di 14 anni è probando, pare in un monastero genovese. Finito il noviziato, si trasferisce a Parigi e dopo nove anni di studi rientra in Italia, insegnando in Toscana. Qui subisce l'influenza di Pietro di Giovanni Olivi, uno dei capostipiti del movimento francescano degli Spirituali, che insistono sulla povertà assoluta, come indicata dal fondatore Francesco, e non accettano un modello con soluzioni pratiche introdotte negli anni successivi alla morte del Santo. Aderisce a tali principi, predicandoli e facendone base della sua opera principale, “Arbor vitae crucifixae Jesu”, scritta alla Verna nel 1305 e nella quale narra la vita e la passione di Gesù. Ubertino presenta una visione apocalittica della storia della Chiesa, nell'attesa di un'era di pace sotto la guida di un pontefice angelico, destinato a restituirle l'autorità perduta a causa della cattiva condotta dei pastori precedenti.

Trattato molto voluminoso, divenuto all’epoca un bestseller, quindi molto diffuso: secondo una ricerca della latinista Silvia Nocentini, risultano presenti in biblioteche di mezza Europa 39 manoscritti completi (o quasi completi) e 26 estratti. Un esemplare di grande formato e con una qualche pretesa di sontuosità anche per le belle miniature, conservato nella biblioteca del Sacro Convento ad Assisi, e risalente alla seconda metà del ‘300, è arrivato a Vercelli, come ospite d’onore alla grande manifestazione “Vercellae Hospitales” programmata dal 10 al 19 aprile (v. Angelino-Roggero, bisettimanale Il Monferrato 17-3-2026).

In contrasto con la gerarchia dell’Ordine e in polemica con il Papa, alla cui corte avignonese vive comunque dal 1309, al seguito del cardinale Napoleone Orsini, nel 1317 gli viene imposto il cambio di abito, lasciando intendere che sia un suo desiderio, e giustificandolo, come si legge nella bolla, “a causa di varie debolezze e infermità del tuo corpo, che spesso ti affliggono”, “per una maggiore pace della tua persona e per poter rendere più comodamente servizio all'Altissimo”, “per altri ragionevoli motivi”. Il passaggio dal saio francescano a quello benedettino nel monastero belga di Gembloux, è uno degli ultimi eventi noti nella vicenda del religioso casalese.

Di Ubertino non risulta una effettiva presenza nel cenobio belga, pare anzi che rimanga ininterrottamente ad Avignone, dove risiede il Papa esule. Di lui non si hanno più notizie documentate dal 1325, allorché, continuando a far parte del gruppo che sostiene le tesi spiritualiste, rientra tra i personaggi oggetto di una inchiesta per eresia ordinata dal Papa, con relativa scomunica alla quale si sottrae con la fuga per destinazione ignota. Il Pontefice ne ordina senza successo l’arresto, definendolo “vagabundus per mundum”. Di tanto vagabondare si perdono le tracce. E’ pura ipotesi che lo morte lo colga intorno al 1329/30. La discussione tra storici è ancora aperta. Nel 2013 un convegno internazionale ha esaminato la sua figura e Alberto Cadili (docente di storia medioevale a Pavia) ha parlato di “enigma degli ultimi anni”, trascorsi alla corte dell’imperatore Ludovico il Bavaro, concludendo che “le voci discordanti e vaghe su una morte violenta subita a causa delle sue dottrine, o al contrario, su una rappacificazione intorno al 1330 con Giovanni XXII, sono utili solamente a confermare la precocità dell’ignoranza assoluta in merito, (…) probabilmente la scomparsa fisica era avvenuta da tempo, quando, nel 1341 un documento avignonese ricorda un certo Ubertinus de Elia de Casale Sancti Evaxii”. La sua figura è ricordata da Dante nel “Paradiso”, con l’accusa di aver arbitrariamente ristretto, coartato, la regola francescana. In epoca ben più recente, è uno dei personaggi principali del romanzo “Il nome della rosa” di Umberto Eco.

Negli stessi tempi di Ubertino, il repertorio francescano annovera due frati nativi di Valenza. Antonio Aribandi o Annibaldi, “uomo assai dotto e teologo insigne”, nato intorno al 1270/80, consigliere pontificio, vescovo di Gaeta e inviato del Papa nel lontano Caucaso, morto intorno al 1348 (biografia su Il Monferrato del 4/11/2025). Gerardo da Valenza, della famiglia Cagnoli, “noto per la santità della vita, e per la gloria de' miracoli”. Nasce nel 1268. Vocazione tardiva, ricopre vari e umili impegni in vari conventi siciliani, da frate portinaio a cuoco, ma sempre apprezzato e ricercato per la sua conversazione, disponibilità e carità. Vive sino alla fine, il 29 dicembre 1343, a Palermo, nella più completa povertà e obbedienza. Il processo di canonizzazione aperto nel 1622, si conclude nel 1908, con Pio X che lo riconosce come beato (biografia su Il Monferrato 30/1/2024). Se ne fa memoria il 29 dicembre.

aldo timossi (6 - continua)

FOTO. Miniatura del 1485 con Ubertino che abbraccia la croce di Cristo.