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Tempo di guerra - Di Elio Gioanola
Tempo di guerra
Sono stato educato alla guerra, a sei anni ero già vestito in divisa, pantaloni corti grigio-verde, camicia nera, calzettoni al ginocchio e un tremendo cinturone alla vita con la grande M di Mussolini, che faceva ammattire mia madre tutte le volte che doveva farmelo indossare. Il fuciletto venne solo in quarta elementare, se ricordo bene, ma le cose erano molto cambiate perché il regime era morto nell’estate e risuscitato in autunno e si chiamava Repubblica Sociale Italiana, essendo provvisoriamente morta la monarchia, di nuovo in vita per pochissimo tempo alla fine del grande conflitto. In quinta elementare ho avuto la possibilità di conoscere il fascistissimo maestro Merlo, ritornato più cattivo che mai col ritorno del nazifascismo, quando aveva spaccato gli occhiali del Canubrio tirandogli un astuccio di legno, di quelli che si usavano allora. Ma ormai si era quasi alla fine dell’anno e, con la fine della guerra il Merlo era scomparso dalla circolazione, sulla lavagna mio cugino Berina aveva tracciato una grande falce-e- martello, che il nuovo maestro, in realtà un geometra che tracciava sulla lavagna solo figure geometriche, aveva cancellato in tutta fretta. Ma, essendo nato nel 1934, tredicesimo dell’era fascista, avevo fatto largamente in tempo a diventare Figlio della Lupa in prima elementare e Balilla in quarta, per poco tempo, perché le cose erano cambiate in quell’anno, con lo sfascio del regime e col ritorno avvelenato del fascismo e i due anni più terribili della guerra. Ero un bambino e mi è toccata un’infanzia molto brutta, con mio padre a soldato per due anni e mia madre con mia sorella appena nata che doveva tirare avanti il caffè-tabaccheria. Mio padre erra stato richiamato a quarant’anni, quando credeva ormai di essere liberato da quell’eventualità, ma lo avevano mandato nell’alto cuneese a presidiare le conquiste francesi del fascismo, per fortuna senza necessità di combattere ma intanto lontano dalla famiglia e a niente erano servite le domande di congedo richieste. Finché ebbe l’idea di mandare un supplica alla Regina, perché avendo fatto tre anni di scuola d’avviamento dopo la quinta elementare, in un collegio dei Giuseppini di Asti, sapeva scrivere bene e le dure condizioni familiari lo avevano ispirato. Il fatto è che la Regina, tramite qualche suo segretario, aveva risposto comunicandogli di avere accettato la domanda di congedo e così aveva potuto fare ritorno alla sua famiglia dopo quasi due anni di servizio. Io lo ricordo quando era ritornato nel ’42, ancora con la divisa e la bustina in testa, perché era in congedo provvisorio e fin quando non aveva ricevuto quello definitivo non poteva vestirsi da civile. Piangeva abbracciandomi e io piangevo con lui, ma eravamo contenti perché era finito un periodo tremendo per la famiglia e lui aveva finito si mandare lettere al mia madre che la facevano piangere anche lei. La guerra intanto, dopo i primi tempi di continui trionfi in Africa e in tutti i posti dove si combatteva, cominciavano ad andare male anche se i giornali e la radio continuava a dare notizie di vittorie da tutte le parti, tanto che a forza si sentirle pronunciare certi nomi mi sono rimaste in testa due località dove il fronte aveva fermato, per sempre, la sua avanzata, Tobruk e Marsamstruk. Ci misero molto più tempo i bollettini di guerra a segnalare la ritirata, subito qualificata come strategica, che i combattimenti per provocarla. Altro che guerra-lampo, come la propaganda fascista continuava a ripetere, anche quando nel ’43 le cose sembravano alla fine, cominciava invece il periodo più tremendo, con la ricostituzione dell’esercito fascista-repubblichino e l’inizio della Resistenza. I miei ricordi hanno fissato il momento della dichiarazione dell’armistizio, dato dalla radio che mio padre aveva ultimamente comperato, e sembrava che il conflitto fosse finito, mentre il peggio doveva ancora cominciare, con il ritorno e l’occupazione delle truppe tedesche e delle terribili SS della penisola fino a Cassino, dove terribili combattimenti durarono molti mesi prima della resa, con la distruzione totale della famosa abbazia benedettina. In quei mesi angosciosi gli alleati avevano cominciato i loro bombardamenti aeree, che fecero più morti e distruzioni di tutta la guerra. Noi bambini correvamo, contro tutti i divieti dei genitori, sulla collina della Torre, complertamente pelata perché la gente aveva tagliato fino all’ultimo ramoscello per riscaldarsi, da dove potevamo vedere gli aerei alleati bombardare Alessandria per distruggere la stazione ferroviaria e i ponti sul Tanaro. Vedevamo distintamente, in quella fine d’inverno e inizio primavera, le fortezze volanti americane che sganciavano una quantità di bombe sulle rovine della città, e su quel ponte che si ostinava a non venire giù e che in effetti riuscì a rimanere in piedi fino alla fine del conflitto. Vedevamo anche la ritirata delle truppe tedesche, su quell’unica strada che, per andare da Genova e dalla pianura padana fino al confine, doveva per forza passare da San Salvatore, e sfilava in silenzio per la statale con i soldati pronti a sparare contro i partigiani che tendevano agguati. Ma per loro era finita, lo sapevamo anche noi bambini, che finalmente non avevamo più paura di quell’esercito in fuga e di tutta la guerra.
ELIO GIOANOLA






