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Filarmonica: una morbida coperta di note....

Dimitri Ashkenazy: si i ha tutta l’impressione che Beethoven si diverta e noi con lui.. - Recensione

 

Ogni tanto è bello ascoltare un concerto dove la musica ti chiede solo di lasciarti avvolgere in una morbida coperta di note.

Per una sera, venerdì, la stagione della casalese Accademia Filarmonica ha lasciato rivoluzioni pianistiche di Chopin, o variazioni di Pagini in grado di far crollare un muro (e non è una metafora) e si è concessa una rilassante formazione da camera. E che formazione! Dimitri Ashkenazy clarinetto, Andrea Bergamelli al violoncello e Corrado Ruzza allo Steinway di una sala da concerti gremita.

È chiaro che da principio le orecchie sono tutte per il figlio del grande Vladimir Ashkenazy, del resto il programma ha due imprescindibili brani del repertorio clarinettistico: il Trio op. 11 di Beethoven e il Trio op. 114 di Brahms. E dal suono cristallino si capisce quanto il clarinettista senta molto questa scrittura che esalta l’agilità e un timbro squillante del suo clarinetto. Lo si vede bene nel terzo tempo di Beethoven: le variazioni sul tema dall’ L'Amor marinaro di Joseph Weigl ed è sintomatico che questo formato, che Beethoven padroneggiava fin dalle prime sfide pianistiche viennesi, venga applicata a questo strumento. Rossini farà lo stesso da giovane, segno che all’epoca impressionava la velocità e le cantabilità del clarinetto. Eppure, Ashkenazy fa tutto con grande naturalezza e imposta un bel dialogo con il piano, fatto di echi, imitazioni e cambi di ritmo. Si ha tutta l’impressione che Beethoven si diverta e noi con lui.

In mezzo c’è stato anche l’adagio dove Bergamelli ha tirato fuori sonorità profonde e delicate. Ma, arrivati a Brahms, i cognomi dei singoli non hanno più tanto importanza: è la formazione a brillare: Ognuno ha il suo suono e il suo spazio, ma l’amalgama è unico. Nell’allegro si rincorrono, nell’adagio si amano, nell’andantino scherzano.

Il concerto si conclude con il Trio Miniaturen di Paul Juon: una suite che riflette la vita errabonda dell’autore, dove mixano l’impressionismo francese, il pulsare del tango e incantevoli pagine della musica popolare della Russia. Un registro che questa volta esala l’espressività e spinge il pubblico a chiedere ancora un po’ di questo ‘900 musicale capace di rendere il clarinetto protagonista. Ed ecco arrivare due bis entusiasmanti: l’allegrissimo del trio di Nino Rota che ci porta verso atmosfere circensi, e poi, a dimostrazione che clarinetto può diventare sia un clown che un Pierrot, il Nachtgesang dagli 8 pezzi op. 83 di Max Bruch.

Un’ultima deliziosa carezza che fa scattare tutto il pubblico in piedi ad applaudire.

Alberto Angelino