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Dello scrivere a macchina

Di Elio Gioanola -

Ho cominciato ad usare la macchina da scrivere una trentina di anni fa, quando ero ormai sui cinquantacinque anni e avevo già pubblicato molti dei miei libri e dato il via ad un’impresa editoriale molto ambiziosa, per la quale ho lavorato e fatto lavorare molti colleghi, mai giunta però a vedere la luce: addirittura un’antologia in molti volumi della poesia universale. L’unico, non spregevole frutto di tanto impegno, tutto realizzato (si era all’inizio degli anni ottanta del secolo scorso) in un immenso cumulo di cartelle, fu una silloge della poesia italiana del Novecento, compilata da me con la produzione scelta di quel secolo, con note ai testi ed un commento critico eseguito con la   diretta  supervisione degli autori. Purtroppo il non spregevole lavoro, pubblicato degnamente dall’editore dopo che aveva rinunciato all’opera “universale”, e poi aveva dimenticato di chiedere le necessarie autorizzazioni alle case editrici dei testi scelti, non ebbe la circolazione che credo meritasse. Del resto le autorizzazioni non sarebbero mai venute, perché le case editrici non le avrebbero mai concesse (si pensi che, al solo Montale, avevo dedicato un centinaio di pagine): il mio attuale editore è molto dispiaciuto di non potere per questo motivo  procedere lui all’operazione. Ho fatto questo preambolo per dire che per quasi tutti gli anni Novanta non avevo ancora realizzato l’uso del computer, da qualche annetto entrato nell’uso, quindi solo all’inizio dell’ultimo decennio fui in grado di usufruire dell’innovazione. E forse non sarei arrivato all’utilizzo di quel mezzo, a cui parecchi dei miei coetanei o quasi hanno rinunciato per sempre, se non fossi andato in America e non avessi conosciuto Pietro Frassica, l’italianista dell’Università di Princeton, ormai un esperto del nuovo comodissimo strumento, con cui si poteva cancellare e riscrivere a piacimento. Così da lui appresi i primi rudimenti della nuova tecnica e, al ritorno in Italia, mi disposi a lavorare col prezioso ausilio. Si avvicinava il momento del convegno  dedicato  nel ’91 a Primo Levi e io, orgoglioso dell’innovazione da poco diventata anche di mia competenza, mi misi a scrivere la relazione che avrei presentato a quella manifestazione, che come le altre venute prima e dopo di allora, si sarebbe svolta come tutte altre  a San Salvatore. Ero arrivato più o meno a metà del mio lavoro quando, non so e non saprò mai perché, lo schermo del computer diventò nero e tutto quello che avevo, con il solito impegno compilato, scomparve. Disperazione mia, perché sapevo che non sarei mai stato in grado di rifare quello che avevo fatto, per la mia naturale e irrimediabile incapacità di ritornare sulle cose già scritte,  che evaporano dalla mia mente come la prima nebbia autunnale al sole. Ero tanto adirato con la macchina infernale, che avevo comperato con la consulenza dell’amico di Princeton non ricordo più se in America o qui a casa, che fui veramente tentato di assestarle una martellata sullo schermo, per rendere definitiva quella defaillance. Mi trattenne ovviamente il pensiero dei molti soldi che avevo speso per comperarla. Rimasi un bel po’ di tempo immobilizzato sulla sedia, guardando con vero odio il vetro nero dello strumento e lanciandogli tutte le  inventive che mi salivano alla mente. Feci con tutte le cautele qualche tentativo per ridare  alla macchina la funzione perduta, ma quella restò indifferente a tutti i miei sforzi e accidenti inviatile. Per cui, alla fine, mi decisi a rimettere mano alla vecchia  tradizionale macchina da scrivere, che obbedì come mai si era verificato alle mie sollecitazioni quasi disperate, come avesse accolto tutto il mio sgomento obbedendo agli ordini  senza il minimo errore o inciampo. Frassica che era tornato con me in Italia perché di lì a poco sarebbe cominciato il suo anno sabbatico, arrivò a casa mia verso sera e su di lui riversai tutto il peso dell’ira accumulata per il nuovo metodo. Lui sorridente e allegro come al solito, mi cacciò dalla sedia e si mise al mio posto, armeggiando coi troppi tasti dell’aggeggio, facendolo in quattro o quattr’otto tornare in vita e, esaminando le due diverse versioni della relazione, decise che la prima era senza dubbio migliore.