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Invento un torneo di calcio
di Elio Gioanola
Intorno al tempo in cui frequentavo il liceo, consolidai la mia amicizia con Marietto, un ragazzo più o meno mio coetaneo che era andato da ragazzo in seminario e ne era uscito dopo un paio d’anni per assenza di vocazione, come disse per giustificare quella decisione alla madre, che ebbe molto a soffrirne.
Lui aveva imparato a suonare a mente la fisarmonica non districandosi bene con le note e, per farsi accompagnare al suo strumento, aveva convinto me a suonare la chitarra per un duetto, ma io ero completamente negato e non fui in grado di combinare qualcosa nemmeno di approssimativo. Comunque eravamo molto amici e, quando mi ero messo a fare il manager (per così dire) di calcio, lui faceva il mediano, ma riusciva poco meglio di quanto suonasse la fisarmonica, anche se forse a distanza di più di mezzo secolo da allora la suona ancora adesso, non avendo dismesso nel frattempo le sue varie attività ricreative.
Io mi stavo per impelagando, nella smania di fare a tutti i costi qualcosa per liberarmi dalla noia, con ciò che era lontanissimo dalla mie possibilità fisiche e anche, a pensarci bene, dagli intendimenti a me stesso sconosciuti, cioè con il calcio. Allora al paese quel gioco era del tutto inesistente, anche perché essendo ubicato in collina e risultando assolutamente impraticabili i prati nelle vallate, per la gelosa custodia che ne facevano i proprietari, non era nemmeno pensabile il loro uso sportivo. Nel primo anno di questa attività avevo preso in affitto un prato che evidentemente rendeva al principale meno di quanto prendesse dalla neonata Società sportiva. Infatti quel terreno era chiuso tra due strade, l’erba di pessima qualità e di crescita stentata, e per di più presentava a uno dei capi una buca con acqua, residuo di una bomba d’aereo dell’ultima guerra. Un amico impresario edile aveva messo su le porte con dei pali che fuoruscivano dalla misura regolare, per non sciuparne l’uso futuro mozzandone l’eccedenza.
Mi ero inventato per il primo anno di esercizio un torneo tra i paesi della zona, considerato anche l’interesse suscitato dall’iniziativa che avevo intrapreso, senza vera partecipazione e ignorando ogni possibile conseguenza. Infatti si era acceso subito un forte entusiasmo tra i paesani, finito presto in cazzottate coi tifosi delle altre squadre, una delle quali non ci stava assolutamente a perdere sul proprio terreno e aveva preso l’iniziativa della rissa. La conseguenza fu un braccio rotto per un nostro difensore e un occhio nero per Marietto, che da qual momento smise con il calcio e con la bottiglietta che la madre gli preparava di tè zuccherato. Le squadre non avevano assicurazioni, le liti scoppiavano ad ogni partita con feriti e contusi e a un certo punto io mi trovai a fare i conti con la situazione: c’era chi minacciava querele e pretendeva risarcimenti, insomma fui salvato dall’intervento di un giocatore che era anche avvocato e riuscì a sanare le cosa senza danni per me e per la società neonata. Il salvatore, a dire la verità, non aveva neanche la laurea e aveva abbandonato gli studi perché era un giocatore dell’Alessandria e prendeva il suo stipendio, ora a riposo per l’età ma gli piaceva ancora giocare e si era impegnato con un suo collega della gloriosa società nella nostra squadra. Lui faceva il rappresentante di olio per i trattori e trovava clienti al mio paese e l’altro aveva un negozio di stoffe nella sua città, io gli procuravo clienti e per me stesso avevo comperato la pezza per il vestito delle future nozze (se mai fossero venute). Pur essendo ormai al di là dei quarant’anni, avevano ancora il piglio dei professionisti e risultavano sempre i migliori nelle partite. Erano gli anni del boom economico e gli affari prosperavano, olio per i trattori sempre più numerosi se ne vendeva parecchio e ancora non c’erano i vestiti già fatti e dunque anche le buone stoffe andavano bene, soprattutto in un paese come il mio che godeva degli abbondanti proventi dell’arte orafa. Per questo insomma me l’ero cavata coi pasticci della squadra paesana.
Elio G.






