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Malaria nel casalese, di Aldo Timossi
E’ trascorso oltre un secolo e mezzo, da quando la Politica ha deciso che bisognava occuparsi, in maniera seria e concreta, di un male all’epoca diffusissimo, la malaria. Morbo che causò la morte, tra gli altri, di Camillo Benso Cavour, ricordato anche per le proprietà risicole in quel di Trino Leri, un buen retiro che forse gli costò la vita!
Oggi l’argomento ha poco peso, in Italia la malattia è scomparsa, ma rappresenta comunque una pagina importante della nostra storia. Non a caso il bravo giornalista e scrittore casalese Giampaolo Pansa ne fa memoria in ben tre sue opere. Scrive in “Carta straccia”, che “nel Monferrato casalese la malaria comparve nel 1874, dopo il colera e il vaiolo, dapprima in forma blanda, poi sempre più violenta”. Aggiunge interessanti notizie, nelle pagine di “Poco o niente”: l’ex premier e più volte ministro, Giovanni Lanza, “lanciò un altissimo grido di allarme: la popolazione di Casale stava morendo di malaria, (…) dal 1874 al 1878 vi sono stati 368 morti più dei nati, con una progressione di anno in anno sempre più spaventevole; quanti anni ci vorranno perché la popolazione di Casale sia scomparsa del tutto”?
Ancora Pansa, ricorda nel “Romanzo di un ingenuo”, che “Casale era «sgomentata dalla spaventevolmente progressiva statistica delle morti, verificatesi dall'impianto delle risaie in poi», e l'aumento dei decessi per la malaria spingeva alla ribellione anche paesi lontani dalla città, come Terruggia, Conzano, Cellamonte e Vignale”.
Bisogna risalire a inizio ‘600, per trovare le prime lagnanze rispetto al coltivo, accusato – recita nel 1607 un editto di Carlo Emanuele I, Duca di Savoia e Principe di Piemonte – di “gravissimi danni e irreparabili derivati sì nei frutti che nei bestiami e negli huomini, dal che si vedono le cascine derelitte e alcuni luoghi disabitati”, specie nel Vercellese. Per restare intorno a Casale, è la popolazione di Balzola a esprimersi, nel 1624, contro il diffondersi delle risaie, perché apportatrici di malanni “per causa di nebbie”, in quanto i coltivatori “vicini di dette risaie vengono offesi nella salute per l’infezione dell’aria”.
Due secoli e mezzo più tardi, l’ostracismo nei confronti della risaia non cambia. Leggiamo sulla “Gazzetta del Popolo” dell’aprile 1850, di un progetto di legge teso a normarne la diffusione: “la coltivazione del riso è nocivissima alla salute, è evidenza, e ne ha la prova – scrive il giornale - e la società, nella coltivazione ha dovere di misurare, di limitare i luoghi; sotto pretesto di arricchirsi, essa non ha diritto di trasformare in risaie tutto il proprio terreno, e diventare un ammasso d'individui febbricitanti”.
Nel Parlamento del Regno di Sardegna il provvedimento è discusso anche dal deputato casalese Filippo Mellana e da quello del Collegio di Crescentino, Felice Chiò, nativo di Palazzolo (1813 – Torino 1871). In sostanza si approva una sanatoria, chi ha coltivato l’anno precedente, può continuare a coltivare per un anno, poi si vedrà!
Da notare che, trattando del problema, la “Gazzetta del Popolo” arriva a sposare una teoria, non si sa quanto verificata: “gli osservatori hanno notato che i popoli nutriti a riso furono sempre più deboli fisicamente che i popoli nutriti a grano, e addirittura quelli furono sempre vinti, soggiogati da questi”!
Resta che la risaia è la grande accusata. Non deve aver dubbi il ministro dell’agricoltura, senatore Luigi Torelli, quando legge, in una corposa relazione del 1865, che in provincia di Alessandria le condizioni igieniche sono “generalmente perfette”, salvo qualche zona, e tra queste “quella parte del Casalese che ha qualche palude e molte risaie, le quali concorrono a gara nel produrre febbri paludose che infieriscono a Popolo, parte oltre Po del comune di Casale, ed a Balzola (…) dove le risaie sono più abbondanti che altrove”.
Nonostante antiche e recenti leggi non poco disattese, decreti, circolari, lavori di commissioni speciali, interventi delle Province, non si va purtroppo oltre la denuncia del problema, troppi gli interessi in campo, specie di senatori e deputati che temono di perdere elettori, quando non sono direttamente coinvolti come proprietari. Le popolazioni sono in fermento, non mancano le proteste clamorose, come nel 1869 ad Alice Castello, allorché “al suono delle campane e al rullo dei tamburi la popolazione scese in massa a guastare le risaie; per placare gli animi non bastarono i carabinieri e le autorità dovettero fare intervenire anche la cavalleria”. Proteste, quasi ribellione, in molti paesi del circondario, come ricorda Pansa.
E’ l’11 febbraio 1879, quando alla Camera il deputato casalese Giovanni Lanza, “né risofilo, né risofobo”, lancia l’allarme, supportato da una precisa relazione redatta per iniziativa del Comune di Casale, e forte di una perizia su nascite/morti compilata dal medico Evasio Peola, “distinto cultore dell’arte salutare”.
In effetti, le cifre sono preoccupanti per Casale: “nel quinquennio 1869-1873, precedente le risaie, si ebbero 65 nati più dei morti; nel quinquennio seguente, si registrarono invece 368 morti in più dei nati e la malaria flagellò la popolazione”.
In sostanza, è la conclusione di Lanza, le risaie a sinistra del Po non danno problemi perché il terreno è permeabile ed eventuali miasmi si disperdono nella pianura. Quelle sulla sponda destra, create in anni recenti grazie all’apertura nel 1874 del canale Lanza (ironia della sorte!) e del diramatore Mellana, occupano terre argillose, poco permeabili e soggette a impaludamento. Dunque danneggiano la salute con “febbri intermittenti che si resero abituali e quasi permanenti per tutto l'anno, fra una popolazione di circa 60.000 o 70.000 abitanti, ed i comuni, anche più lontani, collocati sui colli, fino ad una distanza di 17 o 18 chilometri, sentirono l'influenza del miasma palustre, (...) e colle febbri, la mortalità crebbe in proporzione”.
Dunque, poiché il guadagno è di pochi e il danno è di un numero grandissimo di individui”, va proibita la coltivazione del riso nel Casalese, sulla destra del Po. La risposta non si fa attendere, rispondendo a gente che – scrive Pansa in “Poco o niente” – “era fuori di sé dalla rabbia, le risaie non la riguardavano, e soprattutto non portavano nessun beneficio economico, ma in compenso la malaria entrava nelle case, accoppando un numero sempre più alto di cristiani”.
Intervento andato a segno, perché in data 6 marzo 1879 il re Umberto I decreta che “La coltivazione del riso nell'agro casalese alla destra del Po, e nel comune di Lazzarone (oggi Villabella, frazione di Valenza, N.d.A.) è vietata”. “Fu così che le risaie scomparvero dall’Agro casalese - conclude Pansa – e vi sarebbero riapparse molti decenni dopo, ma senza più il rischio della morte malarica”.
Per debellare la malaria, è comunque necessario arrivare a fine secolo, quando si scopre il chinino, un derivato chimico estratto dalla corteccia della china. Inizialmente la popolazione rurale è diffidente nei confronti del prodotto, che peraltro ha un costo non trascurabile. Solo nel 1895 il chinino diventa monopolio statale e venduto a un prezzo accessibile, da tabaccai e speziali, e qualche anno dopo sono definite le zone malariche in cui il chinino deve essere fornito gratuitamente dai padroni ai lavoratori agricoli. Per il Casalese la delimitazione riguarda i comuni di Balzola, Camino, Casale Monferrato, Coniolo, Frassineto Po, Morano Po, Pontestura e Villanova Monferrato. Nel Vercellese e Novarese si tratta di una cinquantina di comuni, da Caresana ad Asigliano, Costanzana, Desana, Fontanetto, Motta dei Conti, Palazzolo, Pezzana, Ronsecco, Stroppiana, Tricerro, Trino, Tronzano.
Che il chinino diventi specialità ben accetta, lo testimonia il medico Nicola Vaccino – probabile parentela con i Vaccino di Morano sul Po – titolare della condotta di Stroppiana, quasi un apostolo della medicina, attivo “con diuturna intelligente opera, con amore e bontà verso i miseri”, come sta scritto sulla propria tomba. In una relazione del 1906 scrive che “dopo qualche anno di intensa propaganda, non solo il chinino è accettato da questi contadini, ma essi stessi vengono a reclamarlo e, meno poche eccezioni, le tavolette sono prese quotidianamente e di buon grado”. D’altro canto, come si legge nei documenti di un’inchiesta parlamentare d’inizio ‘900 sulle condizioni dei lavoratori della terra in Italia, voluta dal medico e deputato Agostino Bertani, sono tempi nei quali la vita e il lavoro nei campi sono durissimi, le case sono piccole e prive di fognature, le malattie sono diverse e debilitanti, i cibi scarsi e di bassa qualità, l’igiene poco curata. Il contadino maschio appare già vecchio a 55 anni e la donna a 35, pochi quelli che riescono a superare i 60 anni, in genere si muore intorno ai 50-55 anni e i contadini rappresentano i tre quarti degli ammalati negli ospedali.
Il chinino funziona, e la dichiarazione di zone soggette a malaria è revocata con regio decreto del 1933, essendo i territori ormai “del tutto immuni da malaria”.
aldo timossi






