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Castelli scomparsi (3)
“Borgo San Martino, a differenza di altri villaggi che ebbero una infanzia più o meno lunga, nacque adulto”, cosi si legge nel sito web del Comune. In effetti, quando nel 1278 il notaio redige l’anno di nascita, indicando come genitore il marchese monferrino Guglielmo VII, la comunità vive in quella zona da qualche secolo, da quando un gruppo di Sarmati (soldati romani a cavallo) decise di lasciare la milizia e darsi all’agricoltura.
Già possedimento dell’abbazia di San Genuario di Lucedio, confermato nel 1159 da Federico Barbarossa, a metà ‘200 gli abitanti si stancano di stare in una zona malsana e chiedono al Marchese di poter traslocare in luogo più salubre. individuato nella non distante grangia di San Martino.
Permesso accordato. purché gli abitanti gli giurino fedeltà e dotino il nuovo insediamento di opere di difesa (recinto, fossato, spalto, porte e ponti). Di fatto nasce non un semplice villaggio di contadini (una “villa”, da cui i villani), ma un vero luogo fortificato, assumendo il nome in uso all’epoca di “borgo”, Borgo S. Martino. Disposizione a perimetro quadrato, assi stradali ortogonali che dividono lo spazio in piccoli isolati regolari, e fuor delle difese tante case isolate: il modello del “castrum” romano, pare quasi disegnato da un tecnico del lontano Impero romano.
Ovviamente si alza anche un castello, destinato a svolgere funzione di primo piano durante le vicende militari del Marchesato. Un feudatario dal nome aulico è il condottiero Facino Cane, titolare del “castello e luogo” dal 1399. Il maniero viene completamente distrutto nel 1555 dal governatore francese Raimondo di Salveyson, per evitare che si rifugiassero gli Spagnoli. Ricostruito poco dopo, è quasi subito smantellato e sulle rovine nascerà il palazzo della famiglia Ardizzone, trasferito agli Scarampi, quindi a Don Bosco che lo adibisce a collegio. Osservando le snelle ma gentili linee di quella facciata, mai si potrebbero immaginare le fortificazioni sulle quale è nata.
Lo stemma comunale di Ticineto è “d’azzurro, al castello d’argento, merlato alla guelfa e munito di tre torri”. Con tal blasone, vuoi che non avesse il suo bel maniero? L’attuale insediamento ricalca il borgo medievale databile intorno all’anno Mille e creato da una comunità emigrata dalla località Villaro, a nord dell’attuale paese, dove dagli anni Settanta del secolo scorso gli archeologi hanno portato in luce ampi resti di edifici e un cimitero, riferibili a diverse fasi di insediamento, dall’età tardoantica a quella preromanica, fino appunto alle soglie del secondo millennio.
Il primo documento in cui viene nominato Ticineto è il diploma dell’imperatore Ottone I che - nel 963 o 964, le date cambiano secondo le diverse fonti - investe il conte Aimone delle terre di Ticineto e di altri luoghi limitrofi. Curiosità: nel documento, l’allora “Ticinense” è indicato, con il vicino “Frassinetu”, nel “Lomellinensi Comitatu”; in sostanza la comunità faceva parte del contado lomellino e forse del Marchesato di Breme.
Quello stesso diploma, citando i nomi dei paesi comprende genericamente nell’assegnazione anche i castelli. Difficile dedurre se uno per ogni paese, sarebbe dunque azzardato dire se anche Ticineto avesse già alzato il proprio maniero. Sull’ubicazione, il Centro Casalis è preciso: “si trovava presso l’attuale piazza centrale accanto all’antichissima chiesa di Sant’Andrea del priorato omonimo retto dai canonici di Mortara , distrutta prima del Quattrocento”. La piazza è quella oggi intitolata ai Fratelli Tabucchi. Antonio Giorgio Saletta, autore di una storia del Monferrato, di cui esiste un solo manoscritto, ci racconta su Ticineto che “verso oriente si vede il vecchio castello con fossa tutta all’intorno dal settentrione in poi”.
Quando arrivò la fine? Scrivendo nel 1604, Evandro Baronino fa sapere che il feudatario del tempo, Sigismondo dei Radicati di Cocconato, ha giurisdizione anche “sul fossato e sedime, dove era altra volta il castello del luogo”. Dunque all’epoca, il maniero “assai forte e intorno al quale accaddero sanguinose militari fazioni”, non c’è più. La scomparsa risale ad un secolo prima, esattamente Ottobre 1507. Il giovane marchese Guglielmo IX Paleologo (prossimo alle nozze con Anna d'Alençon), alla guida di una Terra in difficoltà specie per le mire espansionistiche degli Sforza di Milano, ha in animo di impadronirsi di Ticineto. Per farla più facile, ricorre al sotterfugio. Manda il futuro cognato Carlo IV d'Alençon, condottiero al soldo del re Lodovico di Francia, in visita di cortesia ai Radicati nel castello ticinetese, con una scorta di sedici cavalieri francesi. Appena entrati nell'abitato, difeso a ovest dal fossato “La Cerca”, lo stesso Guglielmo vi fa irruzione con duecento soldati, occupa il castello e lo distrugge completamente.
Citando diplomi imperiali emanati nei decenni a cavallo dell’anno Mille, e nei quali si cita una località “Caldanasco”. lo storico vercellese Carlo Dionisotti fa corrispondere quel sito con l’attuale Valmacca, più tardi definita anche “Varmacha”. All’epoca posta essa pure nei confini del “laumellensi comitatu”. Quando scrive - fine ‘800 - “dell'antico castello si osserva ancora un piccolo avanzo”.
Doveva essere un bel maniero squadrato, non piccolo, se nel 1654, durante una grande piena del Po, “l'acqua andò nella chiesa alta mezzo uomo, et diroccò dieci case, et tutto il popolo di detta Terra si ritirò nel Castello”. La data di costruzione si può fissare intorno al 1100 circa, nei secoli successivi più volte rimaneggiato. Difficile immaginare il disegno originario, osservando quel che resta. Scarsa la documentazione. Secondo una notizia contenuta nella riconferma di Giovanni IV di Monferrato ai conti di Cavaglià nel 1447, si può solo dire che all’epoca Valmacca è composta “dal castello, da un ricetto ad esso connesso e dall’abitato non circoscritto nel ricetto ma probabilmente riparato anch’esso da qualche struttura”.
Arrivando oggi nella Piazza Marchesa Tarsilla di Bisio, lo si vede sul fondo, semplice, senza torri. Ospita gli uffici del Municipio, che lo ebbe in dono un secolo fa da Emilio principe Guasco Gallarati, marchese di Bisio e Francavilla, sindaco di Valmacca nel biennio 1915-16. Dopo l’ultimo restauro curato dall’ingegnere Vittorio Tornielli, conserva parti esterne trecentesche e qualche interno dei secoli successivi. Ovviamente non c’è traccia del ricetto.
aldo timossi (3 –continua)
FOTO. Valmacca oggi






