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“Il Monferrato terra di musica”

Il libro per gli abbonati - Di Aldo Timossi

E’ trascorso mezzo secolo, da quando, con l’amico Luigi Angelino e la sua consorte Laura Rossi (allora semplicemente definita “la disegnatrice”, oggi affermata artista), andammo “Alla riscoperta del Monferrato”! Decine di tappe tra collina e pianura, di paese in paese, mettendo in evidenza storia e cultura, emergenze ambientali e architettoniche, vini e gastronomia, e tante altre caratteristiche. Il tutto pubblicato a puntate sul giornale, quindi raccolto in un libro/guida.

Oggi l’Editore colma un vuoto diverso ma importante, con una sorta di summa che sintetizza la ricchezza della Terra monferrina nel campo musicale. Vien da pensare all’etimologia del nome. Probabilmente da “Monpharratus”, monte del farro, dei cereali, ma qui viene a taglio rammentare il più fantasioso “Monsferacis”, monte ferace, in questo caso fertile di attività nel campo del pentagramma.

Con la consueta, sapiente grafica di Alberto Giachino cui si accompagna la paziente, attenta impaginazione di Barbara Massarenti (chi non è del mestiere ignora quanto sia difficile far quadrare in pagina i testi, le immagini, titoli e titolini, le didascalie!), “Il Monferrato terra di musica” porta alla scoperta di un robusto e ai più sconosciuto aspetto del nostro territorio. Coprendo un ampio arco di tempo, “dal Medioevo ai giorni nostri, dal canto gregoriano al rock”. Spazio di quasi otto secoli, pagine nelle quali ciascuno può ritrovare il famoso musicista cui hanno intitolato una via del paese, o per tempi recenti - quelli dei complessini - il vicino di casa, l’amico, l’ex compagno di scuola.

L’analisi delle prime attestazioni musicali in Monferrato è compito di Mattia Rossi. Per il giornale si occupa di cronaca, ma si nutre di pane e spartiti, fa critica musicale su Il Giornale e Classic Voice, non disdegna le tastiere d’organo. Le origini partono dal XII secolo, e si fanno robuste con il marchese Bonifacio I, capo dei Crociati ad inizio ‘200, re di Tessalonica (ora Salonicco) ma soprattutto mecenate di uno stuolo di musicanti trobadorici in arrivo d’Oltralpe. Momento felice per i trovatori, tanto che nel 1889 un grande poeta come il Carducci ne scrisse, proprio su questo giornale, ringraziando la Città di Casale per aver onorato i suoi studi “su l’età eroica dei Marchesi di Monferrato”.

Avanti nei secoli, trattando di musica sacra, Rossi ricorda i polifonisti del ‘500 e i maestri di cappella di primaria importanza nel Duomo di S. Evasio, musicisti e compositori che diedero lustro a Casale tra Sei e Settecento, l’Ottocento con la curiosità di Luigi Hugues, ingegnere di formazione, autore di raffinati spartiti, bravo esecutore all’organo e al flauto. Infine, il ‘900 con il “divieto ai signori organisti di suonare pezzi ballabili, e la seconda metà degli anni Sessanta che avvia il periodo delle cosiddette “messe beat”.

Ben 26 pagine fanno la biografia di decine di compositori monferrini e vercellesi, dal ‘500 ad oggi. Mi piace ricordare con simpatia il Maestro Marino Merlo, organista della Cattedrale, mio docente di musica al Magistrale, autore attivissimo nel campo della musica sacra (il figlio Augusto, compagno di scuola, ora organista a Milano, ci deliziava spesso con pezzi d’organo nella chiesa attigua al “Lanza”).

Dalle navate del Duomo alla Sinagoga, è Alberto Angelino a tratteggiare la ricchezza della musica ebraica, elemento essenziale di quella comunità, presente a Casale fin dal ‘400 e quindi diffusa a Moncalvo e Trino. “Devono esserci state decine di migliaia di melodie, musicisti, cantori, cori, …in certi periodi dell’anno la Sinagoga doveva risuonare di musica non meno che la Cattedrale o il Teatro municipale”! Periodo particolarmente felice, quello dei Gonzaga - “corte ducale sfarzosa e protettrice delle arti senza alcun pregiudizio” – con figure di compositori come Salomone Rossi e Antonio Brioschi. Passata la tragedia della Shoah, è il ricercatore casalese Leo Levi a raccogliere migliaia di canti, sia liturgici che popolari.

S’è detto del Municipale. Con i testi di Andrea Mombello e Mattia Rossi, il libro non poteva trascurare le vicende del teatro casalese, inaugurato nel 1791, splendido scenario per grandi rappresentazioni e famosi direttori d’orchestra, per tutti Arturo Toscanini e Pietro Mascagni. La minuziosa ricerca non dimentica altre sale, come il “Teatro dei Platani” (probabilmente nell’area dell’ex Istituto San Domenico, via Pinelli), il “Margherita” nei pressi della Stazione, il grande “Politeama” aperto nel 1885 con l’Aida di Verdi. Passati gli anni nefasti della seconda guerra, prende vigore il progetto di rendere nuovamente agibile il Municipale, in “stato piuttosto miserevole”; servirà molto tempo, ma nel Marzo 1990 arriva la lunga notte inaugurale, con lo spettacolo di Vittorio Gassman.

Accademie, istituzioni e scuole”, testimoniano la fecondità musicale monferrina. E’ ancora Alberto Angelino a comporre con agilità un ritratto lungo due secoli, dalla fondazione dell’Accademia Filarmonica all’Istituto Soliva, dalla scuola Trevigi agli Amici della musica, dal Casale Coro alla Monferrato Classic Orchestra, fino alle Armonie in Valcerrina e al Festival Cacciano di Moncalvo.

Lo spartito della “mazurka del macellaio” di Crescentino annuncia il lungo capitolo di “Bande, danze e sunadur – Musica popolare in Monferrato”. Bruno Raiteri tratta avvenimenti, personaggi, tradizioni. Non mancano i canti di risaia, le orchestrine, i balli a palchetto, gli strumenti poveri come i “subiet” e “l’ravi” (piccole zucche tonde, seccate e tagliate), il piano a cilindro che nei paesi era noto come il “vertical” e si faceva a gara per girare la manovella (il cilindro ha dei chiodi, a ciascun dei quali corrisponde una nota, con la rotazione i chiodi vengono a contatto con delle leve che comandano il suono desiderato), i costruttori di fisarmoniche, chitarre, violini (oggi ancora attivo a Casale Gabriele Negri). Mi permetto di aggiungere, l’equipe casalese sorta, fine anni ’60, grazie all’iniziativa del sarto “forbici d’oro” Ettore Berardi, nata come “Corpo Musicale del Monferrato”, poi battezzata “La Munfrin-a”, con il maestro Carlin Fassio e le graziose majorettes capitanate dalla bella Daniela Borgia.

A chiudere le 240 pagine del libro strenna, tre capitoli che trattano: di jazz e blues, ancora con Alberto Angelino; degli anni d’oro ’50-’70 della musica leggera casalese, ripercorsi da Luciana Curino con ricchezza di nomi e immagini (verosimile che nessuno sia stato dimenticato); del “Let’s Rock” nato nel Salone Tartara negli anni ’80, storie di giovani e musica narrate a cura del gruppo “Vitamina T”, anche in queste pagine con abbondanza di nomi e un caleidoscopio di illustrazioni.

Come concludere? Vale certo la pena avere in biblioteca “Il Monferrato terra di musica”, occasione unica per compiere un lungo, seppur sintetico ma esaustivo viaggio - scrive nella presentazione il direttore Pier Luigi Buscaiolo - tra le pagine di un “esclusivo panorama della produzione musicale delle nostre terre”.

aldo timossi