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  • 8 anni fa
  • Casale Monferrato

Una storia ebraica da un punto di vista diverso

“Presidenti”, scritto da Adam Smulevich

“Una storia ebraica da un punto di vista diverso, dove si parla sì di calcio, ma soprattutto di come il calcio abbia dato il contributo alla società”. Claudia De Benedetti introduce così l'ospite di una presentazione che ha portato domenica 5 novembre, alla Comunità Ebraica, un libro e un pubblico insolito. Si è parlato, infatti, di “Presidenti”, scritto da Adam Smulevich, un nome che per chi si occupa di ebraismo comincia ad essere importante. Il ragazzo che siede in Sala Carmi è conosciuto come giornalista e ufficio stampa dell'UCEI, ma è anche il ricercatore che ha contribuito a far conoscere l'impegno di Gino Bartali in favore degli ebrei durante la seconda guerra mondiale e a far sì che, in memoria del campione, il prossimo Giro d'Italia parta da Gerusalemme.

 

Di “Presidenti” si è parlato molto nel corso dell'ultimo mese su testate nazionali e non. Le sue pagine raccontano tre storie: quella di Raffaele Jaffe, fondatore della squadra del “Casale Foot Ball Club” nel 1909, di Giorgio Ascarelli, fondatore del Napoli Calcio e di Giovanni Sacerdote, l'uomo che diede alla Roma il suo primo scudetto. Tre presidenti di club calcistici, tre ebrei che, o in vita, o in memoria furono cancellati dalle leggi razziali fasciste. Proprio per ricordare Jaffe in giorni in cui si parla molto di razzismo negli stadi, ecco l'invito a Smulevich per presentare il libro in vicolo Salomone Olper.

Al suo fianco uno storico dei Nerostellati come Giancarlo Ramezzana che ha portato pezzi pregiati del suo sterminato archivio storico: fotografie, lettere, locandine, alcune delle quali pubblicate anche nel volume di Smulevich, che ci riportano direttamente a quell'epoca eroica dei primi del 900 e allo scudetto cucito sulle maglie del Casale dal 1914. E poi c'è Max Ramezzana, scenografo casalese che attraverso i suoi disegni ha saputo forse cogliere il lato più umano di Jaffe, quello di essere un pragmatico sognatore.

 

“Dalla Storia di Jaffe sono rimasto colpito dalla sua formidabile intuizione: un professore che un giorno, vedendo alcuni ragazzi che giocano a pallone concepisce la risposta allo strapotere di una squadra vicina come la Provercelli – spiega Smulevich – è affascinante vedere come, anche nel sobrio Piemonte, il calcio incarnasse un campanilismo tipico italiano che però in quell'epoca si trasformava in un elemento gioioso e sportivo”.

“L'effetto delle leggi razziali fu devastante in tutta Europa – esordisce Ramezzana senior – in Polonia scomparvero 26 giocatori della Nazionale, di questi 11 finirono come Jaffe: ad Auschwitz”. Ma poi la passione calcistica dei presenti (si scopre che anche Claudia De Benedetti è piuttosto preparata in materia), dirotta la biografia sugli anni eroici di questo insegnante ebreo che trasferitosi a Casale ai primi del novecento ha saputo catalizzare risorse logistiche e sportive verso il successo.

Un successo che Jaffe sembra considerare molto personale, perchè emerge una personalità intelligente, di grandi capacità morali, ma anche sicura di sé fino all'eccesso. Di certo però Jaffe conosceva gli uomini e sapeva cogliere l'attimo: all'epoca della fondazione del club Nerostellato a Casale il “pallone” è un altro, è quello “elastico” e una partita di palla bracciale al Valentino può catalizzare anche 2.000 spettatori per ore. Per inciso nella Casale di allora esisteva già una squadra di appassionati di football, considerati un po' matti dalla gente, Jaffe compreso. Lui però si innamora dello sport, rifonda la società, i suoi allievi dell'Istituto Leardi forniscono le gambe. Anche quando lascerà la Presidenza non si mostra meno caparbio, da dirigente si spende per tutto, litiga con molti. Nelle foto del Casale con lo scudetto 1914 la sua immagine è al posto d'onore. Sembra megalomania, ma non si può dire che non se lo sia meritato.

In realtà di aneddoti su Jaffe se ne raccontano tanti nel corso del pomeriggio.

Merito di una platea affollata di esperti, dove porta il suo contributo anche Gianni Turino, ricordando le sue storiche interviste alla famiglia e ai giocatori di quegli esordi. Alcuni aneddoti sfiorano la leggenda, altri non sono del tutto coerenti tra loro, ma quello che si coglie è la poesia della vicenda, che poi è ciò che unisce queste tre figure così differenti: Jaffe un dirigente caparbio, Ascarelli un imprenditore filantropo al punto di dare a Napoli uno “stadio di proprietà” pagandolo di suo, Sacerdoti un passionale “core de Roma”.

Tutti hanno avuto la capacità di sognare qualcosa che sembrava impossibile e di regalare questo sogno alla loro città. Forse il danno peggiore fatto dal fascismo, che quei nomi gli ha voluti cancellare, esiliare quando non addirittura uccidere, è stato di depredare prima di tutto una memoria che oggi sarebbe molto utile, specie attorno ad uno campo di calcio...

 

Alberto Angelino.