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Quando l’Egitto venne a Torino
All'Oratorio di San Biagio di Conzano
Si è chiuso il “cerchio magico” sull’origine “sabaudo-veneta” dell’egittologia. L’Oratorio di San Biagio di Conzano ha fatto da cornice questa domenica alla presentazione del volume “Quando l’Egitto venne a Torino. Il viaggio, la collezione, gli uomini e l'Accademia delle Scienze”, pubblicato da Hapax. Protagonisti, assieme allo storico Roberto Coaloa, Alessandro Roccati, socio nazionale dell’Accademia delle Scienze, già ordinario di Egittologia all’Università di Torino, Laura Donatelli, egittologa e storica dell’arte, Elena Borgi, Responsabile della Biblioteca e dell’Archivio dell’Accademia delle Scienze, e l’editore Riccardo Lorenzino.
Il volume, stampato nel 2019, celebra il centenario della nascita di Silvio Curto, indimenticato maestro della civiltà nilotica, socio dell’Accademia e Direttore del Museo Egizio fra il 1964 e il 1984. Proprio l’omaggio a Curto ha legato, per l’ultima volta, il tris di appuntamenti a San Biagio alla parallela retrospettiva “L’Egitto di Ezio Gribaudo”, visitabile a Villa Vidua fino al prossimo lunedì. Gribaudo disvelò mezzo secolo fa il potenziale artistico dell’egittologia e intessé ottimi rapporti con Curto: quest’ultimo, dal canto suo, diede un forte impulso alla ripresa del lavoro di studio e ricerca presso il Museo torinese, interrotto dal secondo conflitto mondiale. Grazie a lui la struttura pareggiò in prestigio le blasonate colleghe europee.
“Quando l’Egitto venne a Torino” reca le firme di Rita Binaghi, Silvia Einaudi, Pierangelo Gentile, Elena Borgi, Laura Donatelli e Alessandro Roccati. Il team di esperti si addentra nelle vicende dell’acquisizione dei cimeli raccolti sulle rive del Nilo dal Conte di Barbania Bernardino Drovetti fra il 1816 e il 1820, periodo in cui aveva temporaneamente smesso l’uniforme di Console Generale di Francia in Egitto. Si tratta di un patrimonio di 5000 oggetti e 3000 monete elencati in cinque quaderni, riportati alla luce nel 2016 durante il processo di riordino e schedatura informatizzata dell’Archivio Storico dell’Accademia delle Scienze.
Fra le pagine del libro, gli autori ripercorrono l’itinerario marittimo della collezione Drovetti da Alessandria d’Egitto fino al porto franco di Livorno e quindi a Genova. Dalla Liguria a Torino, fra l’ottobre 1823 e l’ottobre 1824, le preziose ma voluminose e pesanti casse, stipate su carri d’artiglieria, raggiunsero Alessandria attraverso il Passo dei Giovi ed entrarono al palazzo dell’Accademia delle Scienze di Torino. Addirittura, il passaggio di uno spettacolare colosso sul Bormida obbligò il rinforzo del napoleonico ponte fluviale. Il costo complessivo del trasporto è stimato in circa 8mila franchi.
La collezione Drovetti affollò le prime sale del nascente Museo Egizio. Le “primitive” descrizioni apposte sui singoli reperti ne rimarcavano il materiale costruttivo ma non il contenuto intrinseco e i soggetti. Il lavoro di codificazione dei geroglifici ad opera di Jean François Champollion aveva superato il giro di boa.
Particolare rilevanza è attribuita agli “uomini” responsabili dell’affermazione del capoluogo piemontese in polo d’attrazione di studiosi e artisti da tutta Europa: Re Vittorio Emanuele I, con cui ebbe inizio la trattativa dell’acquisto della collezione drovettiana, il successore Carlo Felice che la seppe concludere con esito positivo, Prospero Balbo, Mehmet Alì, gli “amici geniali” Giovanni Battista Belzoni e Champollion, Ippolito Rosellini, Henry Salt, Amedeo Peyron, Giulio Cordero di San Quintino, Costanzo Gazzera e, ovviamente, Carlo Vidua. Il Conte di Conzano suggerì al Conte di Barbania la cessione al Regno di Sardegna del “bottino” sepolto sotto la sabbia del deserto nordafricano, convinto che il nucleo fondante del Museo Egizio avrebbe gettato i semi di un’Italia unita da lui bramata ma che non ebbe il tempo, e la fortuna, di vedere realizzata.
Paolo Giorcelli






