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Quartetto Adorno alla Accademia Filarmonica
Nel ricordo di Mario Patrucco
(a.a.) Se il mondo fosse un posto più giusto questa recensione sarebbe siglata “m.p.” e sarebbe anche molto più competente. Nella divisione dei compiti per Il Monferrato le recensioni dell’Accademia Filarmonica spettavano a lui: Mario Patrucco, sia perchè a Palazzo Treville era di casa, essendone stato anche il direttore artistico, sia perchè l'alto livello delle esecuzioni richiedeva la profonda conoscenza di musicista, oltre che di critico. Per di più Mario si è perso una stagione decisamente “nelle sue corde”, in tutti i sensi.
Questo susseguirsi di giovani, ma eccezionali Quartetti d'Archi con cui l’Accademia ha costruito il suo cartellone nel 2018, per lui, diplomato in viola e capace di sentire una nota calante in un allegro con fuoco, sarebbero stata una fonte continua di riflessioni da condividere con i suoi lettori. Serena Monina, Presidente dell'Accademia Filarmonica prima di questo concerto del 16 settembre lo ha ricordato con affetto. “Sarà vicino a noi oggi”.
Poi spazio alle note. Chiamare un quartetto omaggiando il musicologo e filosofo Theodor Ludwig Wiesegrund-Adorno è già una dichiarazione d'intenti: andare oltre l'esecuzione, costruire un percorso su cui far riflettere l'ascoltatore su quella che per Adorno era la “musica per intenditori” per eccellenza. Questi 4 ragazzi, formatosi alla Scuola di Musica di Fiesole, ci riescono
mettendo in campo due “titani” nella scrittura per questa formazione: il quartetto n. 15 op. 144 di Dimitri Shostakovich e il quartetto op. 18 n. 3 di Beethoven.
Al di là dei quasi 200 anni che distanziano le partiture sono due esempi materialmente opposti di formalismo musicale. Beethoven scrive l'op 18 ancora radicato nel '700, per la delizia di nobili e munifici appassionati, Shostaovich compone il suo personale “memento” funebre poco prima della morte, e il primo a piangere della sua dipartita è proprio lui. Coerenti con il loro nome gli Adorno trasformano il quartetto di Shostakovich in un'opera ai confini dell'espressionismo viennese, quello di “minimalista” di Webern per capirci. L'op 144 comincia con un'elegia e
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(Foto Luigi Angelino)
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