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La vita si vive o si scrive? - Di E. Gioanola
Un novecentista sui generis
Il dubbio tra il vivere e lo scrivere mi ha tormentato sempre e, giunto alla vecchiaia, non mi ha ancora abbandonato. Ho finito per conciliare alla meglio le due cose, facendole in qualche maniere coincidere, pur dopo avere appreso dalla scelta del Novecento, e in genere dalla modernità romantica, che non si scrive senza sofferenze esistenziali di varia intensità.
Personalmente ho fatto della letteratura il mio mestiere, in primo luogo come scelta senza alternative, poi come autentico e inevitabile interesse vitale.
Così sono risultato un novecentista molto sui generis, sempre a metà tra dedizione professionale e passione senza alternative. Il mio commercio con i libri è cominciato, con tutte le difficoltà ambientali, molto presto, nell’anno preciso della fine della guerra, il 1945, quando ho finito le elementari e cominciato le scuole medie.
Al mio paese erano state instaurate appena un anno o due prima, nel tempo più duro del conflitto mondiale, quando i bombardamenti di Alessandria avevano reso precarie, quando non impossibili, le trasferte dal paese alla città. A dire il vero la cosa era stata fatta più per gli sfollati che per i residenti, che in ogni caso avevano potuto usufruire dell’opportunità, per lo più senza marcato interesse per lo studio, in attesa del rapido affermarsi dell’oreficeria, che avrebbe presto assorbito gran parte degli evasi dalla scuola. Al primo anno della media, eravamo una trentina, al terzo anno il numero si era ridotto a poche unità, col rischio di chiusura dell’esperimento.
Ricordo molto bene quell’inizio, con due professori che passavano il tempo più ad amoreggiare che a fare le lezione, ma c’era l’opportunità molto ghiotta di prendere i libri in prestito per leggere a casa, tra quelli portati in paese per la biblioteca scolastica.
Alla domanda dell’insegnante che m’invitava a sceglierne uno, risposi “il più grosso”, tanta era la mia fame di lettura. Non ricordo più né l’autore né il titolo di quel volume, che fu però il primo della breve opportunità offerta al mio desiderio, perché la scorta scolastica era assai esigua. Fuori di essa, c’era in paese solo quella della signorina Boccalatte, coi libri del suo tempo migliore, della cui qualità ho già detto, e poi il deserto. Ma la sete di letture che avevo era troppo superiore alle possibilità offerte dalla famiglia di provenienza e dal luogo natio, non selvaggio come quello leopardiano, ma senza opportunità d’istruzione, sicché dovevo limitarmi al giornale che mio padre comprava per l’ “esercizio”, come il caffè, dove ho visto la luce, era da lui chiamato. Solo quando, per una fortunata combinazione, sono entrato alle scuole superiori nel liceo-ginnasio della capitale alessandrina, ho potuto venire a contatto con i libri “veri”, a cominciare dai Promessi sposi, che non è stata una sbrogliata di cervello come si poterebbe pensare, perché venuta troppo presto per gustarne i pregi. Il ginnasio però, per la povera istruzione avuta nel la media del paese, era cosa molto ardua e ricordo le fatiche del primo trimestre per mettermi al pari dei miei compagni cittadini, ma poi le cose si aggiustarono, anche se conservo una pessima impressione delle tre classi di liceo, per colpa del professore di lettere che, reduce dalla guerra, portava i segni dei peripezie vissute e ogni tanto doveva allontanarsi dalla classe perché preso dalle turbe psicologiche che lo affliggevano.
Poi c’era il vecchio professore di latino e greco che, preso dai malanni del’età (molto meno avanzata delle mia di adesso), aveva perso ogni interesse per l’insegnamento e se la cavava raccontando storielle. L’insegnante di scienze era pure sull’orlo della pensione e pensava ancora di essere ai tempi della grande guerra, ripetendo a memoria le lezioni di decenni prima, con equivoci spassosi come quello riguardante il fenomeno dei “fanghi” marini, che nelle dispense storiche a nostra disposizione, si leggevano come “funghi”, con spassosi equivoci e grande ira da parte sua, che in ogni caso deva sua lezione succhiando grosse caramelle (che attirarono l’attenzione di Umberto Eco che, nella rivista teatrale da lui messa in scena a carnevale, ottenne grosso successo con l’imitazione della professoressa intesa alle sue imperturbabili suzioni). Io in quegli anni ero troppo impegnato con l’oratorio per interessarmi della scuola, e non so se sia stato tempo perduto o impegnato con qualche profitto. I libri, intesi professionalmente, potevano aspettare.
Elio Gioanola






