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Restauri a Morano
Dopo la Madonnina, appello per Sant'Antonio
Da qualche settimana, il campanile della “Madonnina” di Morano Po ha nuovamente la copertura a cuspide, mandata in pezzi tanti anni fa da un malvagio fulmine. Pensare che proprio i rintocchi della sua campana, azionata dal romita (l’ultimo, a metà ‘900, un mio zio), avvisavano i contadini nelle campagne dell’arrivo dei temporali!
Il tempio, a lato della strada per Due Sture, ha per titolare la Natività di Maria Vergine, conosciuto anche come Consolata, dall’inizio del secolo scorso la gente ha preso l’abitudine di definirlo confidenzialmente come “la Madunin’a”. Forse per via della statua lignea policroma di inizio ‘500, già ospitata in una nicchia e ora custodita in parrocchia. Anche per quel simulacro, un nome fantasioso, “Madonna del ceppo”, perché la tradizione - ricordata dal compianto storico locale Alfredo Ferrari - vuole sia stata rinvenuta da un contadino presso il ceppo di un albero reciso.
C’è una seconda novità (arriveremo alla terza). Sulla data di costruzione della chiesa si è non poco ragionato da decenni. Dovrebbe essere quella indicata nella lapide murata sopra il portale d’ingresso. Sicuro il nome del fondatore: “Guillelminus de Careto”, “il venerabile uomo frate Guglielmino del Carretto precettore” della Casa religiosa di Morano dell’Ordine di San Giovanni di Gerusalemme. Quale data? Dalla difficile lettura della pietra, smangiata dal passar dei secoli, le passate generazioni han sempre preso per buono un MCCCLXXVII, 1377, come scrive nel libro degli “Appunti” don Felice Mellana, parroco nella prima metà del ‘900.
Tempo fa, il giornalista Luigi Angelino - storica colonna del giornale, passione e occhio attento ad arte e cultura - ebbe a fotografare e interessarsi a quella lapide, chiedendo lumi al professor Olimpio Musso, grecista e cultore dell’epigrafia. Da quel consulto, pur nell’incertezza di quanto scolpito e di una successiva dipintura, emerse l’ipotesi di una retrodatazione di 100 anni. In effetti, osservando una vecchia immagine bianco/nero, tale parrebbe.
A mettere ora un punto fermo, la pubblicazione - “Le aderenze viscontee fra Tre e Quattrocento, Francesco Bozzi, 2021 - di un frammento di registro, conservato presso l’Archivio di Stato di Milano, e risalente al 3 febbraio 1379. Con quel documento, il duca Gian Galeazzo Visconti presenta alcune nomine a Vittorio Amedeo VI Savoia. Tra queste, “Guglielmino del Carretto preceptor di Morano”. Innegabile si tratti del “nostro” fondatore della Madonnina, dunque nascita confermata nel 1377, il pittore non aveva aggiunto una “C”.
Terza novità, una vendita immobiliare! Riguarda in paese, verso il fondo del viale Stazione - la “leja”, oggetto di un serio lavoro di sistemazione da parte del Comune, con la sostituzione di decine di tigli ammalorati - il grande compendio dell’ex mulino Boccardi, nonché la dirimpettaia, rosseggiante villa costruita un secolo fa dal cavalier Vizzardi, all’epoca direttore della locale fabbrica Unione Italiana Cementi, poi divenuta Unione Cementi Marchino. A quel piccolo quartiere si legano tra l’altro i primissimi tempi della mia vita. Nato nella casa con balconcino attigua al mulino, allietato dai canti dei camionisti che pasteggiavano nella sottostante trattoria, aspettando di scaricare calcare e argilla nel cementificio. Traslocato per pochi anni nella casa Vizzardi. Oggi poco più in là!
Aldilà delle questioni di cuore, in quel complesso esiste anche una cappelletta, dedicata a Sant’Antonio abate, il santo “del porcello” per via del maialino e di altri animali, raffigurati ai suoi piedi. E’ un bene architettonico in qualche modo storico, una delle due residue quattordici “stazioni” della Via Crucis, che almeno da metà ‘700 portava in processione i fedeli fino alla Madonnina. L’altra è attigua alla chiesa, in proprietà privata, siepi e ramaglie la nascondono alla vista, e s’immagina sia ormai sbiadita la dipintura della Crocifissione, opera intorno al 1935-40 del noto pittore balzolese Angelo Bigatto.
Auspicio di questo breve racconto di storia locale: si vorrà tutelare, quindi salvare il Sant’Antonio del viale Stazione, davanti alla cui immagine generazioni di moranesi hanno acceso stuoli di candele per la festa del 17 gennaio, e ancora oggi di tanto in tanto si pone qualche cero?
aldo timossi
FOTO. Cappelletta di Sant'Antonio






