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Francescani in Monferrato (10)

Giacinto da Casale Monferrato, nato dalla nobile famiglia dei Natta

Eumdem ordinem illustrabat hoc tempore Hyacinthus a Casale, Montisferrati ex nobili familia de Natta ortus”, “Allo stesso Ordine diede fama in quel periodo Giacinto da Casale Monferrato, nato dalla nobile famiglia dei Natta”. E’ l’incipit dello storico Lucas Wadding, utilizzato negli “Annales Minorum” (1886), per illustrare la figura del Cappuccino casalese, al secolo Federico del Conti Natta di Alfiano.

Nasce il 21 gennaio 1575 (o ’74) da Gabriele Ettore Natta e da Maria Polissena Biandrate di San Giorgio, sorella del potente cardinale Giovanni Francesco. Signori di Alfiano fin dal ’400, abitano nel palazzo (poi Vitta) nell’attuale via Trevigi. Studia lettere a Pavia, quindi filosofia e diritto a Salamanca; nel 1599 si addottora a Bologna in utroque iure, diritto civile ed eclesiastico.

Per un breve periodo è alla corte del duca Vincenzo I Gonzaga, e pare debba proseguire la carriera diplomatica. Un bel giorno, mentre cammina sotto i portici di Casale, accade un fatto che gli cambia le prospettive. “Avvenne che un rivale lo appostò per ucciderlo, ed uccise invece un suo povero cameriere - così scrive fra Michelangelo da Rossiglione nei “Cenni biografici e ritratti di padri illustri dell'ordine cappuccino” – e fu quel colpo, sensibilissimo quanto mai dir si puote al suo bel cuore, un avviso del Cielo con che riaccendevalo nell'antico desio di rendersi Cappuccino”. Entra a Vicenza nell'Ordine con il nome di Giacinto, incertezze e malattie mettono in forse la sua idoneità all'ordine, ma il 28 febbraio 1602 pronuncia i voti.

Gran predicatore, gira per mezza Italia. Trovandosi a Napoli, avrebbe predetto una grande eruzione del Vesuvio. Quando ciò avvenne, nel 1631, il pittore Zampieri detto il Domenichino immortalò l’evento in una lunetta nella Cappella del Tesoro di San Gennaro: secondo qualche fonte, il frate che con il Crocifisso frena l’eruzione sarebbe proprio Giacinto.

A lui si devono le iniziative per la costruzione di una chiesa e un convento a Casale, nell’area dell’attuale Piazza Statuto e dell’orfanotrofio San Giuseppe in Via Lanza a fianco dell’omonima chiesa; fonda a Roma la Congregazione dell’Oratorio di San Filippo Neri e a Casale collabora a innalzarne la chiesa consacrata nel 1623, è il primo sponsor di un monastero per le Cappuccine e della chiesa di Santa Chiara (oggi auditorium in Via Facino Cane).

Inizia quindi un’intensa attività diplomatica. E’ in Germania, partecipando a una sessione della Dieta imperiale di Ratisbona, in Francia e Spagna, in Austria e Svizzera. Sempre nella veste di Nunzio apostolico. “Oh! il fino Diplomatico! il savio Legato! il fedele Ambasciatore che si ebbe la Santa Romana Sede in un povero Cappuccino” annota fra Michelangelo! Nel maggio 1626 Urbano VIII lo incarica di una nuova missione, ma fra Giacinto si ammala, si ritira a Frascati, poi a Napoli.

Tornato a Casale, il 17 Gennaio 1627 finisce i suoi 53 anni d'età e 27 di vita religiosa. Ancora da fra Michelangelo: “Anni pieni di virtù e di meriti confermati da Dio col suggello de' miracoli in vita e dopo morte. La sua bell'anima fu vista salire al Cielo corteggiata da Serafini cantanti l'eterno inno all'augustissima Trinità”. Movimentata come in vita, la sorte dopo il trapasso. La sua salma viene sepolta sotto al pulpito della chiesa dei Cappuccini, ancora fuori di Porta Po.

Quando la chiesa va in rovina, i resti sono trasportati nel nuovo convento dell’Ordine, e “riposti nell'andito, che dà l'accesso alla Cappella di Sant’Antonio”. Nel 1802, avendo il regime napoleonico soppresso gli ordini religiosi, trovano spazio nei sotterranei del Duomo, sotto l'attuale cappella di Sant'Evasio, insieme a quelli di fra Bonaventura da Occimiano e di altri religiosi. Il 6 agosto 1826 il vescovo Alciati autorizza il trasporto delle ceneri di Giacinto e Bonaventura nella chiesa di Santa Maria del Tempio. Imponente ed entusiastica la manifestazione di omaggio che accompagna il corteo, gente semplice e non poche autorità civili e militari. Scrive la “Gazzetta Piemontese” che “a misura che il corteggio allontanavasi dalla città, cresceva il concorso di numerosi drappelli delle vicine popolazioni”. Fra tanta gente, “una signora di Occimiano, la quale, assalita da gravissima infermità, ottenne l’instantaneo suo ristabilimento mercè il patrocinio del padre Bonaventura”.

Nel 1532, con la bolla “In suprema militantis Ecclesiae” Papa Clemente VII riconosce maggior autonomia agli Osservanti, mutandone il nome in quello di Riformati. A questa famiglia appartiene fra Bonaventura da Palazzolo, “in Monferrato” specifica opportunamente l’antico repertorio, evitando confusioni quali possono insorgere, ad esempio, tra i tanti religiosi definiti “da Casale” o “da Morano”, ma di altre comunità rispetto a quelle monferrine. Nasce il 23 aprile 1601, da Bernardino Relli e Giovanna Jugali, famiglia dai lontani antenati nobili, discendendo dagli O'Reilly irlandesi. Al battesimo gli danno i nomi di Giacomo Antonio. Fin da giovane aspira alla vita religiosa. Vorrebbe entrare nel convento di Crea, officiato dai canonici lateranensi, ma non è accettato. Viene ammesso a Casale nei monastero dei Francescani, quindi si trasferisce a Genova per il noviziato, infine inviato a Giaveno.

Gli va stretta la vita “comoda” dei conventuali, cerca maggiore rigore, e dopo un tentativo di entrare fra i Cappuccini, trova posto nel convento Madonna degli Angeli a Torino, con il nome di fra Bonaventura. “Si distingue subito per la pratica fervorosa delle più ardue virtù: orazione, austerità, umiltà, laboriosità, perdono delle offese”. Inizia a diffondersi la fama di una certa santità di vita. Un giorno il vescovo di Aosta, a Torino per incontrarlo, bussa alla porta della cella ma non ha risposta. “Prende una scala, sale e lo vede in estasi, colle braccia aperte, gli occhi fissi al cielo, il corpo immobile sollevato da terra che tocca il pagliericcio solo colla punta d’un dito del piede”. Uno spettacolo che si ripeterà altre volte.

E’ in confidenza con il cardinale Maurizio di Savoia che lo introduce negli ambienti della Curia pontificia, e in pegno della stima, nel 1626 gli fa omaggio di alcune reliquie del santo papa e martire Caio, e di una santa Faustina, che padre Bonaventura porta a Palazzolo. Inizialmente conservate nella Confraternita degli Apostoli, poi trasferite nella chiesa parrocchiale e dal 1771 ospitate in una cappella fatta costruire dal Municipio. Caio e Faustina diventano i compatroni della comunità.

Nel 1628 inizia la missione di convertire gli eretici Valdesi nella valle di Luserna, intorno a Pinerolo. In occasione di uno dei viaggi a Roma incontra il vescovo di Spalato, che lo invita ad accettare impegni di predicazione in Albania, approvati nel 1634 dal papa Urbano VIII che lo nomina prefetto apostolico. Inizialmente i frati devono subire sofferenze e privazioni di ogni genere, poi “persino i Turchi e gli scismatici portano a loro infermi ed indemoniati per farli benedire ed ottenevano la guarigione”. Tornato in Italia dopo oltre un decennio, è a Bologna, dove fonda un collegio per le missioni, poi a Venezia, quindi ancora in Albania. Ammalato di gotta, si ritira a Torino nel convento della Madonna degli Angeli; “in città è accolto con somma letizia dai principi di Savoia e da tutto il popolo”. Durante gli anni trascorsi in Albania è stato impressionato dall’arte orientale, nel tempo libero disegna e dipinge; un quadro della “Madonna liberatrice” è oggi conservato nella chiesa di San Giorgio a Valperga Canavese. Logoro dalla fatica e dalla malattia, a soli 56 anni fra Bonaventura sale al Cielo il 2 ottobre 1657, “da tutti definito beato e santo”.

aldo timossi (10 – continua)