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Cantiere Speranza, ciclo di mons. Catella

Dottrina sociale della Chiesa col prof. Moro

Giovedì 9 aprile, nella Sala Cavalla del Seminario vescovile, il ciclo di studi promosso da Cantiere Speranza  curato da mons. Alceste Catella ha visto  un appuntamento di particolare densità dedicato al tema: “La dottrina sociale della Chiesa nel tempo degli imperi e della crisi del multilateralismo”. Relatore il professor Riccardo Moro, docente di Politiche dello sviluppo nel Corso di laurea in Scienze sociali per la globalizzazione presso la Facoltà di Scienze politiche dell’Università degli Studi di Milano, esperto di economia politica e sociale, da anni impegnato sui temi della povertà, della lotta all’indebitamento dei Paesi poveri e del finanziamento dello sviluppo sostenibile.

L’introduzione di mons. Catella ha richiamato con forza il contesto spirituale e culturale in cui si colloca oggi la riflessione sociale della Chiesa. Il riferimento all’ultima udienza giubilare tenuta il 20 dicembre 2025 da Papa Leone XIV – che parla (muovendo dagli scritti paolini) del grido della terra e dei poveri come di un travaglio di parto, e che ammonisce a non rimanere indifferenti davanti alla morte di migliaia di persone – ha offerto una chiave di lettura potente: la creazione stessa invoca giustizia, mentre la concentrazione delle ricchezze nelle mani di pochi interpella la coscienza collettiva. Nonostante tutto, ha ricordato Catella, accanto a chi sfrutta permane chi spera: una tensione che attraversa la storia e che chiede di essere abitata responsabilmente.

Nel suo intervento, Moro – che vanta anche una formazione all’Università di Torino e un percorso nell’Agesci – ha ricostruito con rigore il cammino della Dottrina sociale della Chiesa, a partire dalla Rerum Novarum (1891) di Papa Leone XIII, che per la prima volta affrontò in modo sistematico la questione operaia nel contesto europeo. Un punto di svolta, ma non un inizio assoluto: la Chiesa, ha ricordato, si è sempre occupata dei temi sociali. Da allora, attraverso successive riletture (circa ogni quarant’anni i pontefici hanno proposto aggiornamenti, talora con posizioni storicamente superate, come il divieto dello sciopero in alcuni documenti), si è progressivamente ampliato lo sguardo: dal lavoro alla pace (con la Pacem in terris), dallo sviluppo alle disuguaglianze. Fondamentale la Populorum Progressio di Papa Paolo VI, che legò sviluppo e pace affermando che “lo sviluppo è il nuovo nome della pace”. Un ulteriore passo decisivo è stato compiuto da Papa Francesco con la Laudato si’, che ha introdotto l’attenzione alla questione ambientale non solo in termini di solidarietà tra i viventi, ma anche come responsabilità verso le generazioni future: dobbiamo lasciare un pianeta che conservi le risorse che abbiamo trovato. Francesco sposta così l’attenzione dal solo uomo all’intera creazione come opera di Dio.

Particolarmente significativo il richiamo al principio di sussidiarietà, che non può essere disgiunto dalla solidarietà: una sussidiarietà assolutizzata, ha avvertito Moro, degenera nella “giungla del mercato libero”. Uno dei passaggi più incisivi ha riguardato il concetto, introdotto dall’allora pontefice Giovanni Paolo II, di “strutture di peccato”: meccanismi sociali ed economici che, al di là delle responsabilità individuali, producono e riproducono ingiustizie e violenze alla dignità umana. Dalla corsa agli armamenti – con il rischio di una spesa militare sempre più “turboalimentata” – alla massimizzazione del profitto senza limiti, fino alle nuove concentrazioni di potere economico e tecnologico, Moro ha evidenziato come tali dinamiche richiedano risposte non individuali ma collettive e organizzate, capaci di ripensare la società. Il potere, ha ricordato, è uno strumento, ma va usato al servizio delle persone e non per esigenze narcisistiche. Il tema della pedofilia, anche nella Chiesa, non è primariamente sessuale, ma un problema di potere: abusare di chi non può autodeterminarsi. Questa deriva narcisistica del potere, ha aggiunto, sta avvelenando la politica e la società.

L’analisi si è poi allargata al contesto internazionale, segnato da una evidente crisi del multilateralismo. Il sistema delle Nazioni Unite, pur con i suoi limiti (inefficienza, diritto di veto riservato a cinque Paesi), resta – secondo il relatore – il “meno peggiore” degli strumenti disponibili per il contenimento dei conflitti. La sua presunta inefficienza va letta alla luce della natura stessa della democrazia, che per definizione è più complessa di un sistema autoritario, ma capace di produrre decisioni qualitativamente migliori. In assenza di tali organismi, la storia insegna che il rischio è il ritorno alla guerra aperta. Moro ha citato il ruolo positivo delle istituzioni regionali (Unione Europea, Unione Africana, accordi di libero scambio intra-africani), oggi messe in discussione da spinte sovraniste, osservando come tutte le potenze, anche quelle critiche verso l’ONU, abbiano comunque interesse a che essa continui a svolgere una funzione.

A complicare il quadro, Moro ha individuato cinque grandi trasformazioni globali: 1) l’evoluzione critica della democrazia, con il calo della partecipazione; 2) il cambiamento climatico, che colpisce soprattutto le fasce equatoriali più povere, generando migrazioni interne e tensioni sociali; 3) l’aumento delle disuguaglianze, sia tra Paesi sia all’interno dei singoli Paesi, con la concentrazione del potere economico in pochi grandi poli digitali e finanziari (i primi dieci gruppi detengono circa il 70% del mercato); 4) la difficoltà di governare l’evoluzione tecnologica (fake news, intelligenza artificiale); 5) l’impatto di questi fenomeni sulla politica, con dinamiche comunicative che tendono ad avvelenare il dibattito pubblico.

In questo scenario, la Dottrina sociale della Chiesa si conferma come una bussola capace di orientare il discernimento. Non una teoria astratta, ma un invito concreto a “mettersi in mezzo” – secondo l’espressione del cardinale Martini – per contribuire a costruire processi che mettano al centro la dignità della persona. Anche la politica, ha ricordato Moro citando Paolo VI (nell’Octogesima adveniens), resta una delle forme più alte di servizio, a condizione che sia liberata da derive narcisistiche. Il relatore ha però lanciato un monito anche contro un atteggiamento opposto ma altrettanto dannoso: quello di chi, per pigrizia o disillusione, ritiene aprioristicamente che tutta la politica sia mossa solo da interessi personali. Questo pregiudizio generalizzato allontana ulteriormente i cittadini dalla vita pubblica e finisce per scoraggiare proprio quelle persone che, animate da spirito di servizio, sarebbero disposte a impegnarsi per il bene comune, lasciando così spazio ai peggiori.

A chiudere l’incontro, il richiamo a esperienze concrete come quella della giustizia riparativa in Sudafrica (tramite la Commissione per la verità e la riconciliazione), ispirata dall’opera di Desmond Tutu, ha mostrato come sia possibile ricostruire legami sociali lacerati, restituendo senso alla comunità. Un segno, tra i tanti, che anche dentro le contraddizioni del presente resta aperto uno spazio per la speranza, a condizione che non si ceda all’indifferenza.

Luca Beccaria

 

 

Luca Beccaria