Notizia »

Un miracolo della musica che si è rinnovato...

Dalla Svizzera a Terruggia...

C’è un fenomeno curioso che si ripete a Terruggia dal 1996: ogni due anni i musicisti del Berner Musikkollegium migrano nel paese monferrino. Una settimana nel comfort dell’Hotel Ariotto, tra prove, agnolotti e soprattutto incontri con gli amici ritrovati che da trent’anni li aspettano su queste colline.

È un miracolo della musica che si è rinnovato anche quest’anno, traducendosi - come da tradizione - in due concerti con la partecipazione del Coro di Casale. Il primo nella parrocchiale di Terruggia il 17 aprile, l’altro nella chiesa di San Domenico di Casale il giorno dopo.

Se la seconda esibizione è quella più attesa, con più pubblico e acusticamente equilibrata, bisogna assistere alla prima per capire quanto l’iniziativa sia diventata un ponte tra due comunità diverse, ma in preda alla stessa passione.

Basta arrivare un po’ prima del concerto e prendersi del tempo nel bar della piazza. Un bicchiere di grignolino propizia le chiacchiere tra un oboista svizzero e un soprano nostrano che hanno aspettato tutto questo tempo per rivedersi ed esibirsi insieme. Magari sono qui con i figli, anche loro con una partitura in mano e un vestito nero. Ed è questo legame che serve a capire la musica che arriverà da lì a poco.

Il Musikkollegium di Berna è formato da un mix di dilettanti e professionisti, ma soprattutto è gente che suona con il cuore. Il direttore Lucius Weber sceglie la Settima Sinfonia di Beethoven per aprire il programma. Esecuzione pimpante, ripieno orchestrale compatto e ben definito, specie nel registro basso che riverbera per tutta la chiesa. Il che fa onore anche a Elisa Raccozzi violoncellista casalese dell’Opera Ragazzi che, anche questa è tradizione, fornisce sempre qualche musicista per questo gemellaggio.

La seconda parte del concerto vede in azione i coristi di Berna uniti al Casale Coro guidato da Giulio Castagnoli, che nell’occasione sceglie di cantare invece di dirigere. Il brano è già nel repertorio della compagine casalese: il requiem in do minore di Cherubini, eseguito nel 2007 per commemorare il vescovo Zaccheo, ma commissionato nel 1816 per un re, il defunto Luigi XVI, dal fratello appena insediato sul trono di Francia. Scelta comunque interessante perché due anni fa il programma unì la Quinta di Beethoven con la spettacolare messa dell’incoronazione, sempre di Cherubini: un trionfo della potenza terrena e divina. Quest’anno l’accostamento stimola altre riflessioni, in fondo stiamo ascoltando brani composti a pochi anni di distanza, ma con un legame. Beethoven amava questa musica (e non solo lui, ma anche Berlioz): “Un Requiem deve essere una commemorazione malinconica dei morti. - Scrisse - una musica calma; non c'è bisogno della tromba del Giudizio». Per tempi come i nostri l’Allegretto della Settima e il Kyrie di questa melodia sacra possono diventare la celebrazione di un dolore composto quanto universale, reso salvifico dai ricami delle viole e dalla delicatezza delle voci femminili. Certo qui il volume del doppio coro, degli archi svizzeri e dei tromboni in partitura, crea un Dies Irae che fa davvero paura ai dannati, ma gli appassionati sono più impressionati da come i cori padroneggino le parti fugate in una composizione che, anche per la mancanza di solisti è estremamente impegnativa per il gruppo.

Venire a Terruggia fa poi apprezzare quello che succede alla fine del concerto, perché è un’altra manifestazione di amicizia. Standing ovation e scambio di regali. E il 26 aprile, tutti a Berna a ricambiare la visita.

Alberto Angelino