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Francesco e Francescani in Monferrato (3)
“Sul finire dell’anno” (1214) la tappa di Alessandria
Arrivato in Spagna, a Francesco il volere divino “riserva una sorte diversa dal voluto - scrive fra Bonaventura - poiché gli sopravviene una gravissima infermità”, che non gli permette proseguire per il Marocco. E’ verosimile si riacutizzino le tante patologie delle quali soffre da tempo, anche per i ripetuti digiuni e il non riguardare “fratello corpo” dai rigori del freddo (negli ultimi tempi di vita, accetterà qualche medicina, purché richiesta da quel “fratello”, uno dei tanti con le “sorelle”, morte compresa). Deve dunque tornare in Italia. Anche di quelle settimane e di quel cammino, poco si conosce. I grandi storici hanno glissato, e di riflesso nulla si trova in storie recenti, oltre ai già citati Franco Cardini e Alessandro Barbero, le quasi 300 pagine edite nel settembre 2025 a firma Aldo Cazzullo.
Quanto all’epoca, potrebbe essere l’ultimo scorcio del 1214, prima delle nevi invernali, così le cronache del Wadding. Difficilmente la piccola comitiva avrebbe potuto superare i valichi alpini nelle settimane più fredde dell’inverno. Come accompagnatori del futuro santo, i frati Elia da Cortona e Guglielmo da Quintavalle, forse uno dei due, forse in coppia - le scarse notizie sono contradditorie - come usava l’assisiate nel mandare i suoi in giro per il mondo, memore del Cristo per le missioni degli apostoli, a due a due. A meno di immaginare un percorso differente, come descrive - ed il solo tra decine di cronisti - fra Salvatore Vitale nella “Historia serafica” del 1645. Secondo quelle pagine, sintesi di tanti “altri libri e trattati”, da Marsiglia il gruppetto di sarebbe imbarcato per la Corsica, e alla periferia di Bonifacio avrebbe avviato la costruzione di un convento “molto conforme alla santa povertà”, con celle assai piccole. Dalla Corsica, si sarebbe reimbarcato verso Nizza, per il ritorno in Umbria.
Tornato comunque in terra lombarda (ricordiamo che al tempo anche il futuro Piemonte è compreso nella terra già definita Longobardia), eccolo a Vercelli. Un cronista riferisce che “il Vescovo Ugone da Sessa ve lo trattenne alcun tempo per l'edificazione del suo popolo, che avidamente ne ascoltava la santa parola”. Aggiunge che, “ospite del prevosto di s. Eusebio Giacomo Carnario”, che sarà vescovo dopo Ugone, gli è donata “una abitazione attigua alla chiesa di S. Matteo, sita dalla parte della Cittadella presso Billiemme, dove il santo lasciò alcuni de' suoi religiosi a continuarvi la missione da esso incominciata”. Di quell’insediamento conventuale vi è conferma in un documento del 1250, con il quale l’arciprete della cattedrale stabilisce un lascito di 60 lire pavesi per la chiesa di san Matteo “ordinis fratrum Minorum”. In seguito i Minori si sposteranno all’interno della città, prossimi al palazzo comunale, dando vita al cantiere negli anni novanta del ‘200. Nella borgata vercellese, a metà ‘400 erigeranno, a fianco della chiesa, un convento imponente, dedicato proprio a Santa Maria di Billiemme (da Betlemme), oggi trasformato in ostello per pellegrini sulla via Francigena. Da citare per scrupolo la versione un poco diversa del Wadding: “…ottiene per sé e per i suoi la chiesa di San Paolo fuori città, presso le acque del fiume Servio o Cervo, che scorre lì vicino”.
Sulla sosta a Vercelli, interessante quanto si legge in una biografia (1870) di Giovanni Gersenio, abate dei Benedettini vercellesi. Francesco avrebbe affidato “al santo abbate la direzione di due tra i più cari suoi discepoli, quali erano Antonio detto poi da Padova, di nazione portoghese, e Adamo da Marisco, inglese, della diocesi di Bath”. Adamo di Marsh diverrà un famoso teologo, e tornato in Inghilterra avrà una docenza all’università di Oxford.
Ed ecco, “sul finire dell’anno” (1214) la tappa di Alessandria, città “che prende nome della Palia, amenissima località della Lombardia Cispadana”. Qui sono ospiti di un pio uomo, che per dovere di cortesia cerca di far preparare nutrienti cibarie. Il giorno in cui sulla tavola c’è anche un grasso cappone arrosto, bussa alla porta un “uomo malvagio ma astuto”, probabilmente un eretico, che dice di chiamarsi Antonino e si finge mendicante. Francesco prende un pezzo di quel cappone e lo porge al mendico. Questi, maliziosamente conserva quel cibo e il giorno successivo, quando Francesco è in piazza tra la gente, si presenta e agita quel pregiato boccone per dimostrare che il fraticello predica bene ma razzola male, mangiando buoni cibi. Miracolo: Domineddio fa in modo che agli occhi del popolo il cappone si trasformi in pesce, cibo molto meno pregiato, essendone molto ricco il vicino Tanaro. E Antonino fa la figura dell’idiota.
Altro evento miracoloso, tramandato dalle cronache, si collega all’amore e al rispetto per gli animali. Riguarda una lupa, che vive nella fitta boscaglia intorno alla città e pare abbia già divorato più di una persona, specie bambini. Francesco s’inoltra nel bosco, incontra l’animale, gli parla, lo convince ad essere amico della gente. Di tale vicenda, che rammenta quella di Gubbio, è testimone un bassorilievo raffigurante l’incontro frate-lupa, già collocato sopra la porta d’entrata del campanile del vecchio duomo, e oggi visibile sul frontale della cattedrale.
Aldilà di cronache miracolose, anche ad Alessandria Francesco da vita ad una prima, piccola comunità conventuale, nel sito dove decenni più tardi si alzeranno le mura del convento e dell’ex chiesa fondati dai Francescani rispettivamente nel 1312 e nel 1254.
Il francescanesimo non tarderà ad espandersi nella vicina Valenza. Qui un tal Giovanni Annibaldi o Aribandi, nativo del posto e “vicario ad Alessandria del re di Sicilia, Roberto d’Angiò” (aveva conquistato la città nel 1310) nel 1322 aiuterà i fraticelli a fare di una piccola chiesa una “sontuosa basilica” – scrive lo storico locale Pier Giorgio Maggiora - accanto alla quale sorgerà un convento, al centro della città, ora piazza Verdi-Teatro Sociale. E’ possibile che l’impegno di Giovanni rappresenti una sorta di regalo in favore del parente Antonio, frate minore conventuale, per qualche tempo in conventi di Lombardia e Liguria, quindi trasferito nel monastero di San Francesco a Gaeta, dove il capitolo della cattedrale lo elegge vescovo, avendone conferma da Papa Benedetto XII nel 1341. Tre anni dopo, è inviato con Giovanni arcivescovo di Pisa come nunzio apostolico al re di Armenia, e muore durante il viaggio di ritorno.
Lasciato Francesco al cammino di ritorno verso Assisi, “per pascolare le pecorelle affidategli”, l’esempio della sua povertà e umiltà contagia ormai anche tutto il Piemonte. Nei decenni successivi, grandi città e piccoli paesi vedono insediarsi comunità di Francescani Minori, raggruppate in province e custodie.
La provincia genovese comprenderà, tra le altre, le custodie di Monferrato (Alessandria, Valenza, Casale, Cassine, Acqui) e di Asti (con Alba, Moncalvo, Cortemilia). Nei secoli, decine le chiese dedicate al Santo, da Castelletto Monferrato a Brusasco, da Lu Monferrato a Santa Maria del Tempio, a Trino e San Giorgio Lomellina. E non mancheranno figure di insigni e virtuosi religiosi: ne vedremo non pochi da un lungo elenco. Ad iniziare da Ubertino, nato nel 1259 “a Casale, città della Diocesi Vercellese”.
aldo timossi (3 – continua)
FOTO. Alessandria, Duomo: "San Francesco e la lupa".






