Notizia »
Valenza nella memoria - di Elio Gioanola
Da San Salvatore alla vicinissima capitale dell’oreficeria
San Salvatore pur appartenendo alla diocesi di Casale ha sempre avuto più dimestichezza con Alessandria, più vicina quanto a chilometri e quanto a rifermenti burocratici e di affari.
Ma la capitale della provincia, così poco distante in linea d’aria, è sempre stata lontana dal mio paese quanto a lingua e abitudini, parlando un dialetto completamente diverso e avendo fama di furbizia non sempre innocente.
Basterebbe avere conosciuto i due alessandrini più celebri del secolo passato, cioè Umberto Eco e Gianni Rivera, per rendersi conto come la loro loquela fosse caratterizzata da una “erre” moscia, o diversamente strascicata, del tutto sconosciuta a noi eredi della cultura, non solo linguistica, monferrina. La lettura del romanzo Baudolino, del celebre autore, è sufficiente per sentire le differenza con noi monferrini, come ebbi modo di sottolineare nella presentazione del romanzo ad Alessandria, con lo scrittore presente e non del tutto consenziente.
Ma la mia intenzione in questo momento, a quasi vent’anni di distanza da quella occasione, è di parlare di una differenza non tanto con il capoluogo ma con Valenza, più vicina a noi ma altrettanto distante quanto a dialetto, per la forma ibrida che ha quello in riva al Po, dove per esempio si usa per dire “niente” l’orrido e ovunque sconosciute “gninta”, chissà come e da dove lì pervenuto.
In ogni caso il mio paese, subito dopo l’ultima guerra, ha riversato in massa i suoi giovani nella vicinissima capitale dell’oreficeria, attratti dai facili guadagni assicurati dalla lavorazione dell’oro.
Fu in quegli anni favolosi che in poco tempo si videro i figli degli ex contadini sfoggiare Vespe e Lambrette, ma anche moto Rumi, per andare al lavoro e a divertirsi, mentre le loro anziane madri guarnivano le loro mani, ancora nere per il lavoro nelle vigne e nei campi, con anelloni di foggia contorta e vistosa, orgogliose del successo dei figli e nipoti saliti in breve di livello sociale e di fortuna economica.
I 40 operai del 1887 della fabbrica valenzana di oreficeria di Vincenzo Melchiorre, la maggiore della cittadina, erano diventati nei primi anni cinquanta del nuovo secolo almeno mille, sparsi in un centinaio di fabbrichette destinate a ingrandirsi nel giro di pochi anni.
Melchiorre si era formato a Parigi, poi a Firenze, ed era stato il primo “artista” aggiornato sul disegno e sulla tecnica di lavorazione, avendo usato la tecnica della “canna vuota” come elemento strutturale. Ma già qualche anno prima Valenza era considerata centro orafo manifatturiero con una dozzina di fabbriche in attività. E’ solo però nel primo dopoguerra che si afferma l’artigianato valenzano, che coglie anche i suggerimenti dei centri artistici europei dell’arte deco e del futurismo, ma poi col fascismo si ha il ritorno alla tradizione e l’affermarsi del lavoro a filo e a lamina d’oro.
Ma è dopo l’ultimo conflitto che si ha il boom della produzione orafa, con la trasformazione degli operai in imprenditori e la nascita delle prime grosse fabbriche, alimentate col personale proveniente da tutti i dintorni lomellini e monferrini ad ingrossare progressivamente le file degli addetti a questo pericolare lavoro. Era facile in quegli anni tumultuosi vedere le file dei motorini che scendevano a Valenza dal paese, per la strada ancora sassosa e polverosa che in sei chilometri portava alla mecca nostrana, poco alla volta sostituiti dalla prime automobili, Topolino e Ardea, fino a quando i primi più ardimentosi trasformatisi in imprenditori, cominciarono a visitare le grandi città con la loro produzione, facendo del paese natale un secondo centro di attività.
Quando cominciai, nel 1957, a frequentare l’Università Cattolica nel capoluogo lombardo, e viaggiavo tutte le mattine col trenino a vapore che da Valenza mi traghettava a Porta Genova, trovavo spesso come compagno di viaggio Piero Milano, destinato a diventare il maggiore imprenditore orafo del paese, con molte decine di operai ad alimentare la sua produzione.
Una mattina, su quel “leffe leffe che andava a tutta faffa” (mi si perdoni la citazione del me amato e ammirato Gadda) per la piana di Pavia, Piero tirò fuori della borsa una serratura di quelle di una volta, con la sua grossa chiave, e tutto era d’oro pieno, pesante un paio di chili, una vera meraviglia, da lasciare attonito il povero studente che ero.
Elio Gioanola






