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I Castelli scomparsi
A Pontestura e a Morano
Dai ricordi di scuola, il Monferrato descritto dal Carducci, l’”esultante di castella e vigne suol d'Aleramo”. Ai castelli si collega il verso di Dante che nel Purgatorio incontra “Guglielmo marchese - per cui Alessandria e la sua guerra - fa piangere Monferrato e Canavese”; si tratta del guerrafondaio Guglielmo VII, che a fine ‘200 si scontra con gli Alessandrini, è prigioniero, muore pochi mesi dopo, ma intanto comunità e castelli del Marchesato monferrino vanno sotto attacco dei Comuni di Alessandria e Asti, dei Visconti e dei Savoia.
Oggi di manieri e roccaforti se ne vedono pochi, ma secoli orsono il paesaggio era costellato da tante presenze, quasi una per ogni paese. Una densità incredibile, ma resa necessaria dalla situazione di quei tempi, circa un Millennio fa. E’ l’epoca del cosiddetto incastellamento. Se dai tempi dell’antica Roma e fin verso l’anno Mille, i documenti individuavano gli abitati con il nome di “municipium”, “vicus”, “pagus”, da quel momento appaiono sempre più spesso i “castrum” (nel senso di luogo fortificato), e i “castellum”. Perché proprio da quell’epoca?
Aldo Settia, storico del Medioevo, nel suo libro “Castelli medievali” - frutto di 50 anni di studi e ricerche – sovverte la teoria corrente secondo cui l’incastellamento sarebbe anzitutto frutto della paura delle incursioni di vichinghi, saraceni, ungari. Le fortificazioni - è il risultato dei suoi studi - nascono prima per proteggersi dagli avversari interni, dai nemici del partito avversario, dal popolo. Presentando il volume ebbe a citare proprio il caso di Casale: quando a metà ‘300 il marchese Giovanni Il Paleologo costruisce il castello, la pieve di Casale è già fortificata, tant’è che il castello era fuori dalla fortificazione: il Marchese si incastella per proteggersi dai cittadini! Si può aggiungere che l’antica Paciliano (San Germano) - nel 1248 inglobata nel territorio casalese - almeno al 1188 era indicata con il “castrum”; addirittura da quella comunità provenivano maestranze specializzate nella costruzione di torri e fortezze.
Iniziamo una camminata per i paesi del Monferrato casalese, alla ricerca di un patrimonio architettonico in parte o del tutto scomparso, ma che ha fatto parte della vita quotidiana di quelle comunità nei secoli passati. Servirà spesso immaginazione, per tradurre le descrizioni in figure. Nel metaforico sacco degli appunti, la molta farina raccolta dagli autori del passato, da Evandro Baronino (“Le Città, le terre, ed i castelli del Monferrato descritti nel 1604”) a Goffredo Casalis (“Dizionario geografico storico-statistico-commerciale degli Stati di S. M. il Re di Sardegna”), da Giuseppe Niccolini nella seconda metà dell’800 (“A zonzo per il circondario di Casale Monferrato”) ai minuziosi e documentati repertori del Centro "Goffredo Casalis", e di “Mondi medievali”. In più, qualche chicca inedita trovata, talvolta casualmente, in vecchi documenti.
Il viaggio inizia dall’esempio forse più eclatante, quello di Pontestura. Ieri un superbo castello fortificato, oggi un’ampia piazza (ovviamente battezzata “Castello”) contornata di alberi, sotto lo sguardo liberty del Teatro-Salone. Anticamente due insediamenti componevano “pons Turris” per via del ponte con torre militare che in epoca romana serviva la strada romana Vercelli-Asti, più tardi “pons Nottingum” perché controllato dal vescovo vercellese Nottingo (827/830 – 840), in secoli successivi “ad Pontem” magari storpiato in “Pontis de Asturia” o “Pontisasturie” o “Pontesturee”. La popolazione era divisa tra “Ponte” e “Sturia” (sulla collinetta che domina la confluenza Po-Stura). Verso la fine del XII secolo le cose cambiano, inizia l’unione dei due poli abitativi, in favore di Ponte. Risale a questo tempo la costruzione dello “splendido” castello, localizzato a ridosso della chiesa, come d’uso un poco ovunque. Poiché oggi nulla più esiste di quel maniero, ci si può affidare al colpo d’occhio di una recente ricostruzione grafica del robusto aspetto esterno.
E’ il 1306, quando il marchese Teodoro di Monferrato stringe d’assedio il castello e il borgo, riprendendolo dalle mani dei Visconti. Probabile che in tale epoca inizi la trasformazione; scrive lo storico Enrico Lusso (“Forme dell’insediamento e dell’architettura nel basso medioevo”, 2010) che “i primi sintomi di cambiamento si possono, forse, far risalire al 1325; ma è nel 1346, quando un documento localizza una domus nel castello vecchio, che le metamorfosi in atto si fanno palesi, lasciando intuire un fenomeno di dismissione dell’originaria struttura fortificata”. Le architetture, così come appariranno nei secoli successivi, sono in parte cambiate, si potrebbe dire più “moderne” e aggraziate, anche perché devono ospitare la corte marchionale ed eventuali ospiti di rango. Le vediamo in un dipinto della seconda metà ‘700, per la mano di Vittorio Amedeo Cignaroli.
Nel paese già feudo degli Scarampi di Asti, e a metà ‘600 acquisito con titolo signorile da Carlo Antonio Gozani di Treville, la fine del castello/palazzo inizia nel febbraio/marzo 1798, con l’abbattimento di quanto resta della grande torre, alzata in epoca successiva al resto del maniero, e che peraltro si frantuma improvvisamente da sola, rischiando di fare vittime. A metà ‘800 è quasi totalmente smantellato anche il recinto delle sue mura. Il sedime viene acquisito dal Comune e in parte venduto a privati.
Passati sull’altra riva del fiume Po, attraversiamo l’antica grangia di “Populetum”/Pobietto, fondata nel 1185 dai monaci cistercensi dipendenti dall'Abbazia di Lucedio, già proprietà dell’Ordine Mauriziano, oggi passata all’ASL di Vercelli (che vi dovrebbe dedicare bel più attenzione rispetto alla poca di oggi, impegnando nella manutenzione almeno un tot di quanto ricava dagli affitti di locali e vasti terreni). Il nucleo centrale, denominato il "castello", corrisponde all'area più antica dell'insediamento, che da metà ‘600 ospita la chiesa di San Nicolao, opera di Giovan Battista Scapitta. Degli elementi difensivi del recinto non esistono più due torrette di rinforzo del muro, di cui una era situata nell'angolo nord della tenuta e la seconda disposta sopra il "crottino" della casa del prevosto. A difesa dell'ingresso est, si staglia la torre-porta, elemento difensivo di epoca tardo medievale.
Eccoci a Morano sul Po. Già appartenente all’abbazia di Santa Maria di Vezzolano, nella seconda metà del XII secolo è concesso all’Ordine ospitaliero di San Giovanni di Gerusalemme, che vi costituisce una precettoria, con un piccolo ospedale in zona “Matasco”, alzando a metà ‘200 anche le snelle architetture della periferica chiesa della Consolata o Madonna del Ceppo.
Posta tra due fuochi avversari: il Vescovado di Vercelli e il Marchesato monferrino, fu tra i primi centri abitati a dotarsi di una cinta muraria, come ricorda oggi la zona delle vie Goito e Cavour, da sempre definita “burg ratt”, borgo fortificato.Di certo ebbe un castello, come testimoniava fino all’inizio del ‘900 la presenza di una Via del Castello, oggi via Emanuel, nei pressi del Ricreatorio. Si legge in un manoscritto di Giuseppe De Conti (“Memorie compendiose sullo stato delle abadie e castelli dell’odierno circondario di Casale, esibito per la statistica nel 1811”) che “Morano, villaggio considerevole, ora conserva appena visibili vestigia delle sue porte, della sua cinta e del suo castello”. Oggi resta un minimo residuo di muro della vecchia porta verso Casale.
aldo timossi (1 – continua)
FOTO. Pontestura (dalla parte del Po) da una ricostruzione del Cignaroli






