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Timossi tratta il Castello di Camino...
Una riunione in Regione il 6 gennaio 1979
Leggo poche righe, a sorpresa, sul giornale di venerdì 8 gennaio: “Quarant’anni fa – I funzionari regionali Crescenzo De Falco e Aldo Timossi sono incaricati di trattare l’acquisto del Castello di Camino” (Timossi ha letto una rubrica alla base della prima pagina che in breve riporta appunto gli avvenimenti salienti o curiosi di quattro decenni prima, ndr). Avevo del tutto rimosso dalla memoria quella vicenda, non di piccolo rilievo! Tento di ricostruire quanto accadde in quel tempo.
Intanto il quadro politico e gli attori. In Piemonte, nel 1979 governa la sinistra, è presidente il socialista Aldo Viglione, avvocato, già comandante partigiano, un cuneese “tosto”, deciso, concreto. Tra le tante sue attenzioni, quelle per l’ambiente e il recupero della storia piemontese, attraverso la valorizzazione di compendi immobiliari che quella storia hanno fatto.
La macchina burocratica regionale è ancora snella, il Presidente ama convocare direttamente i responsabili dei diversi settori e dare direttive, pur senza stravolgere le competenze dei suoi Assessori. Chi sta d’ufficio al secondo piano, quello della Presidenza, nel Palazzo in piazza Castello, deve stare sempre sul metaforico attenti, orecchio teso perché Viglione chiama ad alta voce anche lungo i corridoi. Con simpatia rammento lo pseudonimo affibbiatomi, “Timoteo…”. Presenza costante nel suo ufficio, il segretario della Giunta, Pierdomenico Clemente, moranese come me, ottimo funzionario, anzitutto capace di trovare congrua soluzione (la dialettale “gabola”) per attivare deliberazioni, che talvolta appariva giuridicamente problematico far passare dal controllo del Commissario di Governo.
Sono gli anni nei quali, in un Piemonte preda del terrorismo, si affronta una pesante crisi economica, si discute di ospitare una seconda centrale nucleare, è da scrivere il piano sanitario ex legge di riforma 833/78, si danno le ultime picconate al traforo del Frejus e la Regione batte cassa (ricordo un informale telegramma del Presidente al Ministro per le Regioni, che suonava cosi: “Siamo al verde, urge ricevere denari”).
E ancora, si potenzia il grande acquedotto del Monferrato, si progetta la rivitalizzazione della ferrovia Cuneo-Asti-Casale, sono oggetto di lavori o progetti di restauro/riutilizzo, immobili e ambienti storici (castello di Rivoli, forte di Exilles, Palazzo Callori a Vignale trasformato in enoteca, ex ospedale San Giovanni “Vecchio” di Torino da destinare a sede del Museo di Scienze, sistemazione forestale Monte di Crea), con il Comitato Radiotelevisivo si affrontano le proteste delle tante, ampie zone che non ricevono i programmi della neonata Rai3.
In questo scenario, viene a inserirsi l’idea di acquisire al patrimonio regionale il castello di Camino. La sostengono i sindaci della zona, ed è probabile che a Viglione arrivino premure da parte di consiglieri regionali monferrini, come la casalese Anna Maria Ariotti e il valenzano Piero Genovese, e dell’assessore Luigi Rivalta, torinese con un occhio di riguardo per il Monferrato. Senza dubbio anche di Clemente, di fatto “dominus” non politico della Regione. Il momento pare propizio perché la proprietà – l’ingegnere casalese Giorgio Gutris e le figlie Donata e Francesca – ha deciso la messa sul mercato del grande compendio storico.
Il 6 febbraio 1979, a Torino, intorno al tavolo ovale della Giunta regionale, ci sono il Presidente, con alcuni collaboratori, e un gruppo di sindaci monferrini (tra gli altri, Boido di Camino, Bianchi di Trino, Tricco di Mombello, Godino di Serralunga di Crea). Sono avanzate alcune ipotesi di utilizzo. Potrebbe servire da centro vacanze, specie per giovani e anziani; quale sede aulica d’incontri; magari per ospitare un centro per la promozione e valorizzazione dell’enologia. Viglione è tanto netto, quanto abile nelle trattative, parla chiaro: “Il prezzo sarà il più conveniente che riusciremo a strappare, il nostro impegno sarà comunque in rapporto alla serietà delle proposte di utilizzo, ma non c’è dubbio che il castello di Camino sia parte di quel complesso di immobili di interesse storico che vogliamo salvaguardare, per adibirli ad uso pubblico, ed è chiaro che utilizzare nostre proprietà costa, nel tempo, meno che pagare affitti sempre più alti per attività istituzionali”.
L’incarico di tenere le fila della questione è affidato a chi scrive, funzionario agli Affari generali della Presidenza e all’epoca Consigliere comprensoriale, e al collega Crescenzo De Falco, dirigente del Settore Patrimonio. Non ero nuovo a tal sorta di …missioni speciali, ordinate al brucio dal Presidente......
aldo timossi
ARTICOLO COMPLETO SUL PROSSIMO GIORNALE CARTACEO
FOTO. Castello di Camino dal giardino, particolare (f. Luigi Angelino)






