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Il primo concerto di “classica” al paraboloide
Un concerto non è mai solo musica, se no basterebbe allegare una registrazione per recensirlo, è soprattutto il luogo, il feeling con il pubblico… Persino la temperatura della serata o, in questi giorni, il numero delle zanzare influisce. Ed è su questi fattori che probabilmente quello della Heinrich-Heine-Symphoniker di Düsseldorf rimarrà negli annali.
E’ il primo concerto di “classica” al paraboloide, vero, ma è stato anche un concerto in un’atmosfera particolare in cui il pubblico si è mescolato agli orchestrali fin dall’arrivo. Ci fai una foto? Ci chiede una violinista mettendosi in posa con i compagni. Simpatici, ci fosse una birretta da condividere aspettiamo sarebbe perfetto.
L’esperienza però rende diffidenti: quando in estate, con soli 10 giorni di preavviso, piomba dall’estero una qualche formazione dal nome altisonante, di solito c’è la fregatura. Che qui sia diverso si intuisce da subito.
Qualcuno che ne sa di acustica (verosimilmente il direttore Federico Ferrari) ha disposto l’orchestra sul lato lungo della struttura con le 300 sedie del pubblico che abbracciano la formazione. La curvatura del paraboloide alle spalle dei 65 musicisti, diventa una cavea naturale, con il suono dei bassi nelle ultime file in evidenza e gli armonici a fuoco sugli spettatori.
Niente fastidiosi i riverberi che avrebbe la platea se fosse “per il lungo”. Intelligente, ma funziona anche non avere un palco, con tutti democraticamente allo stesso livello. Del resto, non ci sono autorità e all’orchestra basta un piccolo preambolo della loro guida locale, che invita le signore a sventagliarsi con moderazione, per non inficiare la registrazione del concerto. Un po’ surreale considerando che il paraboloide è aperto: qualsiasi ragazzino con un Garelli smarmittato potrebbe legittimamente devastare un pianissimo solo passando di lì.
Arriva la musica e non è affatto male, quanto meno sopra la media di molte orchestre ascoltate in città di recente. E quando ti ricapita di sentire in Italia quattro corni intonati e un basso tuba che fa tremare le colonne, per di più con un programma che esplora il tardo romanticismo, tutto “aggratis”, anche per i contribuenti.
La partenza con l’ouverture del Faust di Wagner è un po’ fiacca. Poi l’orchestra acquista sicurezza: nel concerto di Elgar Matteo Tabbi fa sembrare facile uno dei brani più intricati per il suo strumento, l’orchestra lo interpunta con lampi sempre più precisi. Ferrari ha una mimica insolita, però funziona: esalta il suo strumento prediligendo la qualità del suono sulla rapidità. Nell’intervallo l’ambiente informale crea ulteriore cameratismo: le violiniste vanno tra il pubblico in cerca di zampironi. Poi la Settima di Dvorak ridefinisce i ruoli. C’è tutto: forza, intonazione, agilità, manca un filo di epica, ma ciascuno si sente avvolti dalla melodia boema. Trecento spettatori a cui si è aggiunta un po’ di gente che passava di lì portando il cane a spasso, applaudono a lungo, consapevoli di essere stati privilegiati: hanno rinunciato a una serata di repliche in TV e si sono trovati in un auditorium perfetto ad ascoltare un concerto di alto livello. I musicisti, ringraziano poi, sempre con lo strumento in mano, si dirigono al loro teutonico pullman per tornare all’Ariotto. Volendo gli offrono una Moretti prima di salire. Venni, suonai, vinsi. Ok, ora pensiamo a come farli tornare.
Alberto Angelino






