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Riflessioni sul libro degli abbonati

di Aldo Timossi

 

Nel passaggio fra l'Ottocento e il Novecento, i poveri del Monferrato avevano tre possibilità. La prima era di lavorare nelle cave di marna, e lo facevano in condizioni bestiali. La seconda occasione di lavoro arrivò dallo sfruttamento delle ottime marne calcaree, con il boom dei cementifici. (…)

Nel 1906 emerse una terza possibilità: un pugno di imprenditori genovesi, "i maledetti" come ringhiava mia nonna Caterina, impiantarono a Casale una fabbrica all'avanguardia, che produceva tegole piane fatte di cemento e di amianto”. Così commentava un decennio fa la primitiva storia del cemento, lo scrittore/giornalista casalese Giampaolo Pansa. Storia raccontata in tante pubblicazioni e articoli.

Su questo giornale, nella primavera 1974, con l’amico Luigi Angelino, sintetizzammo in quattro inserti, da raccogliere in libretto, le 300 pagine del volume “Le origini dell’industria delle calci e cementi a Casale Monferrato”, opera del professor Mario Pronzato. Iniziativa che “Il Monferrato” assunse, in collaborazione con il banchiere Camillo Venesio, per dare ampia diffusione, specie nelle scuole, a quel capitolo della storia economico/sociale nel Casalese.

Ripensavo alle frasi lapidarie di Pansa, sfogliando il libro strenna 2026 che “Il Monferrato” omaggia agli abbonati. Un ottimo libro da conservare in biblioteca, pesante per molteplicità di notizie e ricchezza iconografica spesso inedita. Tanto pesante - si consenta la battuta – che Poste Italiane hanno impiegato oltre un mese per farlo viaggiare da Casale ad Anagni (dove abita l'autore dell'articolo, ndr), 660 chilometri!

Mi soffermo di proposito sull’immagine di pagina 130, “minatori all’opera a Ozzano”. Documento di umanità che fatica, istantanea viva accanto a decine di fotografie che ritraggono archi, ciminiere, forni, e quant’altro, pregevoli ma fredde. Dentro una stretta galleria tre operai sbancano il fronte del giacimento: Maniche corte, là sotto fa caldo, scarponi chiodati (gli “scafarot”, con chiodi sotto la suola perché non si consumino in fretta), la lampada ad acetilene.

Proprio la “citalena” ricorda pagine drammatiche della storia del cemento, che si ritrovano sfogliando l’archivio storico del giornale. Nelle cave talvolta capitava un crollo, un allagamento, soprattutto ci s’imbatteva in una sacca di grisù, un gas combustibile inodore e incolore, costituito prevalentemente da metano e altri gas. Basta una piccola fiamma ed ecco l’esplosione. E’ lungo l’elenco di morti e feriti, vittime e artefici del progresso economico, ancor prima di ciminiere e forni rotanti.

Guardando solo al ‘900, e tralasciando il bilancio dei tanti colpiti da silicosi nelle cementerie, il primo incidente mortale in cava è del febbraio 1920, e strappa alla vita a Rolasco il trentenne Palmiro Imarisio di Luigi. Nel ’24 il grisù uccide alla Laurenta di Ozzano il 28enne Silvio Chiesa, e quattro suoi compagni riportavano lesioni e ustioni varie. Avanti negli anni, con morti, ustionati, corpi martoriati. L’ultima pesante disgrazia, nel settembre 1954 a Coniolo; perde la vita Giovanni Rosati, 60 anni, di Morano Po; Il figlio Luigi, 29 anni, muore in ospedale dopo due mesi di pesanti sofferenze, e l’altro figlio Germano, 35 anni, se la cava con ustioni al volto e alle mani. A Rolasco di Casale, nella chiesetta dei santi Clemente e Barbara (patrona dei minatori) su lapidi a foggia di croce, sono riportati i nomi di 149 caduti nelle cave.

Grazie a quelle centinaia di vittime, l’industria del cemento ha fatto strada contando sull’impegno (e la borsa) di tanti imprenditori, tutti ben ricordati nel libro strenna. Una strada che nel tempo si è allungata in Italia e più di recente all’estero.

Vorrei aggiungere un nome che non si ritrova in quelle pagine. Nel 1926, Paolo Timossi, casalese doc, trasferì parte della famiglia nel Casentino, facendo alzare a Bibbiena, zona La Nave, le tre torri della cementeria “Società Anonima Paolo Timossi Cementi Portland”, raccordata con la ferrovia per Arezzo. Era mio nonno. Oggi il compendio è compreso tra i beni culturali nazionali, e oggetto di trasformazione in centro culturale.

aldo timossi

Foto: cementeria Timossi a Bibbiena, oggi