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Bicentenario della morte di Napoleone

Grande partecipazione popolare domenica a Marengo

Nell’ambito delle celebrazioni per il bicentenario della morte di Napoleone, l’Azienda Speciale Multiservizi Costruire Insieme – CulturAle ha promosso una serie di appuntamenti a Marengo nel fine settimana. Bellissima e fortunata (per il clima perfetto e la grande partecipazione popolare, nonostante la partita della nazionale in calendario) la giornata di domenica 20 giugno, una vera e propria ubriacatura nel passato, tra il racconto della grande storia, la letteratura e il costume dell'età napoleonica. Soprattutto c’è stata la presentazione in anteprima nazionale del libro di Paolo PalumboFermi nel pericolo. Soldati italiani e napoletani nella Campagna di Spagna 1808- 1813, pubblicato da Edizioni Il Maglio. Il volume è stato stampato con il patrocinio di Souvenir Napoléonien in collaborazione con il Comitato per il Bicentenario dedicato a Napoleone. Mattatore della giornata è stato lo storico Roberto Coaloa, accanto a Palumbo e Cristina Antoni. Il collezionista e rappresentante del Souvenir Napoléonien in Piemonte e Valle d’Aosta Mario Dagasso ha donato due medaglie napoleoniche al Marengo Museum, mentre l’ode manzoniana Il 5 maggio è stata declamata da Massimo Bagliani. Una piacevole sorpresa per il numeroso pubblico è stata la sfilata dei costumi dell’Atelier Principessa Valentina, indossati per l’occasione da splendide modelle, e i meravigliosi cavalli dei bravissimi ed eleganti Luca Zavattaro e Marco Nicolò Della Torre, cavallerizzi della Cascina Monticello di Casorzo (Asti).

Di seguito parte di una relazione dello storico, membro del Souvenir Napoléonien, Roberto Coaloa.



La Spagna era per Napoleone un “teatro secondario”, diventò, invece, un’emorragia irreparabile, per gli inglesi, che non celarono una grande soddisfazione, fu: l’“Ulcera spagnola”. Perché Napoleone fece l’azzardo spagnolo?

Prima del 1808, Napoleone aveva lasciato in sospeso i conti contro l’Inghilterra. Nelson, morto a Trafalgar, gli aveva sottratto la fama dell’eroe. L’Inghilterra e i suoi commerci navali erano ancora un problema. Il Portogallo la affiancava. Per punire il Portogallo, non potendo farlo dal mare, Napoleone superò i Pirenei e scelse la via faticosa di raggiungere il Portogallo invadendo la Spagna.

Il disastro della flotta imperiale francese a Trafalgar, il 21 ottobre 1805, fu totale. La grande vittoria di Austerlitz, il 2 dicembre 1805, confermava Napoleone “padrone” dell’Europa. L’ombra del disastro di Trafalgar, tuttavia, aveva accompagnato tutta la campagna e ora che essa si concludeva trionfalmente si avvertiva tutto il disagio di una condizione alla quale Jacques Bainville presterà poi il titolo di un capitolo della sua splendida biografia napoleonica: Austerlitz, ma Trafalgar.

Trafalgar, che è definitiva, annulla Ulm e Austrelitz che saranno sempre da ricominciare.

E come il sole di Austerlitz tramonta sull’immagine drammatica dei soldati russi che nella fuga sprofondano tra i ghiacci delle paludi circostanti, alludendo alla pena eterna di una luce che per esistere deve ancora farsi tenebra, così è una pena di Sisifo quella che attende il vincitore di Austerlitz, costretto dal gioco delle circostanze storiche, e forse, da una più antica legge, a ripetere indefinitamente quella vittoria, ogni volta allontanandosi un po’ dalla irripetibile grazia di quel modello e ogni volta, quindi, avvicinandosi alla propria fine.

Tra il 1805 e il 1808, Napoleone conobbe una vera campagna contro la sua persona, considerata come l’incarnazione dell’anticristo.

Dalla Russia all’Italia, le voci di dissenso, sulla Campagna di Spagna di Napoleone, si moltiplicarono.

Il conte Carlo Vidua osservava, in una lettera del 24 aprile 1809 al conte Cesare Balbo: «L’amico tuo (checchè ne sia del tuo attual modo di pensare) siccome è avvezzo a farti partecipe delle sue idee principali e de’ suoi affetti, da molto tempo ti vuol far sapere che la fortezza ed il coraggio della nazione, che si credea da tutti esser la più avvilita ed incapace fra le Europee, ha destato in lui un entusiasmo grandissimo. Pargli di provare nella guerra di Spagna dopo le altre guerre quel sentimento, che si prova nel leggere la storia antica; quando, dopo aver lungamente udito le fredde narrazioni delle guerre de’ Lidi, degli Assiri, dei Persiani e degli Egizi popoli di schiavi, arrivate poi al tomo della storia Greca. – Cosa mirabile! La nazione che pareva la più serva, la più ignorante, la più inetta, la più tarda, la più superstiziosa, quella che meno parlava di libertà, la meno illuminata dell’Europa, è la sola fra le Europee che difenda con energia la sua libertà. Per qualunque verso la guardi, o se consideri la perdita fatta del capo suo, o la circostanza d’essere stati sorpresi in piena pace, o quella di non aver alcun alleato (finora) in tutto il continente, o di avere molti gran signori che tradirono gl’interessi della patria, un’armata incompleta ed inesperta, nissun capo, un nemico abilissimo, e nel più alto della sua potenza, tutto è mirabile. Io mi rallegro meco medesimo, e t’invito a rallegrarti meco della sagacità che non credeva di avere. Io dissi nell’autunno scorso, che anche senza soccorso esterno la Spagna resisterebbe più che qualunque altra potenza d’Europa; che perderebbero infinite battaglie, che perderebbero forse anche la capitale, che soffrirebbero infinitamente, ma che non sarebbero incatenati; che questo finalmente sarebbe un grandissimo esempio della grande verità tanto impugnata a’ di nostri: le armate, i danari, ecc. essere una forza estrinseca, ma l’intrinseca forza di uno stato consistere nella religione, e nella maniera di pensare. – L’assedio poi di Saragozza è secondo me un esempio, a cui sarebbe appena qualche esempio da contrapporre nell’antichità, se l’antichità avesse conosciuto l’uso della polvere».

[…]

Fin dall’inizio Napoleone sottovalutò la severità della Campagna di Spagna e asseriva con tranquillità: «Se dovesse costarmi ottanta mila uomini non lo tenterei ma non ne perderò più di dodicimila».

L’Imperatore avrebbe dovuto inforcare lenti adatte a mettere a fuoco la situazione spagnola, che era assai lontana dal suo ottimismo da conquistatore. L’illusione di una facile preda spagnola cominciava ad annebbiare la mente brillante dello stratega. Napoleone commise più di un errore: da una parte aveva stuzzicato un vespaio offendendo l’orgoglio e la suscettibilità nazionale degli spagnoli, dall’altro aveva anche permesso al suo peggior nemico, la Gran Bretagna, di emergere dall’isolamento dandogli l’opportunità di combattere sul continente, e non con isolate forze di incursione ma con un’armata attorniata da una popolazione amica e fanaticamente francofoba. L’appoggio combinato della marina e d’un esercito inglese perfettamente armato ed addestrato, stava per trasformare una serie di ribellioni, mal coordinate e guidate, in una vera guerra che sarebbe costata a Napoleone la perdita di quasi duecentocinquantamila uomini.

Roberto Coaloa

FOTO. Marengo, Cristina Antoni, Palumbo, Coaloa