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Per il IV novembre
Riflessioni dello storico Roberto Coaloa, domani a Cella Monte
Mercoledì 1 novembre a Cella Monte, lo storico Roberto Coaloa sarà il relatore della commemorazione del 4 novembre, che si terrà alle ore 11, tra il Municipio e il Monumento ai Caduti. Ospitiamo una riflessione sulla Giornata dell’Unità nazionale e delle forze armate del nostro apprezzato collaboratore Coaloa.
Il 4 novembre è il «Giorno dell’Unità nazionale e delle forze armate».
Ricordiamo la data del 4 novembre 1918, quando entrava in vigore l’armistizio firmato a Villa Giusti dal monferrino Pietro Badoglio, Vicecomandante in capo e Presidente della Commissione italiana d'armistizio.
Come celebrarla?
A Cella Monte, prima di iniziare il ricordo del 4 novembre, in maniera non retorica, farò un accenno alla storia del Paese e dei suoi militari impegnati nell’agone di due guerre mondiali e non solo.
Infatti, tra i combattenti decorati al Valor Militare ricordiamo il Caporale maggiore Camillo Ferraris dell’11° Regimento Bersaglieri, medaglia di bronzo il 19 dicembre 1911 a Bir Tobras (campagna di Libia nella guerra italo-turca) dove si segnalò per coraggio, fermezza e cameratismo.
Nella Grande guerra, per noi italiani quella del 15-18, Cella Monte perse il meglio della sua gioventù.
Tra i i combattenti decorati al Valor Militare celebriamo il Capitano Cesare Coppo del 13° Reggimento Fanteria, medaglia d’argento il 13 giugno 1915 quando a Selz condusse il proprio battaglione alla conquista di una posizione nemica momentaneamente abbandonata dai difensori. Contrattaccato da forze preponderanti, tenne loro testa vigorosamente con ripetuti assalti all’arma bianca e col fuoco, perdendo gloriosamente la vita.
Nel 1915 morirono i soldati Virgilio Castagnone, Camillo Coppo, Ermanno Copppo, Giuseppe Coppo, Pietro Deambrogio ed Ernesto Francia.
Nel 1916 il Capitano Maggiore Giovanni Ceresa e i soldati Carlo Bellero, Edoardo Coppo, Paolo Ganora e Francesco Luparia.
Nei successivi anni di guerra: il Sergente Camillo Castagnone, i soldati Natale Accornero, Mario Ceresa, Luigi Coppo, Ernesto Francia, Pietro Merletta, Ernesto Merlo, Carlo Coppo, Ernesto Mai, Guglielmo Sandiano, il Sergente Giovanni Barbero e il soldato Primo Accatino.
Dovremmo aggiungere a loro anche i tanti che tornarono mutilati e feriti e quelli che morirono per la “Spagnola”, come il Capitano Enrico Coppo, nato nel 1882 e morto a quarant’anni nel 1922.
Della disfatta di Caporetto e del numero di cellesi catturati nella successiva ritirata e di quanti siano morti o feriti nella battaglia del Piave del giugno 1918 non vi è traccia, mancando i relativi verbali. Tuttavia, la ricerca è possibile grazie ai molti giornali locali editi a Casale, nonostante le forti censure e veline, tra il 1917 e il 1918.
Nell’Archivio Storico Comunale di Cella Monte è conservato il Verbale dell’Adunanza del Consiglio Comunale del 23 dicembre 1918. Documento che leggiamo, perché esemplare del clima di giubilo di tante manifestazioni del dopo guerra, per i nostri avi la vittoria sull’Impero degli Asburgo era il compimento del Risorgimento. Scrive il segretario del Consiglio Comunale: «che sia conservato nell’Archivio Comunale, unitamente a tutte le carte riferentesi alla Guerra l’elenco dei morti sia in combattimento, sia prestando il servizio militare; che sia collocata una lapide, esternamente alla Casa Comunale con incisi i nomi dei morti in Guerra. La spesa relativa sarà sostenuta dalla popolazione mediante pubblica sottoscrizione; che le vie principali e piazza del paese siano ad eterna memoria dei combattenti intitolati a Vittorio Emanuele III – Badoglio – Diaz – Wilson, lasciando alla Giunta municipale di fare la loro relativa destinazione; che sia concessa la cittadinanza onoraria Cellese al Presidente degli Stati Uniti d’America Wilson; che siano raccolte offerte per l’Istituto dei ciechi di Guerra in Torino, istituito in nome del generale Diaz».
La Seconda Mondiale fu un’altra tragedia per il paese di Cella Monte. Morirono il Capitano Maggiore Edoardo Coppo e il soldato Claudiano Bertosso. Molti i dispersi, tra i quali: Luigi Arditi, Giovanni Biletta e Armando Coppo. Tra i partigiani della Resistenza ricordiamo il sacrificio di Dante Barbano.
Ora, più in generale, nel ricordare la data del 4 novembre, invito alla lettura di due libri assai diversi nel contenuto, ma fondamentali per capire la Grande guerra.
Il primo è La Grande guerra e la memoria moderna di Paul Fussell, uscito nel 1975 e pubblicato per la prima volta in Italia da Il Mulino nel 1984.
Si tratta del più bel libro sulla Prima guerra mondiale, evento che ha rappresentato la base sulla quale l’Europa ha concettualizzato l’evento guerra, facendone un centro fisso del suo modo di vedere e di vivere la realtà storico-sociale. In questo senso il volume di Fussell è anche un utilissimo strumento di osservazione delle premesse psico-culturali dei grandi movimenti politici di massa dell’epoca successiva al 1914-1918, dal fascismo al comunismo.
Il secondo è Viva Caporetto. La rivolta dei santi maledetti di Curzio Malaparte, scritto nel 1921 e pubblicato in successive edizioni a spese dell’autore, poi diventato un classico della letteratura di guerra, dove l’autore corrode sentimenti diffusi e dà un senso nuovo, provocatorio e alternativo alla ritirata di Caporetto, ribaltando le verità ufficiali su uno dei drammi più oscuri del nostro paese.
La Grande guerra ha avuto anche in Italia un degno ricordo del cinema. Due film da ricordare. Il primo del 1959, La Grande Guerra di Mario Monicelli uscito in Italia il 28 ottobre 1959 e interpretato da Alberto Sordi e Vittorio Gassman. Il secondo di Francesco Rosi, Uomini contro, uscito in Italia il 17 settembre 1970. Pellicola antimilitarista con l’indimenticabile Gian Maria Volonté,
Da ricordare, a parte, per tanti motivi, Addio alle armi (A Farewell to Arms), film in cinemascope del 1957 diretto da Charles Vidor tratto dall'omonimo romanzo scritto da Ernest Hemingway nel 1929. È il remake di un altro famoso film Addio alle armi di Frank Borzage (1932) con Gary Cooper.
Nel film più conosciuto al pubblico, quello di Vidor (con Ford aiuto-regista) il cast è stellare e comprende due grandi attori italiani: Rock Hudson: tenente Frederick Henry; Jennifer Jones: Catherine Barkley; Vittorio De Sica: maggiore Alessandro Rinaldi; Alberto Sordi: padre Galli.
Il film, è preannunciato da un sottotitolo roboante, mentre si ascolta la classica musica da kolossal dell’epoca: «Una tragedia romantica della Prima guerra mondiale». All’inizio del film scorre subito una scritta, letta da una voce narrante, per spiegare la cornice storica in cui la tragedia si svolge: «Vi raccontiamo una storia ambientata in uno dei più tragici teatri della Prima guerra mondiale, le vette innevate delle Alpi e le fangose pianure del Nord Italia. Qui tra il 1915 e il 1918 gli italiani resistettero contro gli invasori tedeschi e austriaci. Mai un popolo ha combattuto più valorosamente, mai nessuna nazione passò così gloriosamente dalla sconfitta alla vittoria…».
Gli invasori, bisogna dirlo subito, non furono loro, i tedeschi e gli austriaci, ma furono gli italiani. L’invasione dell’Italia avvenne semmai dopo Caporetto. Questo errore nel libro di Hemingway non c’è.
Gli austriaci hanno fatto contro il Regno d’Italia una guerra difensiva, non offensiva.
Nel volume di Hemingway, si parla invece di Emanuele Filiberto di Savoia-Aosta (1869-1931). Principe delle Asturie dal 1870 al 1873 quando suo padre, Amedeo, era re di Spagna, dopo l'abdicazione del genitore ritornò alla corte reale italiana col titolo di duca di Savoia dal 1890 con la morte di suo padre. Ricordato tra le maggiori figure della prima guerra mondiale, comandò la 3ª Armata del Regio Esercito riportando numerose vittorie, senza essere mai sconfitto sul campo, che gli valsero il soprannome di Duca Invitto. Dopo la Grande Guerra ottenne il rango di Maresciallo d'Italia. Emanuele Filiberto, il 25 giugno 1895 sposò a Kingston upon Thames, nei pressi di Londra, Elena d'Orléans. Dal matrimonio nacquero: Amedeo, terzo duca d'Aosta (1898-1942); Aimone, quarto duca d'Aosta e Re di Croazia (1900-1948).
Emanuele Filiberto è ricordato da Hemingway in pagine belle sapide: «Questa era una zona di guerra strana e misteriosa, ma pensavo che fosse abbastanza ben condotta e spaventosa in confronto alle altre guerre contro gli austriaci. L’esercito austriaco era stato creato per regalare vittorie a Napoleone; a qualunque Napoleone. Avrei voluto che avessimo un Napoleone, ma invece avevamo Il Generale Cadorna, grasso e prosperoso, e Vittorio Emanuele, l’ometto dal lungo collo sottile. Poi sul fianco destro avevamo il Duca d’Aosta. Forse era troppo bello per essere un grande generale, ma aveva l’aria d’essere un uomo. Molti avrebbero voluto che fosse il re. Aveva l’aria di un re. Era lo zio del re e comandava la Terza Armata».
Per una serie di ragioni, assai comprensibili, nel film non c’è nessuna allusione al Re d’Italia e al Duca d’Aosta.
Nel film poi c’è un altro errore ancora più grave del primo.
Si parla della Rivoluzione Russa e della pace separata come se gli eventi fossero accaduti alla fine del 1917, contemporaneamente. Qui occorre fare alcune precisazioni.
Nell’anno del centenario di Caporetto si è scritto moltissimo e male; in certi casi si è fatta pessima divulgazione. Occorre quindi ripercorre la centralità della disfatta italiana nel suo contesto storico: il 1917, appunto, l’anno della Rivoluzione russa (a marzo era caduta la dinastia dei Romanov e il Fronte Orientale non costituiva più un problema per gli Imperi Centrali, nonostante la ripresa della guerra in estate con l’offensiva russa voluta da Kerenskij); l’anno che segnò l’entrata in guerra degli Stati Uniti al fianco della Triplice Intesa (6 aprile); l’anno anche della Nota ai capi dei popoli belligerantidel Santo Padre, l’appello di papa Benedetto XV di fermare l’«inutile strage» (1 agosto).
Da questa cornice di eventi turbinosi, la sconfitta italiana dev’essere analizzata nei minimi particolari in un gioco di lenti di ingrandimento: l’offensiva della Duplice monarchia degli Asburgo contro il «traditore» Regno d’Italia dev’essere raccontata inquadrandola nella nuova collaborazione militare tra Austria-Ungheria e il Reich del Kaiser Guglielmo II, dove il generale tedesco Otto von Below (1857-1944), protagonista negli anni precedenti delle più importanti operazioni sul fronte orientale tra Prussia e Russia, impiegò sul fronte italiano un esercito nuovo di uomini e materiali, applicando un concetto innovativo: quello del movimento. Dapprima un lancio di gas, seguito da un rapido e intenso fuoco d’artiglieria e quindi l’attacco della fanteria. Tra i militari spiccò il giovane tenente Erwin Rommel (1891-1944), che a Caporetto non aveva ancora compiuto ventisei anni. Si guadagnò da quell’esperienza la più alta decorazione al valore del Secondo Reich, la Pour le Mérite, per i risultati raggiunti con il suo reparto di truppe da montagna. La “sorpresa” di Caporetto fu anche uno spregiudicato utilizzo di nuovi e micidiali materiali.
Alle due di notte del 24 ottobre 1917, in una notte di pioggia, nebbia e vento, ecco gli austro-ungarici e i tedeschi dare il via al tiro di preparazione di artiglieria. Nello stesso tempo, essi liberano, nell’area di Tolmino, da 2000 bombole, una micidiale miscela di gas fosgene e difenilcloroarsina. L’87° Fanteria Friuli fu cancellato in un colpo solo. Eppure, dai responsabili del Regio Esercito italiano si era sostenuto che, in montagna, il gas non potesse essere usato, causa lo spostamento delle correnti d’aria.
Caporetto dimostrò l’inefficienza del comando supremo dell’esercito italiano. Da compiere un’interessantissima indagine sulle memorie militari della disfatta, confrontando quelle dei protagonisti di quell’atroce giornata, dal generale Luigi Cadorna (1850-1928), Capo di Stato Maggiore, al generale Luigi Capello (1859-1941), alle testimonianze meno note. Il racconto se è ben fatto può svelare delle vicende illuminanti, in particolare proponendo il confronto tra le pagine di Capello, il comandante della Seconda Armata, oggetto dello sfondamento nemico, e le pagine del memoriale del generale Alberto Cavaciocchi (1862-1925). Queste ultime chiariscono il motivo degli incredibili ritardi di comunicazione – con fonogramma - tra Cadorna e Capello, incapaci di vedere e comprendere la drammatica avanzata nemica. A peggiorare le cose ci furono anche le inefficienze di Pietro Badoglio ormai certo di finire sotto Corte Marziale. Farà, invece, protetto da Re Vittorio Emanuele III, una brillantissima carriera.
Per Cadorna era tutta colpa del suo «materiale umano», reo di codardia davanti al nemico (l’esercito pagò a caro prezzo la disfatta: 11 mila morti, 29 mila feriti, 280 mila prigionieri e altre centinaia di migliaia di sbandati nella rotta).
Caporetto fu l’abbandono di 14mila chilometri quadrati con una popolazione di quasi due milioni di abitanti, ossia due intere province (quella di Udine e Belluno e, in parte, di Treviso, Venezia e Vicenza). Il “Comandissimo” Cadorna aveva abbandonato il centro del suo comando, Udine, senza degnarsi di avvertire le autorità civili, dandosi a una precipitosa fuga.
Nota finale. Chi scrive ha lavorato per molti anni ad un archivio familiare, riordinandolo. Si tratta dell'archivio del conte e Maresciallo d’Italia Ugo Cavallero (1880-1943), Capo di Stato Maggiore generale, dopo il Maresciallo Pietro Badoglio, dal dicembre 1940 al 1 febbraio 1943, quando fu sostituito dal generale Vittorio Ambrosio.
L’archivio si trova nel castello di Ponzano Monferrato. È costituito da un immenso numero di carte inedite che illustrano l’attività del Maresciallo d’Italia.
Non solo. Dall’archivio è possibile osservare che si compone di molto e diverso materiale. Ugo Cavallero, infatti, iniziò la sua carriera militare nella Prima guerra mondiale, quando fu nominato capo dell’Ufficio Operazioni del Comando Supremo. Laureato in Matematica a Torino, il futuro Maresciallo d’Italia aveva una buona conoscenza del tedesco. Cavallero (nel 1907, matricola 24457. Loggia «Dante Alighieri» di Torino) fu promosso durante la guerra colonnello e quindi Capo dell’Ufficio operazioni del Comando Supremo di Diaz (oltre a essere elevato il 15 agosto 1918 al 33° grado del Rito scozzese alla Loggia "Nazionale" di Roma). Cavallero sarebbe poi diventato Capo di Stato Maggiore nel 1940 e promosso maresciallo d’Italia nel 1942. Anche un altro Maresciallo d’Italia reduce della Grande guerra, Giovanni Messe, sarebbe divenuto massone, ma solo il 3 giugno 1919. Per non parlare di Badoglio, ma questa è un’altra storia.
Il ruolo della massoneria italiana è importante nella storia di Cavallero, ma lo è anche nel considerare le vicende della Grande guerra, della Rivoluzione russa e poi della Seconda guerra mondiale.
Cavallero iniziò la sua carriera militare e ricevette il battesimo delle armi con il grado di capitano del 34° Fanteria, alla guerra italo-turca. Nella prima guerra mondiale fu promosso maggiore nel 1915 e si distinse nelle giornate terribili di Caporetto, quando fu nominato capo dell’Ufficio Operazioni del Comando Supremo.
Una curiosa fotografia, appesa nello studio di Cavallero a Ponzano, racconta come a Pietrogrado, nel gennaio 1917, lo Zar vivesse il suo ultimo momento di gloria. La prima volta che vidi quell’immagine fui sorpreso di vedere il giovane Cavallero con lo Zar Nicola II. La fotografia è del 29 gennaio 1917 e rappresenta i membri della Conferenza Interalleata, per l’ultima volta riuniti nella Russia dello Zar. Poco tempo dopo scoppiava improvvisa la Rivoluzione di febbraio. È impressionante vedere la calma del sovrano, l’ambiente sfarzosissimo. Cavallero è il secondo in piedi sulla destra della fotografia. In quella foto, in primo piano c’è lo Zar. Accanto a lui, alla sua sinistra, sorridente, c’è l’ambasciatore italiano, Andrea Carlotti di Riparbella. A destra dello Zar, a sinistra della fotografia, con le feluche appoggiate sulle gambe, ci sono gli ambasciatori di Francia e Regno Unito: Maurice Paléologue e Sir George William Buchanan (in verità dai loro visi traspare qualcosa di tragico…). Dopo Caporetto fu Cavallero a consigliare un ripiegamento sul Piave e a riorganizzare la resistenza, soprattutto fu lui a preparare il piano per la battaglia di Vittorio Veneto (oggi conservato al castello di Ponzano, dove si possono osservare mappe e gli appunti di Diaz sulle note di Cavallero), tanto da essere promosso non ancora quarantenne Generale per meriti eccezionali. Nel dopoguerra il generale rappresentò l’Italia presso il Comitato interalleato di Versailles.
La voce “La battaglia di Vittorio Veneto” nell’Enciclopedia Treccani è opera di Ugo Cavallero. Sono alcune pagine assai interessanti. Da una parte perché costituiscono un documento eccezionale sulla storia della memoria storica dell’Italia fascista attorno a tale vicenda. Dall’altra perché è una diretta testimonianza di quello che fu il protagonista di tale evento. Dal punto di vista storico è anche una testimonianza curiosa, a maggior ragione da indagare sine ira et studio: è il caso del “vincitore” che scrive la Storia. La voce “La battaglia di Vittorio Veneto” si chiude con queste osservazioni di Cavallero: «Conseguenze della vittoria italiana. - Si possono sintetizzare con le parole scritte il 7 novembre 1919 dal generale Ludendorff al conte Lerchenfeld: “Nell'ottobre 1918 ancora una volta sulla fronte italiana rintronò il colpo mortale. A Vittorio Veneto l'Austria non aveva perduto una battaglia, ma aveva perduto la guerra e sé stessa, trascinando anche la Germania nella propria rovina. Senza la battaglia distruttrice di Vittorio Veneto noi avremmo potuto, in unione d'armi con la monarchia austro-ungarica, continuare la resistenza disperata per tutto l'inverno...”. Tale era stata anche la previsione dell'Alto Comando alleato (v. colloquio Diaz-Foch della fine di agosto 1918), il quale aveva predisposto un vasto attacco in Lorena da iniziarsi il 14 novembre. Ma le condizioni dell'armistizio Badoglio avevano assicurato all'Intesa, per iniziativa del Comando Supremo italiano, la possibilità di valersi delle ferrovie, intatte, del Trentino e della Pusteria per agire da sud contro la Germania; e questa sentì il pericolo dell'accerchiamento. Nonostante le contrarie previsioni dell'Alto Comando alleato, l'armistizio tedesco seguì a soli sette giorni da quello di Villa Giusti. Lo sforzo vittorioso dell'Italia aveva conchiuso la guerra mondiale». Nel castello di Ponzano sono presenti molti materiali sulla stesura di quella “voce” per l’Enciclopedia Treccani, oltre alla fitta corrispondenza di Cavallero con l’Ufficio Storico dell’Esercito.
Roberto Coaloa
FOTO. Il Capitano Enrico Coppo






