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Il paese d’antan - di Elio Gioanola
Il pergolato dell’uva luglienga - Bricco di San Lorenzo
Doveva essere l’ultimo anno della guerra perché al cascinotto o villetta dei Celada, proprio sulla cima del bricco di San Lorenzo c’erano ancora i fratelli Celadino e Celadone, oltre alla sorella Silvia, più grande di loro e già una signorina.
L’intera famiglia, con la madre, si erano rifugiati in quella abitazione solitaria, unica in tutta la grande collina coperta di vigne per sfuggire ai bombardamenti che devastavano Alessandria, specialmente vicino alla stazione, ormai ridotta a un cumulo di macerie. Lì ancora resisteva il padre di questi fratelli che continuava a produrre biscotti e cioccolata autarchica, nella fabbrica mezza distrutta ma ancora in grado di far uscire qualche specialità della ditta.
A dire il vero i Celada abitavano in una grande casa del paese, dei loro parenti pizzicagnoli, due sorelle e un fratello, e andavano alla villetta solo al pomeriggio, per divertimento e per cogliere i frutti delle tante piante che circondavano la pretenziosa e un po’ misteriosa abitazione. Lì c’era anche un spalliera di uva luglienga, alla quale ho continuato ad andarmi a rifornire anche quando la guerra era finita e i miei amici (quello a me coetaneo, di nome Alessandro, che era un promettente calciatore e giocava nei pulcini dell’Alessandria, era diventato proprio mio compagno di scuola e di giochi e mi passava dei pezzi di roba buonissima, la frutta candita della fabbrica paterna, che in paese nessuno sapeva cosa fosse) erano ormai rientrati in città.
Siccome in paese le nostre abitazioni erano proprio contigue, separate da un portone, la sorella veniva a giocare al bigliardo al primo piano del mio Caffè, e le avevo insegnato persino il tiro “di culatta”, che non so più nemmeno di cosa si trattasse, forse di una mia invenzione: ma a un certo punto mio padre mi aveva sgridato e le sedute con la Silvia erano finite.
Alla villetta una volta avevo potuto entrare perché al “manente”, un giorno che non c’era nessuno, mi aveva aperto la porta con l’impegno da parte mia di fargli avere qualche sigaretta, o un po’ di tabacco qualsiasi, e in quei tempi con un po’ di quella roba da fumare o da ciccare si poteva ottenere di tutto. Forse la mia famiglia ha potuto in quella stagione calamitosa tirare avanti e non fare la fame solo in virtù del “sale e tabacchi” che aveva in esercizio, il sale sporco e rossiccio di allora, ma assolutamente prezioso, e il tabacco no duramente razionato e concupito dai fumatori in astinenza (quello della tessera durava meno di una settimana e per tirare avanti per un mese e i devoti del dio-tabacco ricorrevano a tutto quello che potesse dare almeno l’idea del fumo: i capelli della meliga, i tralci piccoli della viasca, le potature della vite, e qualsiasi cosa potesse fornire almeno l’idea della divinità perduta).
Ma per me quei giorni di mancanza di tutto li posso ricordare come la stagione perfetta della mia vita, certo perché l’età era quella della beata infanzia, ma grazie soprattutto alla tabaccheria paterna, che mi metteva a disposizione le due armi assolutamente infallibile, il sale e il tabacco. E poi c’era la vicinanza dei fratelli Celada, che mi fornivano le dolcezze inimitabili della frutta candita e addirittura alcuni altri residui della loro fabbrica di dolciumi, come i savoiardi in qualche modo arrangiati dal padre pasticciere.
Ma la delizia assoluta era per me, bambino di nove o dieci anni, il pergolato dell’uva luglienga che ombreggiava il cortile della villetta.
Ricordo con tenerezza la scaletta periclitante con cui mi arrampicavo sui tralci del pergolato e le lunghe sedute solitarie che passavo come incantato sul vecchio tralcio della vite, sognando avventure meravigliose, non disturbato nemmeno dal rombo delle fortezze volanti che andavano, in schiere compatte a portare terrore e morte nella non lontana città.
Vita e morte erano allora vicinissime, ma infinitamente lontane dalle mie incantate fantasie. Elio Gioanola






