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Christian Kunert, direttore e fagottista....
Harvestehuder Sinfonieorchester Hamburg al Municipale
Ogni tanto ci si domanda cosa servano le recensioni musicali, infondo “scrivere di musica è come ballare di architettura” diceva Frank Zappa e, se ci si limita alla cronaca, non è che in una sala da concerto succeda mai un granché.
L’esibizione dell’Harvestehuder Sinfonieorchester Hamburg al Teatro Municipale di Casale, invece, è un bell’esempio di come, raccontando quello che sta attorno alla musica, si possa anche far percepire il suo effetto.
Il concerto di domenica scorsa era l’appuntamento casalese di Echos 2022, un Festival che negli anni ha portato a Casale grandi nomi internazionali e l’orchestra di Amburgo è tra questi. E poi nel programma c’è il concerto di n 2 per Pianoforte di Brahms con Pietro Massa come solista, un’artista che dal 1999 vive e incide con le orchestre tedesche. Nella mattina di domenica però il maestro Massa non sta un granché bene. Niente di grave, non è Covid, prova con l’orchestra per vedere come va, ma, come ricorda Sergio Marchegiani, direttore artistico del Festival: “Il concerto brahmsiano è un’opera monumentale che richiede di essere al 100% per arrivare alla fine”. Alle ore 13.10 il pianista getta la spugna. Che si fa? risalire tutti sul pullman targato Amburgo e annullare?
Christian Kunert, il direttore, ha un guizzo: è anche un fagottista di prim’ordine, 11 anni solista presso l’opera di Amburgo, quindi ha nelle dita un classico del repertorio come il concerto K 191 di Mozart, per fagotto e orchestra. Già, per lui non è un problema, ma per l’orchestra? In rete si scaricano le parti, la stampante dell’albergo lavora a pieno regime per rifornire tutti i leggii, si va in teatro e si prova serrati.
Non ce ne vogliano gli Harvestehuder, capiamo che per loro eseguire il concittadino Brahms è come per l’orchestra del Regio di Parma fare Verdi…ma forse per il pubblico è stato molto più divertente così. Come preludio per riempire un altro po’ dei 50 minuti che occupava Brahms, l’orchestra ci fa scoprire l’Entr'acte di “Rosamunde, principessa di Cipro” dalla suite di Schumann per questo dramma romantico composto nel 1823. Un brano che probabilmente la formazione usa come bis e che è un bel mix tra l’impegno Beethoveniano e quella sublime levità di cui era capace il compositore sassone. Poi Kunert si toglie la giacca, imbraccia il fagotto e tutto si trasforma. E’ davvero un grande virtuoso: ha un suono perfetto su tutti i registri, colora ogni nota e soprattutto possiede un fraseggio brillante che trascina l’orchestra, diretta di spalle non appena ha un arto libero. Certo non è un pezzo complicatissimo, ma il risultato ha dell’incredibile e il pubblico non lesina i “Bravo”. Tanto che ci viene il dubbio: non è che il pianista lo ha eliminato lui per prendersi la scena (si scherza eh!)
“In tanti anni di organizzazione di Echos non ho mai visto una cosa del genere” ricorda Marchegiani all’intervallo. L’orchestra si presenta alla prova della settima sinfonia di Beethoven galvanizzata dal risultato: il primo tempo, è frizzante al punto giusto, l’allegretto commuove come deve, soprattutto perché viole e violoncelli sono uno dei punti di forza della formazione insieme alla cura delle dinamiche. Purtroppo il Municipale tende a smorzare ogni riverbero, rendendo un po’ asciutti i violini quando attaccano in pianissimo e taglienti le trombe sul fondo del palco, ma immaginiamo che togliere tutti i velluti e sostituirli con pannelli di ciliegio sarebbe un po’ oneroso. C’è comunque da leccarsi i baffi, e il pubblico che ha sfidato il caldo riempiendo il teatro fino al secondo ordine lo sa. Tre chiamate, poi ci starebbe il bis, richiesto a gran voce, ma hanno dato tutto. L’orchestra si alza altre tre volte e Kunert si inchina con la mano sul cuore. Poi anche gli spettatori devono convincersi che è ora di andare, con la musica ancora nelle orecchie e una bella storia da raccontare.
Alberto Angelino.
FOTO. Il direttore anche fagottista domenica al Municipale (f. Luigi Angelino)






