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Castelli scomparsi di Aldo Timossi (4)

La grande fortificazione di Breme

Immaginando di passare da Valmacca sull’altra sponda del Po, servendoci di quelli che un tempo erano i traghetti da Torre d’Isola e sul canale di Mezzano, eccoci nella Lomellina attuale, priva dei territori ormai piemontesi. C’è profumo di… cipolla: siamo a Breme, comune noto ieri per la storica abbazia di San Pietro, oggi anche per una varietà orticola antica di “Allium cepa”, dal sapore intenso ma delicato, presidio dell’associazione Slow Food.

Restando sul tema della fortificazioni, la potenza di un tempo è ormai del tutto scomparsa. Camminando per l’abitato, dietro la vecchia pieve si scorgono ancora i resti di un probabile castello trecentesco: una solitaria monofora "ciliata" cioè con cornice in cotto sopra la parte arcuata. Poco più a sud, sulla piazza centrale, un edificio è chiamato tradizionalmente "corpo di guardia", caratterizzato da un portico a due campate, ben poco del passato aspetto difensivo. Il paragone si può fare osservando la formidabile piazzaforte pentagonale realizzata dai Francesi, fissata in un disegno che traccia la situazione del marzo 1638, durante il sanguinoso e vittorioso assedio da parte degli Spagnoli: nei secoli, tutto divorato dal tempo.

Quando nel 1164 l’imperatore Federico Barbarossa, con diploma 8 agosto assegna il dominio della Lomellina a Pavia, nel documento è compresa Sartirana. All’epoca la comunità conta un paio di secoli di vita e ha visto la giurisdizione feudale del Conti palatini.

Il grande castello che oggi domina l’omonima via, alla periferia nord-ovest del paese, è diverso da quello primitivo, fatto costruire intorno al 1380-1390 da Gian Galeazzo Visconti. Inizialmente un maniero semplice, pare dettato dal condottiero Jacopo dal Verme, capitano generale e consigliere del Visconti. Secondo l’architetto Carlo Nigra, autore della pubblicazione monografica “Il borgo di Sartirana Lomellina”, si sarebbe sviluppato in due riprese e inizialmente doveva consistere di quattro padiglioni d'angolo collegati da semplici muri di cortina, ai quali erano probabilmente addossati dei locali adibiti a magazzino.

In epoca sforzesca, intorno al 1462-1463, l'architetto Aristotele Fioravanti ne cura il rafforzamento per esigenze militari. “Proprio in questa circostanza la torre dello spigolo nord-est viene rafforzata con una base dodecagonale in muratura. Anche l'apparato a sporgere costituito da beccatelli in mattoni molto slanciati, applicato sui corpi di fabbrica e alla sommità della torre cilindrica e del basamento poligonale, appartiene all'epoca degli Sforza”. Lo stesso architetto studierà a Mosca la ricostruzione della cittadella del Cremlino: ecco il perché di una qualche somiglianza tra la torre di Sartirana e quella moscovita.

Attigua al castello c’è una grande pila da riso, con la parte più antica costruita nel ‘700 come deposito per la conservazione e lavorazione del cereale, poi ampliata con il mulino. Nel 1980 il castello è testimone della nascita del “Centro Studi della Lomellina”, successivamente trasformato in “Fondazione Sartirana Arte”.

La storia del castello di Frascarolo inizia nella seconda metà del ‘300 ((epoca d'oro dei castelli di pianura lombardi) quando i Visconti sono ormai saldi a Milano e si allargano con l'attrazione nella loro orbita di decine di piccole signorie rurali.

Il disegno iniziale non è certo quello che oggi si può vedere. E’ un “piccolo castello rurale destinato a proteggere una proprietà agricola, i suoi abitanti e le sue produzioni”. Nei primi decenni deve essere rafforzato per resistere ad assalti durante le lotte tra la famiglia pavese dei Beccaria e i Visconti, e nel corso delle quali viene inizialmente conquistato (1404) anche dal condottiero casalese Facino Cane. Negli anni successivi ancora scenario di battaglia che lo riducono in malo modo, se non del tutto rudere.

Ricostruito dalle nobili famiglie locali Beretta, Robba e Chiroli, ha struttura ben diversa dalla precedente. Impianto quadrangolare a "U", con tre corpi di fabbrica disposti attorno al cortile quasi quadrato, quattro torricelle cilindriche agli angoli, un torrione quadrato in corrispondenza dell'ingresso. La ricostruzione termina nel 1512, come da lapide sulla facciata.

A fine ‘800 risalgono le ultime ristrutturazioni, che da origini e scopi puramente militari, ne fanno un elegante complesso residenziale. Pur se - citiamo da “Lombardia beni culturali” - la ristrutturazione “ne ha fortemente snaturato le linee architettoniche originarie, anche con soluzioni inconsuete, come il grande fossato che circonda il castello sistemato a giardino, e consistenti integrazioni che ne hanno condizionato sia l'impianto sia, e ancora più fortemente, gli aspetti esterni”.

Se nello stemma ufficiale c’è un “castello di tre torri d'argento, merlate dello stesso”, giocoforza che una qualche fortezza abbia segnato, e segni, la storia di Lomello, “insigne luogo sin dai tempi Romani, che diede il nome all'ubertosa regione, che tuttora lo conserva”. Antichi fondatori prima dell’anno zero, i Levi insieme ai Marici, e forsanche ai Libìci, insediati nel Vercellese. Al tempo dei Romani importante luogo di sosta negli itinerari da Lodi a Vercelli e Aosta, e da Pavia a Torino.

Di certo, “Laumellum” (“locus mellis”, luogo del miele?) molto prima del Mille è difeso da un presidio fortificato, ma subisce vari rifacimenti, inizialmente nell'XI secolo, con i Conti palatini che dominano sulla Lomellina. Quel rinnovato maniero è dato alle fiamme nel 1154, quando i Pavesi filoimperiali hanno la meglio in combattimento, entrano in paese, catturano gli abitanti deportandoli a Pavia e mettono a ferro e fuoco il castello. Quello che si può definire come terzo disegno della fortificazione, nasce tre anni dopo, grazie ad un gruppo di milanesi che arriva nel borgo semidistrutto e inizia una tribolata ricostruzione, “forse mai ultimata, poiché nel 1191 i soliti Pavesi ottengono dall’imperatore che sia fatto divieto ai Conti di Lomello di ricostruire la rocca senza il permesso di Pavia”.

Passano decenni di saccheggi e incendi. Finalmente Lomello è possesso di Gian Galeazzo Visconti, che nel 1381 incarica l'ingegner Giacomolo Albranelli di fortificare il borgo con la sua rocca. Lavori lunghi e difficili, per la peste del 1401, gli assedi da parte dei marchesi monferrini, il saccheggio, la rovina e l’occupazione da parte dell’ormai noto Facino Cane. Si arriva al 1449, quando gli Sforza assegnano il feudo alla famiglia Crivelli, “con facoltà di cingere il borgo con mura e fossato”, ciò che viene fatto nel corso dei decenni successivi, un pezzo alla volta: “è il castello che, quantunque mutilato, è pervenuto fino a noi” chiosa lo storico Carlo Nigra (Bollettino storico subalpino - Novara , 1936).

aldo timossi (4 – continua)

Nella stampa le fortificazioni di Brene durante l'assedio del 1638