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Giuseppe Costanzo sulla santità 'reale'

Lo aveva promesso. A distanza di 2 anni (era il febbraio del 2016), il giovane Giuseppe Costanzo, quindicenne allievo della V Ginnasio all’Istituto Balbo, ha fatto seguire il suo pioneristico studio sui “Santi, beati e venerabili di Casa Savoia” con un secondo volume sulla santità nelle case reali europee in un’ideale inedita collana editoriale. Ad andare in stampa, questa volta, è stato “Santi e beati di Casa Arpad d’Ungheria” (Lampi di stampa, pagg. 88, euro 10,50) dedicato, appunto, alla casa reale ungherese.

Una presenza, quella dell’Ungheria, non solo tra le biografie degli eroi della fede arpadiani meticolosamente collezionate da Giuseppe Costanzo, ma anche richiamata nella breve prefazione al testo firmata da Sua Altezza l’Arciduca Joseph Karl d’Asburgo-Lorena nella quale, il reale, definisce il lavoro del giovane studioso casalese «volutamente nuovo e originale».

In cosa consiste l’originalità? Ce la spiega l’autore stesso: «Affrontare in maniera scientifica la storia della Chiesa sotto la luce della genealogia e dell’araldica intese come scienze documentarie». Si tratta – occorre precisarlo – del primo e unico testo che affronti un simile catalogo, così come lo fu quello su Casa Savoia.

Per Costanzo, quello che emerge da questo studio è che «si diventa santi nel proprio ambiente sociale»: «L’appartenenza a famiglie storiche – spiega il giovane storico – costituisce un fattore che emerge sempre bene dalle biografie di questi eroi della fede, costantemente in bilico tra gli impegni dinastici, la loro umanità e l’amore per Cristo». La teoria di Costanzo è la seguente: «Poiché santi si diventa cristianamente nel proprio ambiente, non si può capire in che contesto abbiano guadagnato il paradiso e quindi come abbiano vissuto se non si studia la loro genealogia, la loro nobiltà o notabilità, il loro ruolo nella “grande” storia».

Di ogni santo o beato (sono 14 in tutto) è riportata la biografia e, dove presente, l’iconografia. In appendice una rarità: il discorso che Pio XII avrebbe dovuto pronunciare, nel ’43, ai fedeli ungheresi in pellegrinaggio a Roma a seguito della canonizzazione di santa Margherita d’Ungheria. Quel discorso non venne mai pronunciato a seguito dell’armistizio di Cassibile e dei disordini che ne seguirono.

Mattia Rossi