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C’erano una volta i contadini
di Elio Gioanola
Sono ormai così vecchio (84 anni, auguri, ndr) da ricordare il mondo prima e durante l’ultima guerra. Risalgo agli anni quaranta del secolo più agevolmente che all’altro ieri, come appunto succede nell’ultima stagione dell’esistenza, quando i ricordi sono tanti e tanto limpidi da soverchiare l’ammasso scomposto delle memorie recenti. Non è vero che la memoria sbiadisca mano che ci si allontana dal passato, anzi normalmente succede il contrario.
E’ così che i vecchi diventano preziosi custodi del passato, quando non siano presi, come troppo frequentemente succede, dalle smanie di sopravvissuti rappresentanti di un presente molto immaginario. Personalmente sono affascinato dal tempo trascorso, anche perché per la mia generazione è stata protagonista di due epoche diverse, addirittura da due universi che sembrano non aver avuto rapporti tra loro, quello dell’infanzia trascorsa addirittura sotto il fascismo e quello della giovinezza nell’epoca democratica ristabilita.
Ma, soprattutto, quella del mondo contadino in netta contrapposizione con quello della ricostruzione e della nascente modernità industriale. E il mondo contadino significava l’intemporalità delle stagioni e delle abitudini ancestrali, quindi della natura ferma da millenni. Il tempo della mia infanzia, dunque, è trascorso tra semine e raccolti, vendemmie e torchiature, in anni segnati assai più dall’eterno ritorno degli immobili lavori della campagna che dalla scansione del tempo cronologico. Abitare in un paese dedito esclusivamente alle attività campestri significava appunto appartenere a un passato antico come la terra.
Le condizioni politiche poi, col fascismo in piena fioritura e le proclamate battaglie del grano, la redenzione, così definita, delle zone paludose, lo spostamento in massa dei contadini sulle terre “redente”, sembravano segnare l’avvento di un’epoca di rinnovamento, quando invece non facevano che ribadire il fermo sostanziale delle cose. E certamente i paesi collinari del nostro Monferrato continuavano la vita secolare di sempre, accentuata ad un certo punto dalla guerra, che riportava a zero i tenui spiragli di cambiamento casualmente intervenuti.
Le domeniche e i giorni di festa torme di contadini arrivavano in paese con la barba lunga di una settimana, per farsi tosare da Bertino, Marilù e Cresta,i tre garzoni di Figaro, e per prendere il vermut o la ghiacciata nel caffè del Teresio, mio padre (siamo a San Salvatore, ndr).
Ma questo è già il mondo del dopo le elementari, da me vissute interamente nel tempo della dittatura, compreso quello terribile dell’occupazione tedesca, sotto il dominio del maestro Merlo, fascista della prima ora e mutilato di guerra.
Come poter credere, nell’epoca dei telefonini, dei personal computer, di internet e delle tanto altre acquisizioni tecnologiche, che sia esistita davvero l’epoca della mia infanzia, delle divise militaresche fatte indossare fin dalla prima classe, dei sabati fascisti in piazza con tanto di fuciletto ad armacollo, delle radio balilla che vomitavano a getto continuo marcette bellicose e stupide canzonette, in alternativa alle notizie sempre vittoriose dai gloriosi campi dei battaglia.
Basterebbero questi pochi cenni per apprezzare debitamente i nostri tempi scombinati e confusi, ma sostanzialmente liberi. Però quella è stata la stagione indimenticabile di un’infanzia felice, povera e felice, come tutte le infanzie di questa terra, con in più la sicurezza di avere preso per i capelli le ultime manifestazioni della vita contadina, quando i terreni del paese erano divisi in piccole proprietà e curati come giardini e la gente si accontentava, spesso con grandi stenti, di condizioni di vita ritenute eterne e non modificabili.
Ricordo troppo bene gli inverni di neve e ghiaccio, quasi completamente scomparsi, quando mi meravigliavo che sotto Natale potesse piovere, ma poi subito mi rallegravo che verso sera l’acqua si mutasse in bella neve, che presto nella notte avrebbe imbiancato le case e le strade, riservandomi un mattino pieno di lieta sorpresa.
Sì, penso proprio di aver vissuto due vite, quella infantile di una cultura considerata eterna, e quella adulta dei rapidi cambiamenti. Il mito e la storia, ma nel mio caso vissuti realmente come stagioni di una sola vita.
Elio G.






