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Dal Po al Cassingheno

di Elio Gioanola

Molto prima che con il Po finisse com’è finita, avevo trovato un altro modo per nutrire la mia ossessione, offrendole la possibilità, sia pure poco frequente, di sfogarsi anche nei periodi della mia residenza in città, oltre che di specializzarsi in modalità raffinate di pesca.

Ad avviarmi in questa direzione era stato un mio collega, un appassionato molto più che dilettante, non solo di pesca ma anche di caccia. Sapendo delle mie predilezioni, mi aveva invitato un giorno primavera ad accompagnarlo per una battuta alla trota in uno dei tanti torrentelli che segnano le valli dell’Appennino ligure, dal nome per me inedito di Cassingheno. Lo seguii su per una valletta fiorita di maggiociondoli, che si sporgevano dalle sponde quasi a sfiorare l’acqua. Era una dura salita lungo la corrente, che si insinuava tra grandi massi, formava cascatelle, rimbalzava sui sassi e, ogni tanto, si allargava in laghetti limpidissimi, quasi vasche artificiali che lasciavano vedere il fondo. Lo spettacolo era più che suggestivo ma, senza allenamento com’ero e gravato dagli stivali, non avevo certo modo di ammirarlo e facevo fatica a seguire quell’amico alto e robusto, per il quale sembrava proprio che le difficoltà del cammino fossero inesistenti. Francamente non mi sembrava che quello fosse luogo per prendere pesci, tanto poca era l’acqua e tanti gli impedimenti: la vegetazione fitta, i passaggi precari, le strettoie tra i massi, i rami incurvati, ma lui non mostrava segni di fastidio e mi invitava a seguirlo che presto avrei potuto assistere ai primi abboccamenti. Era munito di una canna cortissima e molto flessibile, per evitare di impigliare nella ramaglia il minuscolo cucchiaino che fungeva da esca. Ad un breve salto dell’acqua aveva mandato di precisione l’amo a cadere proprio sotto la cascatella e subito la canna aveva annunciato la cattura: una bella trota fario dai puntini rossi e neri lungo il dorso.  La misura del pesce era quella prevista, verificata sulla sagoma fissata al cestello di raccolta, diciotto centimetri. Non avevo mai visto trote di quella qualità, al Po qualcuna aveva abboccato alle mosche, ma si trattava della comune iridea, non certo molto pregiata. Qui si trattava di un pesce selvatico, nato e cresciuto in quelle acque sorgive, di una squisitezza unica, paragonabile se non superiore a quella dei migliori pesci d’acqua salata, come potei constatare quella sera stessa, col bottino che l’amico mi aveva regalato.

    Quel tipo di pesca può essere esercitato dall’inizio di febbraio all’ultimo sabato di settembre e, per quel primo anno, ho cercato un po’ goffamente di impratichirmi, con esiti davvero poco felici, con molti cucchiaini lasciati tra la vegetazione e scarseissime catture, ma valeva la pena risalire quei magri torrenti quasi del tutto privi della concorrenza di altri pescatori, considerate le difficoltà da superare: era davvero un’immersione nella natura pressoché incontaminata, anche perché quei luoghi dell’Appennino erano stati in gran parte abbandonati dagli ultimi contadini. Ogni tanto si incontrava il rudere di un casolare o di un mulino ad acqua, con la ruota ferma per sempre, coperta di ruggine e licheni.

Forse presto sarebbe stato impossibile aprirsi il varco in quegli stretti fondovalle, sempre più invasi dai rami delle piante che si incrociavano a galleria da una sponda all’altra, dalle liane e anche dai rovi. Già non era più molto consigliabile inoltrarsi in quel ginepraio senza  una roncola o un falcetto. Ma valeva la pena fare quell’esperienza, oltre che per un assaggio del mondo perduto, per i risultati che la pesca in quei luoghi poteva dare: oltre alle trotelle più o meno regolamentari (spesso chiudevamo un occhio sulla loro dimensione) ci si poteva imbattere in esemplari di ragguardevole taglia, catturati sotto anfratti di difficile accesso o in qualche buca isolata, dove chissà da quanto tempo sopravvivevano. Non credo che in quella prima annata la mia frequentazione dei torrenti liguri sia stata molto fitta, c’era il lavoro, lo studio, la famiglia, c’era anche la mia difficoltà a seguire quella specie di gigante mia guida, rotto a tutte le fatiche, ma la curiosità e la passione era forte degli impedimenti. Il Cassingheno è un affluente di sinistra del Trebbia, il torrente che dalle alture di Genova arriva fino a Piacenza per gettarsi nel Po dopo un lungo e tortuoso percorso. L’ho percorso poi più volte nel giro di parecchi anni, trovandolo sempre più selvaggio e difficilmente praticabile. Ovviamente la pesca alla trota nei torrenti si fa controcorrente, per non  mettere in allarme i pesci. La primissima parte del corso d’acqua, per qualche centinaio di metri, è quasi in piano e scende su un letto di ghiaia, rendendo agevole anche ad un dilettante come me il lancio dell’esca e la cattura di qualche trotella. Mano a mano che si sale le cose si complicano e l’esperienza non mi è mai bastata per rendermi esperto e poter davvero gareggiare con il mio inarrivabile compagno. L’ultima volta che ho abbordato il Cassingheno è stata quella della mia crisi.

Era l’ultimo giorno consentito per la pesca, dunque si era alla fine di settembre, quando già l’incipiente autunno aveva sfoltito le foglie e aperto qualche varco nel verde che sovrasta il torrente quasi come una cupola. Il mio amico aveva deciso che avremmo preso tutti i pesci che avessero abboccato, piccoli o grossi, senza badare al numero e alla misura consentita. Era una specie di provocatoria auto-licenza che egli ci credeva dovuta, contro il locale guardapesca da cui avevamo ricevuto qualche multa, molto discutibile, per avere di pochissimo ecceduto la lunghezza prevista del pesce catturato. E anche per rifarci di un’annata particolarmente avara, non avendo piovuto per mesi e quindi scorrendo troppa poca acqua per poter praticare una pesca decente. In settimana era venuto un bel temporale e pensavamo che, per quell’ultima uscita, sarebbe stata la volta buona. Ci eravamo ripromessi di fare tutto il torrente fino alla sorgente, sfruttando tutte le ore della giornata. Il tempo era buono, caldo non faceva più e freddo non ancora, una perfetta fine d’estate. All’alba eravamo già sul posto, con il cestino in cui avremmo posto le trote regolamentari e, in più, un contenitore frigorifero per custodire tutta l’eccedenza.

Devo dire subito che quella è stata per me la pescata della vita. Sapevamo dove il guardapesca nascondeva la sua macchina, e quella mattina la macchina non c’era, certo era andato più in giù lungo il Trebbia, dove secondo logica avrebbero dovuto esserci più pescatori da sorvegliare. Ero particolarmente eccitato dalle circostanze e i lanci mi riuscivano perfetti e subito fruttuosi. Si saliva lentamente, scandagliando tutti gli anfratti, per non rischiare di lasciarci sfuggire qualche bella preda. Con i suoi lanci millimetrici il mio compagno riusciva ad insinuare il cucchiaino  anche nei luoghi più tormentati, con risultati spesso entusiasmanti. Verso la fine della mattinata avevo ormai rinunciato a seguire le orme della mia inimitabile guida, limitandomi a reggere il contenitore-frigo, cercando di nasconderlo passo passo dietro qualche roccia o tra i cespugli.

Non che temessi l’arrivo del guardapesca, del resto improbabile a quel punto del percorso, perché stavo vivendo con una certa euforia la sindrome del fuorilegge e mi sembrava di essere esentato da ogni possibile divieto e penalità: era solo una forma di gelosa custodia del bottino che mi spingeva a occultare il pescato, come fa la volpe con i resti della gallina che ha rubato. 

Elio Gioanola

Pubblicato sul cartaceo di martedì 21 luglio- Il titolo originale dell'articolo era Il Po a Valenza