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La distilleria - Di Elio Gioanola
Il grappino del mattino
La distilleria della grappa era ancora in funzione quando ero ragazzo e mio padre mi mandava a prenderne sei bottiglie per volta per il Caffè, perché allora se ne faceva un grande consumo e al mattino era cosa usuale che i clienti la bevessero per cominciare la giornata, e il grappino era la maniera comune per farlo.
Non parliamo di quando arrivarono i veneti dopo la rotta del Po e loro non si accontentavano del cicchetto, ma volevano il bicchiere grosso, specialmente gli anziani.
Ma questa è una storia più recente e io ormai andavo a scuola in Alessandria, prendendo la corriera delle sette. In quegli anni la SIS, Società italiani spiriti, padrona dello stabilimento, aveva cessato l’attività e io avevo finito di salire sulla barroccia che trasportava le vinacce, dopo essere passata dalla pesa vicina all’ospedale per stabilirne la quantità.
Ricordo bene quelle mattinate ormai fresche, o già fredde, con le prime nebbie che si stavano dissolvendo, e io ancora bambino stavo tutto orgoglioso sul carico tiepido di quel carro diretto verso la ciminiera della grappa. Allora non c’erano già più i molti dipendenti dello stabilimento, tutti contadini che in campagna avevano finito i lavori e si guadagnavano la giornata con la stagione della distilleria, caricando con le forche i forni per ottenere il prodotto. Tra loro c’era il mio nonno materno che come tutti i lavoranti stagionali faceva colazione con una scodella di grappa in cui bagnava il pane, ma a un certo punto aveva smesso perché non voleva bruciarsi lo stomaco come tanti compagni che finivano alcolizzati.
Fino a non molti anni fa era ancora in piedi la ciminiera dello stabilimento e ho sentito dire che, quando hanno svuotato la grande cisterna dell’acqua, che stava a fianco dell’edificio, hanno trovato una enorme carpa, che non si sa come abbia fatto a sopravvivere tutti gli anni che doveva avere, anche se forse era stata messa là non si sa come da qualche pescatore del posto. Fatto sta che, finita la grappa, quei locali restarono vuoti per molti anni, salvo le stanze di servizio affacciate sulla strada per Lu, dove per un certo tempo continuò ad abitare il custode, ma in parte gli altri locali erano stati demoliti o adattati per affittarli, finché il tutto fu venduto a un impresario mobiliere, che costruì sull’ampio terreno libero della ex-distilleria la sua grandissima fabbrica.
Proprio negli anni di quell’impresa io, al tempo giovanissimo, cominciai a stagli dietro, perché vedevo in lui, una persona bensì piena di furie e di tremende arrabbiature, ma in fondo generosa, un possibile finanziatore delle mie attività sportive (ero in attesa di altre più congeniali e confacenti operazioni), così che a un certo punto lo convinsi a regalare le porte al nuovo capo di calcio, e poi ad essere sempre un generoso finanziatore dell’impresa da me messa in piedi. Ricordo con affetto il giorno in cui lui ormai molto vecchio, e io non più giovane, partecipammo al cinquantesimo della fondazione dell’Unione sportiva, superstiti ormai di un mondo per entrambi da troppo tempo alle spalle.
Ma devo ancora menzionare la grande e finale avventura, se così vogliamo chiamarla, della costruzione del mobilificio da lui con grande audacia voluto sul luogo della vecchia distilleria.
Erano gli anni del boom economico e tutto pareva fattibile per chi avesse audacia e qualche soldo, così che il mio amico, come finì per diventare col tempo, ideò l’ambizioso progetto della nuova fabbrica di mobili sul luogo della distilleria e ne affidò l’incarico, non senza imprevidente calcolo, al Ca-Cavalli, detto così per la sua invincibile tendenza a balbettare.
No so dite se la responsabilità del disastro sia da attribuire all’ideatore dell’impresa o al troppo improvvisato costruttore edile, o all’architetto o ingegnere responsabile del progetto, fatto è che nel piovosissimo tempo della costruzione, l’ala inferiore dell’edificio cedette e si inclinò verso il basso, suscitando le maggiori imprecazioni e urla forse mai sentite sulle nostre colline, indirizzate soprattutto al povero Ca-Cavalli, ritenuto a torto o a ragione il responsabile del disastro.
Ma il lavori ripresero, la parte pericolante fu resa stabile e l’impresa fu in ogni modo condotta a termine positivamente. La distilleria aveva trovato il suo nuovo futuro.
Elio Gioanola






