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La breve gloria dei premi letterari
Di Elio Gioanola - Autista di Fellini - A casa Merini
Nel corso della mia vita, quando lavoravo per una casa editrice svanita nel nulla, avevo affacciato al proprietario la proposta di dare vita ad un premio dedicato ad un personaggio eminente della poesia italiana.
Nacque così a Milano il “Premio Librex- Montale”, destinato ad una dozzina di edizioni, fino alla morte del generoso editore, che aveva fissato la cospicua somma di trenta milioni al vincitore, davvero molto invitante per quegli anni sessanta del secolo scorso.
Infatti i poeti, molto sensibili all’importo della cifra, facevano a gara per proporsi all’attenzione della giuria, costituita da una ventina di personaggi illustri, e sgomitavano spesso per ottenere l’ambito riconoscimento.
Giulio Abbiezzi, l’imprenditore e vicepresidente dell’Inter, accolse con vero entusiasmo la mia proposta, col patto però che io, orfano fin dalla tragica scomparsa del vecchio Torino di una squadra del cuore, diventassi interista (cosa che feci volentieri e ancora quella squadra mi prende il cuore).
A dire la verità i primi due potenziali vincitori scelti dalla giuria non accettarono la designazione, non fidandosi paradossalmente dell’entità del premio, venti milioni non avendoli mai visti e forse nemmeno sognati in vita loro.
Fu così che né Biagio Marin, il grande poeta dialettale di Grado, né il lombardo Vittorio Sereni ebbero l’opportunità di intascare il ricco appannaggio, entrambi vittime della loro diffidenza: Marin oppose un secco rifiuto al presidente della giuria Carlo Bo e morì poco dopo, di Sereni conservo la viva memoria del rammarico per l’improvvida rinuncia, a cui non ci fu rimedio per la sua inopinata precoce scomparsa.
Ma il premio mi offrì l’opportunità di conoscere, come ho già ricordato in questa rubrica di ricordi, Federico Fellini, di cui posso vantarmi di essere strato improvvisato e improvvido autista in occasione del “Librex” conferito ad Andrea Zanzotto.
Forse però la più curiosa assegnazione del nostro premio fu quella che ebbe come protagonista Alda Merini, considerata oggi una poetessa di notevole importanza.
Con le donne le cose conobbero complicazioni non da poco, come fu per lunghi anni il caso di Maria Luisa Spaziani, che il premio reclamò con insistenza, ma che fece il possibile per non ottenerlo: non dirò delle faticose trattative con lei, che condussi personalmente, andando nella sua arruffata dimora romana e ricevendola quando decise di venire di persona a Milano, nel quale caso fu lei a tentare di convincermi a rinunciare, addirittura, al nostro premio a favore quello da lei messo in piedi nel nome di Montale.
Del quale si riteneva in qualche modo autorizzata a impadronirsi in virtù della memoria del grande Eusebio, di cui era stata per breve tempo amante, per altro senza eccessivo slancio dell’interessato. Cosa potevamo noi avanzare come diritto o pretesto a fronte della sua passata relazione col poeta? Nel caso di un nostro rifiuto la combattiva poetessa esigeva che venisse assegnato a lei il premio milanese, quasi fosse un diritto per le sue trascorse vicende amorose, così da essere nello stesso tempo padrona, di diritto e di fatto, della memoria del futuro un Premio Nobel e autrice in proprio degna del più importante, e ricco, riconoscimento letterario.
La questione durò molto a lungo, e nel frattempo il nostro premio cresceva di autorevolezza e il suo doveva accontentarsi del nome che portava e dei poeti di secondo piano che, con quel nome, riusciva a racimolare.
Quanto alla Merini, provo ancora l’ossessione delle sue visite alla sede della casa editrice, vecchia malgrado l’età non ancora avanzata, vestita come una stracciona ma imbellettata, con la sigaretta sempre accesa, intesa a supplicarmi di farle avere il premio che era sicura di meritare, come se dipendesse da me l’assegnazione (ma supplicava tutti i membri della giuria con la stessa insistenza. In realtà aveva un amante squattrinato da mantenere ed era disposta a tutto per ottenere il risultato che, considerata la qualità della sua opera, a quel tempo non era ancora debitamente riconosciuta). Purtroppo anch’io ero entrato nel numero delle persone da corteggiare e ricordo non senza terrore le sue avances, come sono sicuro che, a un certo punto, non potei fare a meno di manifestarlo e, da questo punto di vista, la persecuzione finì. Non cessarono invece le sue insistenze per ottenere il riconoscimento tanto ambito, non so se per giustificata ambizione o per impellente bisogno del corrispettivo economico che comportava, fatto sta che le sue suppliche non cessarono e anzi si fecero sempre più insistenti, fino a quando la giuria, che di poesia senza dubbio si intendeva, decise di assegnarglielo e fui io a farle capire che lo avrebbe ottenuto in una memorabile visita a casa sua, sui Navigli, di cui è carità non riferire i particolari.
Elio Gioanola






