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Roberto Coaloa a Procida
Sul poeta russo Iosif Brodskij (1940-1996), insignito del Premio Nobel per la letteratura nel 1987.
Organizzata da Aion e Università degli Studi di Napoli L'Orientale, con il patrocinio del Comune Di Procida, dell’Ambasciata del Cile in Italia e del Comitato per il Bicentenario Napoleonico, è iniziata la sedicesima edizione di Incontri Mediterranei dal titolo «Esili».
Mercoledì 29 settembre 2021, alla Cappella della Purità di Procida (che ricordiamo sarà la prossima Capitale italiana della cultura), alle ore 15, l’intervento dello scrittore e storico casalese Roberto Coaloa dal titolo: «Esule per seguire imperativi interiori ed estri personali. Il poeta fuori dall’impero: il Nobel Iosif Brodskij e il mare».
Oggi, la tradizionale Summer School dell’Orientale di Napoli si è trasformata in «Incontri Mediterranei». Accanto alle proposte universitarie ci saranno concerti e spettacoli in luoghi magici dell’isola. Sarà un’edizione importante perché si inaugurerà l’anno di Procida Capitale italiana della cultura 2022.
Presentiamo una sintesi del nostro collaboratore Coaloa sul poeta russo Iosif Brodskij (1940-1996), insignito del Premio Nobel per la letteratura nel 1987. (l.a.)
Il maestro dei nostri studi letterari George Steiner osservava che una buona parte della letteratura del XX secolo fosse “extraterritoriale”, una lettura dall’esilio, anche se non sempre sull’esilio.
Ora, trattando di «Immagini d’Esilio», a Procida, si propone il caso del poeta Brodskij, autore di un racconto lirico proprio su quest’isola cara agli scrittori, da Alphonse de Lamartine a Elsa Morante. Poesia costruita in piccole scene, quasi cinematografiche, che rendono tutta la suggestione e lo stupore del divenire del tramonto nel Mediterraneo.
Oltre alle poesie di Brodskij dedicate all’Italia, prenderemo spunto dal saggio La condizione che chiamiamo esilio, che analizza il senso di profondo spaesamento che emerge in alcune poesie composte dall’autore dopo aver lasciato l’Unione Sovietica, indugiando sulle implicazioni metafisiche dell’esilio e sullo straniamento, che si manifestano nella sua opera quando l’esilio e la poesia entrano in dialogo.
Imprescindibile per la conoscenza del poeta russo e delle sue numerose “corrispondenze” con il mondo italiano, segnaliamo i volumi, Il canto del pendolo, il volume Conversazioni a cura di Cynthia L. Haven e Fondamenta degli Incurabili.
Nato a Leningrado il 24 maggio 1940, Iosif Brodskij è figlio di Marija Moiseevna Vol’pert, che durante la Seconda guerra mondiale lavorava come interprete dal tedesco per i prigionieri di guerra, poi come impiegata e contabile, e da Aleksandr Ivanovič Brodskij, ufficiale di marina che raggiunse il più alto grado a cui poteva aspirare un ebreo (maggiore, equivalente a capitano di corvetta nella Marina militare italiana), ma fu in seguito congedato e lavorò come fotografo.
Quando fu accusato di «parassitismo sociale», nel febbraio-marzo 1964, e sottoposto a un processo che sembrava avere come oggetto la letteratura stessa, piuttosto che l’individuo Brodskij, fu perché, come suggerisce il capo di accusa, viveva come uno straniero rispetto alla massa: aveva svolto diversi lavori strani e occasionali, dando l’impressione di scarsa serietà e coerenza, e il suo verso non apparteneva all’idioma prevalente nell’impero.
L’impero è quello sovietico, che non gli perdonava l’essere Poeta. Il suo peccato originale verso il sistema consisteva nel suonare uno spartito e uno strumento estranei all’orchestra di Stato, nel seguire imperativi interiori ed estri personali sui temi dell’etica e della bellezza. Brodskij è stato un errabondo pellegrino russo: «Io sono ebreo, poeta russo e cittadino statunitense». Per il poeta Venezia era un’ossessione, perché, come racconta in Fondamenta degli incurabili, l’immagine della città italiana gli era già cara nell’infanzia e nella giovinezza. A Venezia trovò una specie di paradiso adatto alla scrittura. In Russia sarebbe stato rinchiuso in un manicomio, come accadde a molti suoi amici artisti, non allineati agli schemi dei compagni, come Mihail Chemiakin.
Il poeta, tuttavia, non ci permetterebbe di ascriverlo fra coloro che hanno vissuto un’esperienza di esilio tragica. La sua concezione d’esilio non risente del mito letterario russo dello scrittore esiliato, poiché nella sua esperienza personale l’esilio non ha rappresentato solo una perdita, ma anche la conquista di ciò che per lui aveva maggiore significato, della libertà di essere solo con il tempo, con l’eternità, e la sua ricaduta sul discorso poetico.
«E giurai a me stesso che se mai fossi riuscito a tirarmi fuori dal mio impero, per prima cosa sarei venuto a Venezia, avrei affittato una camera al pianterreno di un palazzo, in modo che le onde sollevate dagli scafi di passaggio venissero a sbattere contro la mia finestra, avrei scritto un paio di elegie spegnendo le sigarette sui mattoni umidi del pavimento, avrei tossito e bevuto; e quando mi fossi trovato a corto di soldi, invece di prendere un treno mi sarei comprato una piccola Browning di seconda mano e, non potendo morire a Venezia per cause naturali, mi sarei fatto saltare le cervella».
(Iosif Brodskij, Fondamenta degli Incurabili, Adelphi 1991. Traduzione di Gilberto Forti).
Nel 1972, invece, dopo l’espulsione dall’impero sovietico, Brodskij si installò nel paese degli «stranieri» per eccellenza, gli Stati Uniti. Scrisse che avrebbe preferito vivere un fallimento totale nella democrazia, piuttosto che essere un martire o «la crème de la crème» (in francese nel testo) in una tirannia.
Dagli Stati Uniti riuscì poi, per lunghi periodi, a visitare l’Italia.
Nel 1988 il poeta russo Iosif Brodskij, premio Nobel per la Letteratura nel 1987, ospite d’onore del primo Salone del Libro, saputo che a casa di Ezio Gribaudo era presente il connazionale Tselkov (ricordiamo così Oleg Tselkov, morto proprio quest’anno, l’11 luglio 2021), tralasciò tutti gli impegni ufficiali per andare nella casa dell’artista torinese. Gribaudo: «E così improvvisammo una cena a cui parteciparono Roberto Calasso e sua moglie Fleur Jaeggy. Prima di andarsene a notte fonda, Brodskij disegnò un gatto sul mio librino d’oro».
Quest’immagine di un Brodskij felice in Italia contrasta con quella di “antipatico” intellettuale, restio alle interviste, che si diffuse negli ultimi tempi, dopo il successo del Nobel per la Letteratura.
Brodskij in esilio, pertanto, non trovò la Browning di seconda mano, ma una decadenza dolce, accanto a una donna da amare (il 1° settembre 1990, sposò Maria Sozzani nel municipio di Stoccolma e, nel 1993, nacque la figlia della coppia, Anna). Soprattutto, da esule, conobbe la gloria letteraria con il Premio Nobel per la letteratura nel 1987, assegnatogli per «una scrittura onnicomprensiva, caratterizzata da chiarezza di pensiero e intensità poetica». Morì a New York il 28 gennaio 1996. Ora, a venticinque anni dalla scomparsa del poeta, chi scrive sta preparando un ampio saggio, che indaga in particolare il tema dell’Italia, del mare, dell’acqua. A Venezia, quindi, noi berremo una vodka e spegneremo le sigarette sui pavimenti del Grand Hotel Palazzo dei Dogi o del Danieli… A Procida, al crepuscolo, scendendo da Terra Murata, con le ultime e magiche luci della sera, declameremo la poesia di Brodskij dedicata all’isola di Procida, scritta in russo nel 1994:
Procida
Baia sperduta; non più di venti barche a vela.
Reti, parenti dei lenzuoli, stese ad asciugare.
Tramonto. I vecchi guardano la partita al bar.
La cala azzurra prova a farsi turchina.
Un gabbiano artiglia l’orizzonte prima
che si rapprenda. Dopo le otto è deserto
il lungomare. Il blu irrompe nel confine
oltre il quale prende fuoco una stella.
Il testo è tratto da Poesie italiane (Adelphi, 1996), nella traduzione italiana dal russo di Giovanni Buttafava.
FOTO. Lo storico R. Coaloa (f. Brancato)






