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Fake news su Morano
di Aldo Timossi
Il numero di ottobre di “Focus Storia”, trattando dei delitti eccellenti nell’Italia del Rinascimento, è occasione per parlare di Morano sul Po, correggendo uno dei ripetuti errori contenuti nelle sue narrazioni storiche.
Partiamo proprio dalla nota “incriminata”, presente tra l’altro sul sito del Comune (http://www.comune.moranosulpo.al.it/it-it/vivere-il-comune/storia), laddove sta scritto che “Nel 1338 a Morano vennero confinati Matteo, Bernabò e Galeazzo Visconti da parte dello zio usurpatore Luchino”.
La vicenda è dunque quella dei Visconti, fino a metà del Quattrocento signori di Milano e della Lombardia, i cui confini occidentali arrivarono a toccare le sponde della Dora Baltea, quindi le Terre del Duca di Savoia, e più in basso a scontrarsi con il Marchesato monferrino. A contendersi il potere, in maniera spesso violenta, un complesso alternarsi di parenti, e in questo quadro ecco la cronaca del 1345.
In quest’anno e fin dal 1339, la Signoria milanese ha due capi, il condottiero Luchino Visconti e il fratello Giovanni, Arcivescovo di Novara. Intanto togliamo la patente di “usurpatore” a Luchino, regolarmente eletto e al quale anzi il fratello ha lasciato l’effettivo governo.
Si viene a sapere dell’ennesima congiura, che conosciamo attraverso il quinto volume delle “Memorie spettanti alla storia, al governo e alla descrizione della città e campagna di Milano”, edito nel 1856 da Giorgio Giulini. Gli lasciamo la parola. “Intanto non so come Luchino prese gravissimi sospetti de' suoi tre nipoti Matteo II, Galeazzo II, e Bernabò, figliuoli di Stefano suo fratello e tanto crebbero, che o nel presente anno, come vuole il Corio, o nel seguente, gli sbandì tutti e tre da Milano. Il primogenito Matteo, che aveva per moglie Ziliola Gonzaga, a intercessione dei Gonzaghi medesimi ottenne, al dire di Pietro Azario, di potersi trattenere in Morano, terra del Monferrato. Gli altri dovettero uscire da tutta la Lombardia, e andar dispersi pel mondo”.
Il “presente anno” è il 1345, dunque non il 1338. Ma quel che più conta è che Morano ebbe non tre ma un solo ospite illustre, Matteo II, che una leggenda vuole essere stato rinchiuso nella torre civica, quella sopraelevata nel 1821, divenendo campanile della chiesa parrocchiale. E’ comunque pur sempre un “vanto” dei moranesi del tempo andato, di aver avuto come ospite un signore tanto illustre. Per la cronaca, l’illustre prigioniero resterà nel Monferrato per diversi anni. Morirà nel 1355, nel castello di Saronno, quasi certamente avvelenato per ordine dei fratelli che poi si spartirono i suoi domini.
Quanto ai due fratelli, per i quali la disgrazia fu meno limitata, Bernabò si sarebbe rifugiato alla Corte degli Scaligeri, mentre Galeazzo avrebbe vagabondato, bello ma povero in canna, per le Fiandre. Così recita anche il racconto “Margherita Pusterla” di Cesare Cantù.
Perché tanto errore nel tramandare la storia moranese. La spiegazione è semplice, e giustifica anche l’errante. Nel secondo volume delle sue “Notizie storiche della città di Casale”, Vincenzo de Conti, trattando le vicende del 1338, scrive che “Luchino Visconti signore di Milano cacciò dalla città i suoi nipoti Matteo, Bernabò e Galeazzo, e li confinò a Morano, dominio del Marchese di Monferrato”.
Vale la pena ricordare che Morano è oggetto di almeno due altre vicende, collegate tra loro, che oggi si potrebbero definire fake news (in italiano notizie fasulle).
La prima riguarda addirittura il contenuto dello stemma comunale, laddove campeggia una testa di moro, elemento come altri difficilmente collegabile alla storia della comunità.
Ne scrivemmo su queste pagine (edizione 85 del 17 novembre 2009), riportando un parere del compianto storico balzolese Idro Grignolio: “Stemma di fantasia, forse disegnato in fretta e furia in epoca fascista, quando si ordinò che tutti i comuni avessero uno stemma”. E addirittura, fu la Presidenza del Consiglio, attraverso l’Ufficio Araldica, a dichiarare che «dai documenti di archivio è emerso che mai il Comune di Morano sul Po abbia ottenuto la concessione dello stemma e del gonfalone»!
Perché il moro? Per una discutibile derivazione del toponimo Morano da “maurus” inteso come “di pelle scura”, mentre appare storicamente ben più probabile la derivazione da “Maurius”, soldato dell’esercito romano, che al momento del congedo, dopo una carriera onorevole (“honesta missio”), fu premiato con l’assegnazione di terre, come usava farsi duemila anni fa, così da renderlo un possidente e al tempo stesso tenere un controllo su quello stesso territorio.
aldo timossi
FOTO: il campanile della parrocchiale di Morano, già torre civica, soprelevato con l’alloggiamento campanario nel 1821






